Adoperando una perifrasi ed
introducendo un altro noto personaggio
frastire
(forestiero) si può dire che mentre
Nonsáccie, ex
spaccapietre, le strade le faceva,
Gelárde
(Gerardo D'Aloisio - 1876-1951), nato a Tufillo da
famiglia farmacista ortonese, invece, le percorreva.
Di professione cocchiere, era titolare del servizio di
procaccia postale, nonchè di quello del trasporto dei
passeggeri dal paese al vecchio scalo ferroviario e
viceversa, e per questo motivo scarrozzava ogni giorno,
sotto il sole, la pioggia e la neve, con la sua storica
carrozza (
la carrozze de Gelárde), lungo i 5 Km
della vecchia S.P. Trignina, che separavano San Salvo
da
la staziáune (dalla stazione ferroviaria).
In altri termini
Gelárde, oltre a tasportare i
passeggeri che partivano o arrivavano alla vecchio scalo
ferroviario, era colui addetto alla consegna ed al ritiro
del sacco della posta dal vagone postale del treno in
arrivo alla stazione di San Salvo. Per questo motivo,
all’arrivo del treno, era tenuto ad indossare un berretto
simile a quello dei postini, essendo a tutti gli effetti
equiparato ad un dipendente dell'Amministrazione postale,
con la quale aveva stipulato un regolare contratto di
lavoro.
Ma chi era effettivamente questo Gerardo D’Aloisio, nato
per caso a Tufillo, ortonese di famiglia e sansalvese per
adozione, sino alla morte.
Sposatosi nel 1897 con
Za’ Flummuè (Filomena
Fabrizio), giovane ragazza sansalvese, era persona dotata
di un innato senso degli affari, che fiutava ovunque
fossero.
Tornato dall’America, con i soldi guadagnati, aveva messo
su un'impresa di trasporto conto terzi con una scuderia di
cavalli,
trajéne (carretti) e carrozze, riuscendo
a costruire nel tempo, per l'epoca, un mezzo impero
finanziario.
Proprietario di case e terreni, che acquistava in
continuazione
, aveva due stalle per il cambio dei
cavalli: una nella sua casa in C.so Umberto I,
sàtte
a lu Munumente (dirimpetto al Monumento ai caduti),
con ingresso per gli animali dall’attuale piazza Amendola
e l’altra dirimpetto alla stazione ferroviaria, in cui
aveva messo uno spaccio di sali e tabacchi, che venderà
nel dopoguerra a
Za’ Filuméne, madre di Assunta,
prima moglie di
Belarde (Berardo Di Giuliano -
1913-1999), originario di Mosciano Sant’Angelo,
famosissimo nei successivi anni ’60, per i suoi
profumatissimi e fraganti panini con la mortadella, che
vendeva proprio in quei locali, che sua suocera aveva
acquistato da
Gelárde.
Gelárde, sebbene gli affari gli procedessero a
gonfie vele, aveva anch'egli un cruccio: quello di non
aver avuto figli. Ciò tuttavia non gli impedì di avere una
famiglia allargata, costituita da nipoti suoi e della
moglie, di cui si sentiva patriarca e leader assoluto.
Tutti dovevano partecipare alla sua attività e sottostare
ai suoi ordini. In pratica, mentre egli scorazzava con la
sua carrozza dal paese alla stazione ferroviaria, la sua
linea preferita, tutti gli altri,
nghe le trajéne
(con i carretti), erano comandati a svolgere lavori conto
terzi tra i più disparati , come
je’ 'rcaccià le prete
a lu fiume (andare a caricare le pietre per
l'edilizia al fiume),
arcaccià’ li manuppele
(trasportare, nel periodo della mietitura, i covoni di
grano dal campo all’aia),
purta’ la dàdde a
li spuse (trasportare il corredo nuziale della sposa
nella casa in cui la coppia sarebbe andata ad abitare).
La sera, al rientro, tutti a rapporto, e non sempre erano
rose e viole.
Da quel che si racconta in giro, pare che il nostro amico
Gelárde avesse un caratterino tutto pepe, non
proprio
a la uale (un po' particolare, non uguale
alla norma). I sansalvesi lo ricordano come personaggio
unico, ma anche come persona facilmente irascibile e molto
intransigente.
Si racconta che un giorno scese dal treno un ragazzo con i
calzoni corti. Eravamo nell’epoca in cui le donne
indossavano ancora
che le unnìuán’a’ lunghe
(quelle gonne lunghissime) fino
a lu spezzàlle
(alla caviglia) ed al massimo qualche giovane portava
li cazzìune a la zuárre (i pantaloni a la zuava),
con i polpacci sempre coperti da calzettoni lunghi.
Gelárde, vedendolo
a còsse vedìute (a
gambe nude), nel momento in cui il ragazzo si apprestava a
salire sulla carrozza, lo bloccò dicendogli : "
Ue’
giuvuno’! Tu nghe si cazzinétte saprue a la carrozza ma’
’nci sije" (Ehi giovane, tu con quei pantaloncini
corti sulla mia carrozza non ci sali), lasciandolo a
piedi.
Il giovane in questione, che io conobbi molti anni dopo,
era il prof. Michele Mattia, pugliese, che negli anni ’60
insegnerà Storia e Filosofia al liceo classico di Vasto,
diventando poi Preside del liceo scientifico vastese. Era
venuto a trovare sua sorella
Donna Marì (Donna
Maria Mattia), la maestra elementare, che si era sposata a
San Salvo. Povero futuro preside: si dovette
ammulla'
(nel senso di percorrere) 5 km a piedi.
Ma questo era ancora
pane e cascie (pane e
formaggio).
Sempre da quel che si racconta in giro, pare che
Gelárde,
accuppuàsse sgrujazzánne (desse colpi di frusta),
non solo ai cavalli o ai ragazzini che si appendevano
dietro la sua carrozza per andare al mare, ma anche alla
concorrenza con la quale, nonostante un'apparente
amicizia, sovente aveva rapporti non proprio idilliaci.
Infatti, sebbene spesso
faciàsse a bicchìjre
(brindasse) con altri
trainìre (carrettieri) del
paese, come
li Carruzzìre (fam. Fabrizio, di cui
la moglie era parente), o
chelle de Valérie (fam.
Torricella) o
chelle de Zengrélle (altro ceppo
della famiglia Fabrizio), quando si trattava di fare
affari non guardava in faccia a nessuno, tentando sempre
di batterli sul fil di lana. Ne sapeva qualcosa anche
Rocche
de Mattijccie (Rocco Fabrizio, figlio di Matteo),
che con la sua unica carrozza trasportava chi si doveva
recare a Vasto, solo però quando riempiva tutti i posti a
sedere.
Ma
le sgrujazzánne (le frustate) di
Gelárde
, non sempre erano mirate alla concorrenza.
Spesso e volentieri le mollava anche a personalità del
paese, con le quali ostentava ottimi rapporti.
“
Ah cavalle, la carrozze è chien’e chiacchiere!”
(Ah cavallo! Oggi la carrozza è piena di chiacchiere), era
solito dire, ad alta voce, al suo cavallo mentre si recava
alla stazione, quando i passeggeri erano i pezzi grossi
del paese, sapendo che, come spesso accade ancora oggi in
politica, facevano solo chiacchiere e che, per di più,
difficilmente lo avrebbero pagato, o meglio che lui, per
ingraziarseli, non li avrebbe mai fatto pagare.
Amico del potere, mai pago delle sue molteplici attività,
per un periodo stipulò anche un contratto con il Comune di
San Salvo per il servizio della nettezza urbana, che dopo
un po’ gli puzzò. Non trascorse tempo che ne stipulò un
altro con l'Amministrazione Postale per il trasporto della
posta dalla scalo ferroviario di San Salvo sino a Palmoli,
aquistando per l’occasione nel ’34, la sua prima ed unica
automobile, che però gli si bruciò.
Meglio i cavalli.
Si fece allora costruire una giardinetta, una carrozza da
dieci posti, da
Mastre Antonie Sparvìri (Mastr’Antonio
Sparvieri), l’unico maestro falegname carraio di quei
tempi, che era una specie di diligenza del far west, che
putroppo non riscosse molto successo, in quanto la gente
si spostava nei paesi limitrofi in gran parte ancora a
piedi.
Con l’approssimarsi della vecchiaia e dopo qualche
vicissitudine, che ne minò la sua spavalda sicurezza,
ormai anziano, appese
lu sgrujázze (la frusta) al
chiodo e si ritirò.
Prese il suo posto di procaccia postale
Adélme
(Adelmo Torricella -1923-2016).
Adelme, appartenente ad altra famosa famiglia di
trainìre
(carrettieri) sansalvesi, quella di Carmine Torricella,
padre anche di Urizio, Erminio, Ettorino, Erpinio e di
alcune figlie femmine (ebbe in totale 17 figli di cui solo
9 ne sopravvissero), svolse questo servizio per qualche
anno, sino a quando non passò il berretto a
Luégge
Capàune (Luigi Torricella 1921-1988), simpaticismo
personaggio sansalvese, il quale pur portando lo stesso
cognome del suo predecessore, apparteneva però ad un altro
ceppo familiare,
a li Capiùne.
Luégge Capàune, che prima di allora, aveva aperto,
con scarsa fortuna, una latteria nell’attuale Piazza Papa
Giovanni XXIII,
a fianche a la puteche de Margiseppe
(in adiacenza della bottega di Mariagiuseppa Fabrizio),
modernizzò il servizio, acquistando di seconda mano
’na
pustalàtte (una piccola corriera), insieme a
Angiuline
Biascille (Angelo Di Biase), calzolaio in procinto
di passare ad altri mestieri e
'Ntunine Di Petta
(Antonio Di Petta), camionista, marito di
Giuvine
(Giovina D'Ercole), famosa bidella della scuola media
negli '60. Autisti erano
Biascille e 'Ntunine,
mentre
Luégge, che non aveva la patente,
faciàve
lu bejettare (faceva il fattorino). Costo della
corsa 10 lire.
La pustale di Capàune -
Foto scattata da Evaristo Sparvieri
Fu per i sansalvesi una
verà novità. Molti ragazzi cominciarono a prenderla
d'estate per andare al mare (scendevano nei pressi del
passaggio a livello e proseguivano a piedi sino alla
battigia) e siccome non c'erano molti posti a sedere,
decine di essi viaggiavano sul portapacchi, con il
vento che scompigliava loro i capelli.
Com'era prevedibile, viste e considerate le condizioni
non proprio ottimali della piccola corriera, quando la
vedevano ferma, non mancavano gli sfottò. C'era chi
j'arcacciáve
nu dufétte (gli tirava fuori per scherno qualche
difetto), dicendo che si era sfasciata, chi diceva che
era rimasta ferma perchè i proprietari non avevano più
i soldi per la benzina. Insomma, nonostante la piccola
corriera svolgesse più che dignitosamente il suo
servizio, vi era sempre qualcuno a cui piaceva
sfottere Luégge & C., probabilmente anche per un
pizzico d'invidia.
Gli sfottò raggiunsero il loro apice quando un
giorno... mentre la corriera era diretta alla stazione
ferroviaria e stava percorrendo il rettilineo che
conduceva
a lu puante de Ciaralle (al ponte di
Ciarallo, che era ubicato all'incirca qualche
chilometro più giù della ex Magneti Marelli andando
verso il mare), ecco all'improvviso un gregge di
pecore attraversare la strada.
"
Frìne! Frìne! Le péchere!!!" (Frena! Frena! Le
pecore!!!), gridò Luegge a 'Ntunine, che conduceva la
corriera.
Fu impossibile frenare. Si erano rotti i freni.
Furono le pecore a fermare la marcia dell'automezzo.
Alla fine della corsa se ne contarono a terra una
cinquantina. Fu una strage.
La cosa suscitò, come prevedibile, l'ilarità dei
ragazzi sansalvesi, che aggiunsero agli sfottò di
prima, spesso inventati di sana pianta, finalmente
qualcosa di vero.
Come spesso accade nella vita, quando dalle disgrazie
altrui, in molti poi ci traggono profitto, furono in
molti a guardagnarci.
Ci guadagnò
lu pecherále (il pecoraio) che
prese un congruo risarcimento, ci guadagnarono i
macellai sansalvesi, che acquistarono le carcasse
delle pecore investite, ci guadagnarono i sansalvesi
che acquistarono a loro volta la carne a basso
macello.
Per i sansalvesi fu come una manna o meglio una
mandria caduta dal cielo.
Il giorno dopo,
Pauluccie De Lìque (Paolo De
Luca), il banditore, buttò il bando.
Quella cinquantina di pecore macellate, dopo essere
state prima maciullate
da la pustale de Capàune,
vennero inghiottite nei meandri degli stomaci vuoti
dei sansalvesi.
Si racconta che la carne di quelle pecore pare fosse
diventata carna
murtacéne (carne nera) a causa
del sangue rattrappito.
Ma che importava!
Pure la fame era nera.
VIDEO

La pustale de
Capaune
NOTE:
- Nel dopoguerra, molti mestieri, che
sembravano solidi, scomparvero. E' il caso de
le carruzzìre (dei cocchieri) e de le
trainìre (dei conducenti di carretti) i
quali, in tutto il circondario, abbandonarono i
cavalli per acquistare le prime corriere e
camion. A San Salvo le famiglie Fabrizio (Carruzzìre)
e Torricella (chelle de Valerie), si
misero a fare i camionisti. A Vasto, invece, i
Di Fonzo, i Tessitore, i Cerella, famiglie non
propriamente vastesi d'origine, istitituirono i
primi servizi di autolinee, divenendo nel corso
degli anni solide società di autoservizi.
- La figura del procaccia postale con la
carrozza terminò con l'arrivo delle prime
corriere. Questo è il motivo per cui la corriera
è chiamata dagli anziani la pustale (la
postale), perchè sostituì la carrozza per il
trasporto dei sacchi della posta.
-
La putéche de Margiséppe ( la bottega
di Mariagiuseppa Fabrizio), detta Margiseppe
la capurale, era ubicata nell'attuale
Piazza Papa Giovanni XXIII, esattamente
nell'edifico in cui oggi vi è al piano 1° anche
il museo la Giostra della Memoria di Angiolina
Balduzzi.
-
Lu puànte de Ciáralle (il ponte di
Ciarallo) si trovava esattamente in Viale
Inghilterra dove oggi vi è la rotonda in zona
industriale, in cui insiste l'opificio Triveri,
ed era così chiamato perchè lì vi era il terreno
di proprietà di un ceppo della famiglia
Fabrizio, soprannominata "chelle de Ciáralle".
-
Luigi Torricella, detto Capaùne, dopo
che abbandonò l'attività di procaccia postale,
venne assunto come postino dall' Amministrazione
Postale. Negli anni '50-'60, svolse il servizio
di portalettere in coppia con Vitale
Pellicciotta, figlio a sua volta di Achille,
antico postino del paese.
-
Luigi Capaune era un tipo
simpaticissimo, sempre con la battuta pronta.
Dotato di un fisico robusto, rossiccio di
carnagione, lentigginoso, aveva un tono di voce
verso il grave e due occhi intelligenti, che
apparivano piccoli nel suo faccione. Di lui si
raccontano parecchi aneddoti. Disse una volta, a
proposito dei ladri che vengono scarcerati
subito dopo l'arresto: "Le lédre ne pònne stà
dandre! Doppe n'aure l'hanne arcaccià, sennà
ze sfelatene!" (trad. I ladri, non possono
stare dentro, dopo un'ora li devono tirare
fuori, altrimenti muoiono per asfissia). Un
giorno, ormai anziano, tornando dal
supermercato, dove si era recato per comprare
una scatoletta di cibo per gatti, incontrò un
amico e gli disse: " La hatte ma' magne sole
ste scatelalle. Ne vo' lu pàscie, cà te le
spene! Te paure ca zi strozze! (trad. Il
mio gatto mangia solo queste scatolette di cibo
per gatti. Non mangia il pesce perchè ha le
spine. Teme di strozzarsi). Altra sua battuta è
quella di quando andò in pensione da
portalettere. Disse: "M'hanna viùte manna'
pe' fforze 'npenziaùne ! M'ha cascate 'na
raccumandate saprùe a lu puète e so 'rmase
ìnvalede (Mi hanno dovuto mandare per
forza in pensione. Mi è caduta una lettera
raccomandata sul piede e sono rimasto invalido).
Luigi Torricella, detto
Capàune.