Tornando sulla nazionale
(S.S. 16), il suo passaggio in mezzo al paese era uno dei
pochi punti di contatto con il mondo esterno. La nazionale
era come un serpentone nero d'asfalto, reso ancor più nero
dalle gomme delle auto che vi transitavano, che spaccava
in due il paese:
lu quart’abbálle e lu quart’ammànte.
Il suo tragitto interessava maggiormente
lu
quart’abbálle. Venendo da Vasto, passava dinanzi
a
lu Calvarie, e proseguendo verso il centro, girava
intorno al monumento ai Caduti, alla curva a gomito tra
l’imbocco di Via Roma e C.so Umberto I, e scendeva giù
sino
a lu Vurrìccie. Da lì continuava verso il
vecchio ponte del fiume Trigno. Stesso tragitto al
contrario, con l’unica eccezione che risalendo, prima di
arrivare al Monumento ai Caduti, svoltava a destra, alla
salita
de la Jnnarìlle (2° vico Umberto I).
Questa variante, come già detto in precedenza, era stata
realizzata dagli inglesi nel ’43 durante la guerra, dopo
aver demolito delle vecchie case, per consentire ai loro
mezzi bellici, che si recavano al fronte di guerra sul
Sangro, di transitare evitando la curva a gomito tra C.so
Umberto I e Via Roma.
Il traffico della nazionale era abbastanza sostenuto.
Passavano gli autotreni, le automobili e d’estate molte
motociclette, specialmente Vespe e Lambrette, con targhe
del nord Italia, ai cui sedili posteriori sedevano spesso
delle belle signorine con i pantaloni (una novità)
,
o sedute
de sgrescìune (di sbieco), quando
indossavano la gonna, stringendo le ginocchia per non
farsi vedere le gambe. Ricordo che molte di esse si
mettevano del moderni foulard in testa (un'altra novità),
forse per non farsi scompigliare dal vento le acconciature
che si erano fatte fare in città dalle parrucchiere, prima
di partire per le vacanze.
Non esistendo all’epoca nessun altra strada alternativa,
tutto il mondo passava di lì.
Era una ricchezza il passaggio della nazionale per il
paese.
Qualcuno si fermava a fare benzina al distributore AGIP di
Virgilio
de Jnnarille (Cilli) in Via Roma; qualche
altro sostava per prendere un caffè ai bar di
Bionde
Tomeo e Emilio
Felicille (Del Villano), che erano
nei pressi del distributore di carburanti; qualche altro
ancora si fermava per acquistare i prodotti agricoli che
molti contadini esponevano dinanzi casa, dentro
"a
le canéstre” (cesti realizzati con canne
intrecciate), sperando di venderli dal produttore al
consumatore, approfittando proprio dal passaggio dei
forestieri sulla nazionale.
Edoardo Maccarone, giovane
benzinaio alla stazione di servizio AGIP di Via Roma
di Virgilio Cilli.
Ogni tanto succedeva anche qualche fatto buffo, tipo Totò
e Peppino con il vigile a Milano, però al contrario.
Si racconta che un giorno
Giuvuánne la uardie
(Giovanni Del Borrello), che era stato assunto agli inizi
degli anni '60 come guardia municipale, insieme all'ex
carabiniere Enzo Saturni, originario di Pescorocchiano, un
giorno vide parcheggiata un'auto sulla nazionale, in una
zona il cui Comune aveva messo il divieto di sosta.
Giovanni, che era un bonaccione, ma che aveva un piccolo
difetto, quello di parlare pochissimo, o meglio per niente
in italiano, si avvicinò all'auto e disse al forestiero: "
Giuvúno'!
Da ésse ha da trusciúlúje'!" (Giovanotto! Da lì deve
andare via).
"
Come?", gli chiese il forestiero con accento del
nord, non avendo capitò un acca di quanto gli avesse detto
Giovanni.
"
T'aja dette ca da ésse ha da sbúchele' " (ti ho
detto che da lì devi svicolare, andare via), ribadì
Giovanni pensando che questa volta era stato più chiaro.
"
Scusi ma non capisco!", gli rispose di nuovo il
forestiero.
"
E tretánghete!" (ed un'altra volta), concluse
Giovanni, "
le vu' cape' u ne lle vu cape' ca da esse
t'ha da móve, senna' t'alléscie lu pàle!" (lo vuoi
capire si o no che da li te ne devi andare, altrimenti ti
faccio la multa!".
Il forestiero, senza profferir parola, forse intuì cosa
volesse dirgli Giovanni, mise in moto e andò via.
Che personaggio, Giovanni, era una bravissima persona,
altrimenti non gli avrebbero fatto fare la guardia
municipale, solo che come direbbe Modesto Della Porta, il
noto poeta dialettale abruzzese, nella sua poesia "Lu
testamente de zi Carminuccie",
teneve nu difette
arràdecate (aveva un grosso difetto da sempre),
quello di non saper parlare quasi per niente in italiano.
D'altronde in una società contadina come quella locale, in
cui il dialetto era la lingua principale, serviva
pochissimo, anzi per niente parlare in italiano. E poi i
suoi predecessori non è che fossero state delle guardie
laureate.
La Guardia Municipale
Giovanni Del Borrello, il primo a destra nella
giornata della Festa dell'Arma dei Carabinieri, nella
caserma di C.so Garibaldi.
A quei tempi, quasi nessuno in paese parlava in italiano,
che per molti era una specie di lingua straniera. Tutti in
dialetto, persino tra di loro quei pochi laureati.
Spezzechéve taliáne (Spiccicava, ostentava una
parlata di lusso in italiano), tra l’altro maccheronico,
solo qualcuno o qualcuna che voleva far vedere
ca
hasse ere segnàure (che non era di basso rango) o
che era un intellettuale, anche se le i e le o, si
sprecavano, sopratutto tra gli anziani.
Il vero problema era che molta gente, tra cui anche
qualcuno non proprio anziano, non era andata oltre la
licenza elementare e continuava a trascinarsi dietro
antiche lacune scolastiche, che si evidenziavano proprio
quando parlava in italiano.
Disse una volta
Celestre la panattìre : “Sono
stata dal dottore
m’ha date una pilla rossa (una
pillola rossa)". Poi aggiunse."
'Na cosa sante!"
(Una pillola miracolosa) ”. Ma anche tra i rappresentanti
del sesso forte ce n'erano tanti che
spezzechevene
in italiano. C’era ad esempio
ze' Vete lu macellare
(il macellaio), che quando si esprimeva faceva terminare
quasi tutte le parole con la vocale i . Famosa era rimasta
nel tempo una sua affermazione: “
Tutto ferniti coccetti
e rognonati” (Tutto finito, testina di agnello e
reni). Non da meno era
Dumunicuccie che portando a
passeggio il nipotino, gli diceva in italiano: "
Vieni
scioro, andiamo piazzi, compriamo gelati" (Vieni
nonno, andiamo in piazza, compreremo il gelato) e per far
notare quanto fosse intelligente il nipote gli faceva
delle domande dinanzi a qualche amico, chiedendogli: "
Dove
sta occhie?" (Dove sta l'occhio?), ed il bambino con
il ditino mostrava l'occhio, e subito dopo: "
E nase?
Orecchie? Bocche?" (Ed il naso? Le orecchie? La
bocca?).
Per poi concludere:
" E i dito dei man?"
(E le dita delle mani?).
Facendo un salto indietro nel periodo del fascio, mi
raccontò mio padre che un giorno il dott. Vitaliano
Ciocco, potente gerarca fascista locale, mentre
passeggiava, udì al suo passaggio,
nu pàtete (una
scorreggia). Si fermò indispettito e rivolgendosi
all'autore lo insultò con parole irreferibili, pensando
che fosse una forma gassosa e rumorosa di protesta nei
suoi confronti. Intervenne in aiuto dello scorreggiatore
Pelléne, un suo amico, famoso per le sue
péchere
(sbornie), il quale rivolgendosi a Ciocco gli disse: "
Io
ti dico che cossui il petti non l'ha fatto per te".
Ed alle insistenze di Ciocco che sosteneva il contrario,
rispondeva sempre con la solita frase: "
E io ti dico
che cossui il petti non l'ha fatto per te".
Poi, tornando agli anni '60, vi erano quelli che facevano
la traduzione simultanea dal dialetto all'italiano,
scambiando il passato prossimo del verbo essere con avere
o viceversa:"
Sono mangiato e sono bevuto", oppure:
"
Abbiamo stato, ho caduto, ho partito". C'erano
anche i poeti. Ad esempio, c'era
Zi' Vetále de
Custandèlle capace di creare, all'istante, in un
italiano maccheronico, poesie in rima baciata su qualsiasi
argomento. Un giorno me ne declamò una mentre era seduto
su una panchina al Monumento ai Caduti. Peccato non aver
avuto un registratore per tramandarlo ai posteri.
E non mancavano neppure gli
scienziati.
Mi chiamò un giorno Durmacchiáre, un personaggio
che non ho mai capito se dormiva veramente o lo avessero
così soprannominato perchè faceva finta di dormire,
che mi chiese: "Mi si ddéce canda stàlle sta 'ncìle?"
(Mi sai dire quante stelle vi sono in cielo?).
"Ne sàccie", gli risposi.
E lui, che proprio quella riposta attendeva, mi disse: "Che
cazze! Pare ca se ìute a la scóle, manghe quàsse si' !"
(Che cavolo, pare che a scuola ci sei andato e neanche
questo sai!).
E poi concluse:"
'Ncìle
ci sta cénte e du'meliárde e setticentecinquantatreméla
miliune e duecentecinquandanóve stàlle" (in cielo
ci sono 102 miliardi e 753 mila milioni e 759 stelle").
E che dire, rifacendo un tuffo nell'era fascista, di
Zi'
Pauliccie De Lique (Paolo De Luca), il banditore e
becchino comunale, che
jettave lu bánne (buttava
il bando) per le vie del paese spiccicando l'italiano.
Famoso resta un suo bando, sulla cassa armonica, una sera
della festa di San Vitale: "
Avvisaziono! Avvisaziono!
Quando la bando sei fernito il pezzo d’obbro, tutti
colui che vuol veder la foca andasso schininzo il
trappito di Ciovitto vicino la caso di Carminuccio di
Cosomitto.” (Avviso! Quando la banda avrà terminato
il pezzo d'opera, tutti coloro che vorranno vedere i
fuochi pirotecnici, andassero nei pressi del frantoio di
Civetta (Civetta era il soprannome del frantoiano), vicino
la casa di Carmine Cosomitto, quest'ultimo probabile
discendente di qualcuno che si chiamava Cosimo, o meglio
piccolo Cosimo).
Per non parlare, di mio nonno,
Bastiáne
(Sebastiano) Napolitano, capo comunista, ex assessore
anziano al Comune nel dopoguerra e per un periodo anche
Sindaco facente funzioni, che in un infuocato comizio in
piazza contro il capitalismo e la Democrazia Cristiana,
che nel ‘56 per la prima volta aveva conquistato il Comune
dopo un decennio di amministrazione social-comunista,
riferendosi probabilmente a Don Gustavo Cirese, all’epoca
segretario democristiano, proprietario di una
elegantissima auto dell’Alfa Romeo, così se ne uscì: “
Vanno
in giro con machine setto otto metro lungo”. Famosa
resta anche la sua frase, quando in un solito comizio in
piazza contro la Democrazia Cristiana, rea secondo lui di
fare clientelismo nell’assegnazione dei terreni dell’ex
bosco Motticce, rivolgendosi ancora al solito Don Gustavo
Cirese, all’improvviso sbottò in dialetto:
"E’ chi j
l’ha landate a Cirascìlle le terre de lu bosche, l’alme
de la mamme e de lu patre?" (E chi glie li ha
lasciati a Cirascille, soprannome dei Cirese, i terreni
del bosco, l’anima della madre e del padre?).
Non da meno era stato
Zi' Carmenìccie (Carmine)
Chinni un decennio prima, il quale insieme a mio nonno
Sebastiano Napolitano ed a Carlo Alberto Camicia, tutti
contadini, costituivano il politburo del partito comunista
locale e quindi erano convinti antifascisti.
Era successo che al giardinetto del Monumento ai Caduti
era stato piantato durante il fascismo un pino, a ricordo
ed in onore di Arnaldo Mussolini, fratello del Duce, il
quale morì improvvisamente, per un attacco cardiaco, a
Milano il 21 dicembre 1931, a soli 46 anni.
Finita la guerra e morto ormai anche il celebre fratello
Benito, i comunisti, capeggiati
da Zi' Carminìccie
Chinni, armati di scure ed accette, decisero di recarsi in
massa al Monumento ai Caduti per tagliare il pino.
Giunti in loco, i compagni attendevano frementi, intorno
al malcapitato albero, che il leader maximo, desse
l'ordine di abbattimento.
"
Abbattete la pina!!!", gridò ad alta voce
Zi'
Carminìccie. Ed il pino, dopo alcuni istanti, cadde
al suolo terminando la sua esistenza "terrena".
Insomma anche le figure istituzionali, portandosi dietro
antichi retaggi culturali, si sforzavano di parlare in
italiano, ma solo quando non ne potevano fare a meno,
prediligendo il dialetto, la vera lingua madre.
Praticamente il dialetto, nonostante fossimo giunti agli
inizi degli anni '60, lo parlava ancora
lu popele e lu
Cummìune (il popolo ed il Comune), modo di dire
locale per indicare un qualcosa che fanno o sanno tutti (
le
sa lu popele e lu Cummìune) e quindi anche
Giuvuánne
la uardie, essendo un dipendente comunale, lo
parlava quotidianamente, anche perchè non pregiudicava in
alcun modo in paese, la sua autorità di guardia comunale.
Mi raccontò un giorno mio zio, Mimì' Napolitano, figlio di
Zi' Bastijane, che quando aveva il camion, era
solito parcheggiarlo in Piazza San Vitale, all'epoca
Piazza Municipio, vicino la palazzina dell’Arco della
Terra, dove abitava.
Una sera, dopo il rientro dal lavoro, mentre era intendo a
radersi, suonarono al campanello.
Era
Giuvuánne la uardie, che in dialetto
sansalvese, gli disse: “
Mimì, pe' piàciàre ne pusa’ lu
camie a elle. Si che vu fua’ mettele vecene a la
chijscie” (Mimì , per piacere non lasciare più il
tuo camion dove lo hai parcheggiato. Lascialo vicino alla
chiesa).
“
Vabbune Giuvua’ " (Va bene Giovanni), gli rispose
Mimì, "
me faccie la varve, e sciàgne” (mi faccio la
barba, scendo e lo sposto).
Dopo aver terminato di radersi Mimì scese e spostò il suo
camion nel posto indicatogli da Giovanni, ma non trascorse
neppure una settimana che ricominciò a parcheggiarlo
nuovamente dove lo lasciava prima.
Ed ecco nuovamente squillare il campanello. Era sempre
Giuvuánne:
“
Mimì! Te l’aje dette! Lu camie ne pusa’ chiu’ elle, da
mbéccie”. (Mimì, te l'ho già detto! Il camion non
parcheggiarlo più là. Da' fastidio).
“
Scuse Giuvua'” (Scusa Giovanni) gli rispose di
nuovo Mimi’, mentre si faceva anche quella sera la barba.
“
Mo ’rsciagne e le sposte” (Adesso ridiscendo giù e
lo sposto).
E così fece. Ma non trascorse tempo che Mimì se ne tornò
alla sua vecchia abitudine, ricominciando di nuovo a
parcheggiare il suo camion al solito posto di prima. “
Me
stave chiu cómede” (Mi era più comodo), mi disse mio
zio, raccontandomi la storiella.
Ed ecco ripetersi la solita scena.
Squilla il campanello, Mimì si affaccia e trova Giovanni,
il quale appena lo vede, gli dice: “
Mimì fi’ pruprie
schefe!” (Mimì fai proprio schifo!).
Giovanni, girò i tacchi e ando’ via senza aggiungere
altro. Fu talmente efficace "
quel Mimì fi pruprie
schefe" che da quella sera Mimì non posò più il suo
camion nel luogo in cui era solito parcheggiarlo.
Mi disse mio zio in conclusione: "Quella frase valse più
di dieci contravvenzioni"
Purtroppo Giovanni, dopo qualche tempo fu costretto a
smettere la divisa di guardia comunale, e non per colpa di
Mimì.
Probabilmente proprio a causa di evidenti difficolta ad
esprimersi in italiano, con i tempi che stavano mutando,
gli venne riconvertito il posto da guardia municipale in
quello di autista operaio comunale. Accusò il colpo e ci
rimase un po' male, ma non più di tanto. Lo ricordo sempre
in giro con il furgoncino della carne
de
l’ammazzatóje (del mattatoio comunale), con il quale
riconsegnava la carne degli animali macellati ai macellai
del paese. Restò sempre quella brava persona che era,
dedicandosi a far parte in modo costante delle deputazioni
delle feste di San Vitale. Il destino lo strappò, ancor
giovane, prematuramente alla vita ed all’affetto dei suoi
cari.
Comitato festa di San
Vitale. Giovanni Del Borrello, 2° a sinistra, con lu purcillàte
in mano.
Tornando al traffico sulla nazionale, di lì non passavano
solo gli italiani. Sopratutto in estate passavano anche
molti stranieri: francesi, inglesi, tedeschi e persino
qualche americano, a bordo di quelle automobili
lunghissime, come quelle che si vedevano nei film dei
gangster con Al Capone.
E con loro comprendersi era ancor più complicato.
Si racconta che in un caldo e torrido pomeriggio estivo,
un americano, rimasto in riserva con la benzina, si infilò
per sbaglio con la sua auto in Via Circonvallazione
(attuale Viale Duca degli Abruzzi), forse ingannato dal
fatto che vide in lontananza il cane a sei zampe dell'AGIP
del deposito di gasolio per mezzi agricoli di Virgilio
Cilli, che aveva invece il distributore di carburanti in
Via Roma.
Arrivato nei pressi, vide
Pasquale Panzótte (Di
Santo) e gli chiese: “
Gasoline? Gasoline?”, per
chiedergli se lì poteva fare benzina.
“
Ue’! Piccà ni pìghe ‘na buttè de bbèrre?” (Uè!
perche non paghi una bottiglia di birra?), gli rispose
Pasquale, che con il caldo che faceva aveva
'ncurpe
'na setàccie (in corpo una forte sete).
Edoardo Maccarone intento
a rifornire di carburante una grande auto straniera,
rarissima da vedere a quei tempi.
La nazionale era considerata pericolosa dai genitori. Si
raccomandava ai bambini di non andare a giocare
a la
via nóve (sulla strada nuova, asfaltata) dove
passavano le macchine. E non avevano tutti i torti. Una
sera, se ne uscì una ruota ad un autotreno in Via Roma. La
ruota colpì il povero Vitale Di Biase, che negli anni ’60
fu bidello alla Scuola Media, che stava camminando sul
marciapiede, mandandolo in Ospedale a Vasto. In
precedenza, mi raccontò Umberto Di Biase, vi era stato su
via Roma, un investimento mortale di una bambina e spesso
capitavano anche incidenti, tra cui uno in cui perse la
vita un contadino locale, sull'attuale Via Istonia, in cui
il poveretto finì travolto da un autotreno, dopo che
la
bìstie si spaventò e lo disarcionò alla vista del
pesante automezzo.
Ed a proposito dei bambini, qualche buontempone aveva
detto loro che avrebbero ricevuto un pallone di calcio in
dono se avessero preso mille numeri di targhe delle
automobili che passavano sulla nazionale. La voce si
sparse in un baleno. Molti bambini si armarono di
quadernini con la copertina nera e bordino rosso, come
quelli sui quali si annotavano la credenze (i debiti) dal
panettiere, e vi riportavano le targhe delle automobili in
transito. Era uno scherzo, ma servì a tanti bambini, me
compreso, ad imparare un po’ di geografia, leggendo le
sigle delle targhe automolistiche che indicavano i nomi
delle citta di provincia in cui le auto erano state
immatricolate.
E sempre a proposito di bambini, mi raccontò il mio amico
Tonino Longhi, che era nato nel '36, a proposito
dell'ignoranza che regnava a San Salvo, che un giorno una
nonna analfabeta chiese al nipotino, che frequentava la 1^
elementare, di prendere il libro di scuola perchè voleva
sentirlo leggere.
La nonna aprì a caso una pagina del libro, dove era
raffigurato
nu vucale (un boccale per il vino) e
disse al nipotino: "
Lìggi, lìggi, nipote me' "
(leggi, leggi, nipotino mio).
Ed il bambino, che non ancora imparava a leggere, vide
lu
vucale ed improvvisò la lettura: "
Lu vucalette...
che caccie lu vine" (il piccolo boccale... che spilla il
vino).
"
Brave a lu nipote me!" (ma quant'è bravo il
nipotino mio,) si complimentò la nonna.
Ed il bambino, euforico per il complimento ricevuto,
aggiunse ".
..e cacche vódde... caccie pure l'acque"
(e qualche volta 'caccie' lo si riempie anche con l'acqua
).
"
Ma gna sa légge bbélle lu nupaute me' ", concluse
la nonna.
Eh si! Moltissimi nostri nonni, putroppo, non sapevano
neppure fa' la O
nghe lu bucchìjre (fare la O con
il bicchiere).
Figuratevi che mia nonna Maria, analfabeta, dopo che mia
madre si diplomó maestra, con le pagine della Divina
Commedia
ciappecciéve lu foche (ci accendeva il
fuoco).
Ed a proposito di argomenti divini e trascendentali, mi
raccontò mio padre, che come già detto era un maestro
elementare, che un giorno
Zi’ ‘Ndrà’ (zio Andrea),
un anziano contadino alto e magro, mentre
ze secáve (si
stava tagliando) i capelli , dal barbiere
Mastre
Nicola Fabrizio, gli chiese: "
Signore maje’,
secondo
te chi è più potente Patro Puglio o Sande Vetale?”
(Signor maestro, secondo te chi è più potente Padre Puglio
o San Vitale?).
Non so cosa gli rispose esattamente mio padre, essendo
solo un insegnante e non il Padreterno, ma una cosa è
certa: riuscì immediatamente a fare l’analisi “logica”
alla domanda di
Zi' ’Ndrà'.
Patro Puglio, altro non era che Padre Pio,
all’epoca agli albori della sua religiosa popolarità, ed
evidentemente
Zi’ ‘Ndrà’, avendo sentito parlare
del frate di Pietrelcina, che compiva miracoli nel
convento dei Cappuccini di San Giovanni Rotondo (FG),
cercava di appurare da persona che
tenàve la làttere (aveva
la lettera, cioè istruita), se la prolificità miracolosa
del padre cappuccino, fosse superiore o meno a quella di
San Vitale Martire, patrono del paese.
Ma perchè Patro Puglio e non Pio?
Continuando con l'analisi logica, all’epoca in dialetto la
Puglia i sansalvesi la chiamavano
le Pije e
probabilmente
Zi’ ‘Ndrà’, sentendo parlare di
Padre Pio, che sempre in dialetto veniva chiamato
Padre
Pije, fece un po’ di confusione credendo che il suo
nome fosse il maschile di Puglia e quindi era corretto
chiamarlo in italiano
Puglio, trattandosi di un
frate e non una suora, .
Mastro Nicola Fabrizio,
deceduto prematuramente, all'interno del suo salone,
mentre taglia i capelli a Uréste lu scarpare (Oreste
Fabrizio) Il salone era ubicato a la curve de lu
Munuménte, a fianco del Bar Centrale, essendo
Nicola fratello di Gino Fabrizio, primo esercente del
bar, entrambi proprietari dell'immobile di famiglia.
Un po’ tutti gli anziani di quei tempi facevano spesso un
po' di confusione, parlando in italiano. L’analfabetismo
era ancora un dramma non solo locale, ma nazionale.
Sempre mio padre mi raccontò che sul finire degli anni
'50, si recò un mattino a scuola il papà di un alunno,
chiedendogli come procedesse l'andamento scolastico del
proprio figlio. Mio padre gli rispose che più o meno se la
cavava benino, ma in italiano
ciuppucáve
(zoppicava), proprio non riusciva a
cucchie' du'
parole (a mettere insieme due parole).
"
Core de Sante Vetécchie!", esclamò il padre
dell'alunno tutto sconsolato. Poi quasi a voler dire che
il figlio non era un fesso, aggiunse:"
Canda te le
vulàsse fa' a vveda' quésse gna va a tucca' la bistie!
Arcaccià a la stálle lu fumìre! E' nu mastre! Arréve a
la lingua 'taliane e 'ndoppe." (Lo dovresti vedere
mio figlio com'è bravo a cavalcare il cavallo! A
ripulire la stalla dal letame. E' un vero maestro. Arriva
alla lingua italiana ed intoppa).
Eh si! In quel tipo di società, ancora per molti versi
contadina, era più importante che i propri figli sapessero
governare gli animali, piuttosto che saper scrivere in
italiano.
E giacchè in questo capitolo ho scomodato un po' tutta la
mia famiglia materna e non solo, concludiamo con mia
madre, Lidia Napolitano, che come già detto pure una
maestra elementare era.
Mi raccontò sorridendo che durante la guerra molti
giovanotti non avevano potuto frequentare la scuola
elementare e per questo motivo non avevano conseguito la
licenza di quinta. Ne erano circa una cinquantina tra cui
Fioravante D’Acciaro, Vitale Baldassarre, Gino di Cola,
Giuseppe Bracciale. Questi ragazzi, alla sera, dopo i
lavori nei campi, frequentavano
la scola serale (la
scuola serale), in cui insegnavano entrambi i miei
genitori, giovanissimi maestri fuori ruolo. Frequentava
uno di questi corsi anche
Jséppe la rasannélle,
che era un ragazzo molto vispo ed intelligente. Una sera
tema della lezione fu il superlativo assoluto ed il
suffisso issimo negli aggettivi e negli avverbi, e mia
madre portò un esempio dicendo che il superlativo assoluto
di bravo era bravissimo. La interruppe Giuseppe, che le
disse immediatamente di aver capito: "
Signora maie’ so'
capiute.
Ci zi màtte issimo. Je' presempie me
chiame Giuseppe ... Giuseppissime!". (Signora
maestra ho capito. Ci si mette issimo. Io, per esempio, mi
chiamo Giuseppe... Giuseppissimo).
"
Quell'albitro ha fatto pietatissimo!", così se ne
uscì invece in epoca più recente un dirigente della
neonata U.S. San Salvo nel '67, riferendosi ad un arbitro
di calcio che a suo giudizio non aveva arbitrato bene una
partita della squadra locale. "
Poi però ha pentito",
aggiunse subito dopo, volendo spiegare che secondo lui, a
fine partita, vi era stato un pentimento da parte del
direttore di gara per aver danneggiato la squadra
sansalvese.
Evidentemente i maestri di quei tempi erano davvero
superlativi.
NOTE:
-
Sebastiano Napolitano, mio nonno materno, fu
personaggio molto amato, insieme a Carmine Chinni
e Carlo Alberto Camicia, dai compagni comunisti, i
quali vedevano in lui, uno dei pochi, che pur
possedendo un po’ di terreno, si era schierato da
sempre con la povera gente, combattendo per il
riscatto sociale di chi non aveva un tozzo di pane
da mettere sotto i denti. Aveva la 2^ elementare
ed aveva imparato a leggere e scrivere jénne
pasciénne le pechere (mentre da bambino lo
mandavano a pascere le pecore). Quel po’ di scuola
che fece gli servì per leggere una vita intera il
quotidiano comunista l’Unità, a cui era abbonato,
definito a quei tempi ironicamente dai
democristiani il giornale della veritá, e per
scrivere, in età senile, un libro dal titolo
“Chiedo scusa ai letterati”, un capolavoro, ancor
di più prima che un giornalista glie lo
correggesse. Aveva fatto la prima guerra mondiale
sull'Adamello e lì si era forgiato, diventando per
tutta la vita strenuo difensore della pace e della
giustizia sociale. Definiva i suoi giovani
compagni commilitoni, ma anche i nemici, povere
feje de mamme (poveri figli di mamma),
costretti a combattere per interessi dei potenti.
Venne insignito a tarda età, insieme ad altri
nostri compaesani, tra cui anche Carmine Chinni,
del titolo di Cav.di Vittorio Veneto. Mi disse di
lui un giorno l'ex Sindaco comunista Arnaldo
Mariotti: “Oggi Giovanni Paolo II, il Papa, parla
di sorellanza. Tuo nonno aveva già coniato questo
termine precedentemente al Santo Padre, e per
questo motivo veniva addirittura preso in giro”.
Tornando ai suoi comizi, mio nonno, che nella
vita, era un tipo calmo, saggio e riflessivo, ogni
tanto però, in politica, perdeva le staffe. Gli
capitava spesso, quando, per meglio esprimere le
sue opinioni, si infervorava e stuccáve
adderette (tagliava corto), senza troppi
giri di parole. Aveva ricoperto la carica di
assessore comunale nell’amministrazione social
comunista nell'immediato dopoguerra, risultata
vincitrice nelle prime elezioni amministrative
repubblicane nel '46. In quelle votazioni venne
eletto sindaco il maestro elementare Ugo
Marzocchetti che restò in carica circa 2 anni, dal
’46 al ’48, dimettendosi per motivi personali.
Dopo le sue dimissioni gli subentrò nella massima
carica comunale Domenico Cervone, falegname, nonno
di mia moglie, il quale fu Sindaco sino al termine
del suo secondo mandato nel ’56, quando per la
prima volta nella storia della politica
amministrativa locale vinse la Democrazia
Cristiana. Nel periodo di transizione tra i due
Sindaci Marzocchetti e Cervone, socialdemocratico,
per un breve periodo, mio nonno, Sebastiano
Napolitano, assunse i poteri di Sindaco facente
funzioni. Non durò a lungo. Dovette dimettersi
perchè durante uno dei suoi infuocati comizi in
Piazza Municipio, ora Piazza San Vitale, venne
accusato di aver fatto illuminare il baldacchino
su cui parlava, con una lampadina alimentata dalla
corrente elettrica della sede municipale,
all’epoca ubicata in una casa con ingresso in C.so
Umberto I, ma con affaccio anche nella parte
opposta, lato attuale piazza San Vitale. Partì una
denuncia al Prefetto da parte della Democrazia
Cristiana, in cui venne accusato di aver sfruttato
la corrente elettrica del Comune per scopi non
precisamente istituzionali, predicando contro la
DC ed il governo. Interpellato dal Prefetto fu
costretto a rassegnare le dimissioni. Gli subentrò
Carmine Chinni, anch’egli assessore comunale, sino
a quando non subentrò definitivamente come Sindaco
Domenico Cervone. Per notizia all’epoca il
Municipio era in affitto in una casa di Don
Gaetano De Vito su C.so Umberto I, in quanto una
notte, la sua sede originaria, ubicata a fianco
della Chiesa di San Giuseppe, che comprendeva
anche la Scuola Elementare, venne distrutta da un
incendio. Successivamente il Comune di strasferì,
sempre in affitto, in IV Vico Savoia, in un
palazzo di proprietà di Donna Porfida Artese, e vi
restò sino alla fine degli anni ’50, quando venne
costruito il nuovo palazzo municipale nell’attuale
Piazza Papa Giovanni. A realizzarlo fu la
Democrazia Cristiana, con finanziamenti ottenuti
dalla precedente amministrazione social comunista.
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Il maestro Elementare Ugo Marzocchetti, che
aveva studiato dai frati, cugino di 1° grado di
mio padre per via della mamma Angiolina Sparvieri,
fu il primo Sindaco di San Salvo nell'era
repubblicana. Persona moralmente ineccepibile, dal
carattere mite e signorile, lo avevano voluto alla
guida dell’amministrazione essendo un uomo di
cultura, in una società in cui, come già detto,
l’analfabetismo era ancora diffusissimo. La sua
esperienza di Sindaco non durò a lungo: restò in
carica circa 2 anni, dal ’46 al ’48, dimettendosi
per motivi personali, anche se le cause che lo
indussero a dimettersi, almeno da quel che si
dice, pare fossero innumerevoli, tra cui: 1) le
denunce che riceveva dalla fazione politica
avversa; 2) la faziosita di alcuni compagni che
gli chiedevano di ergersi a giudice-giustiziere in
situazioni che esulavano dalle sue funzioni
istituzionali; 3) le condizione di salute della
moglie, che da giovanissima ebbe un gravissimo
problema ad un ginocchio, che la rese invalida e
sofferente per tutta la vita. Ugo Marzocchetti era
il terzogenito di Mastre Pitre, ex Podestà
ai tempi del fascio, che si dimise anch'egli dopo
contrasti con il Dr. Vitaliano Ciocco, potente
gerarca fascista. Sposò la maestra elementare
Cristina Napolitano, cugina di mia madre, in
quanto figlia di Domenico, fratello maggiore di
mio nonno. Uomo di scuola, il maestro
Marzocchetti, rivestì per decenni la carica di
fiduciario scolastico, quando San Salvo non aveva
la direzione didattica e dipendeva da quelle di
Monteodorisio e di Vasto. Considerato per decenni
il maestro elementare per antomasia di San Salvo,
insieme a sua moglie, la majàstra Cresténe
(la maestra Cristina), furono insegnanti di molte
generazioni di alunni sansalvesi, tra cui anche la
mia. Ebbi l'onore ed il piacere di averlo avuto
come unico mio maestro di scuola elementare,
dapprima nella vecchia sede nell'attuale Piazza
San Vitale e nei primi anni '60 nel nuovo palazzo
scolastico di Via de Vito, da poco realizzato.
A sin. in seconda fila,
l'ins. Ugo Marzocchetti, al centro il Cav. Leone
Balduzzi e a destra il Cav. Virgilio Cilli, ritratti
nella sezione Ezio Vanoni della D.C. durante
un'intervento del Sen. Amintore Fanfani nel '74.
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La via nóve (la via nuova) per
antonomasia, come mi fece notare Umberto di Biase,
era la nazionale. Probabilmente veniva chiamata in
questo modo perchè fu la prima strada ad essere
asfaltata. La asfaltarono gli inglesi durante la
guerra dopo la battaglia del Trigno del novembre
1943, per meglio far transitare i loro mezzi
bellici verso il fronte sul Sangro. Man mano che i
tedeschi si ritiravano, gli inglesi avanzavano
verso nord, e procedevano ad asfaltare la vecchia
S.S. 16, all'epoca brecciata. Fu allora che i
sansalvesi prima, ed i vastesi dopo, conobbero
l'asfalto e la catrame, con la quale i bimbi
realizzavano le pallìccie (biglie di
catrame). Successivamente il nome via nove assunse
il significato generale di strada, via pubblica.