Ma non vi furono solo società
trattoristiche in quel periodo. Vi fu anche un proliferare
di quelle camionistiche.
Infatti, nonostante la prima vera e moderna società
camionistica sansalvese, quella del camion di
Tinarìlle,
non fosse durata a lungo, un primo modello societario in
linea con i tempi, però era stato delineato e sulla sua
scia se ne formarono altre.
Protagonisti furono per lo più i figli degli antichi
carrittire (i carrettieri), le cui famiglie avevano
sempre svolto servizio di trasporti con i carretti per
conto terzi. Questi giovani intuirono che era giunto il
momento di abbandonare gli animali da traino, per passare
ai camion.
Nota certamente positiva fu il fatto che molti di questi
giovani, le cui famiglie d’origine erano concorrenti tra
di loro, superarono tacite rivalità familiari, unendosi
tra di loro in società.
Fu un vero momento di aggregazione tra le nuove leve.
E’ il caso, ad esempio, di
‘Ntonie de Carruzzire
(Antonio Fabrizio), e
Uide Zingrélle (Guido
Fabrizio), più famoso qualche anno più tardi come
Uide
lu spaccieste (Guido il tabaccaio), i quali pur
appartenenti a famiglie di carrettieri diverse,
acquistarono in società un camion, un’Alfa Romeo 450, con
cassone senza ribaltabile. Il loro lavoro consisteva
principalmente nello svolgere gli stessi servizi che
avevano svolto i loro genitori, cioè il trasporto, per
conto terzi, di pietre per la costruzione, che prelevavano
sui greti del fiume Trigno o del Treste, coadiuvati nella
mano d’opera da squadre di giovani operai, quasi tutti del
luogo, che
javene arcaccia' le préte a lu fìumue
(andavano a cavare le pietre a mani nude al fiume).
Antonio Fabrizio, detto
Carruzzìre perchè la sua famiglia aveva anche la
carrozza, con il suo cavallo prima di acquistare il
camion.
Restando tra i figli dei carrettieri divenuti
scioffer
(autisti), storia a parte è invece quella dei
fratelli
Vetale e
Uide Valerie (Vitale e
Guido Torricella), per lungo tempo considerati, insieme a
'Ntonie Carruzzire ed in seguito a
Mimì de
Napuletane (Domenico Napolitano), i camionisti
sansalvesi per antonomasia.
Vitale e Guido Torricella, come da tradizione di famiglia,
continuarono di fatto a lavorare insieme, con lo stesso
spirito che aveva insegnato loro il padre Valerio (da ciò
deriva il nomignolo
Valerie), rimasto alla storia
innanzitutto per il fatto di avere uno stallone per la
riproduzione
de le bistie (cavalli, asini e muli),
oltrechè per l’attività di trainiere e di
"caréja
múrte nghe la carrózze" (pompe funebri con la
carrozza), la cui effettiva proprietà era dell'impresa di
onoranze funebri del vastese Francesco Muratore, padre di
Silvio. Il loro primo camion fu una Isotta Fraschini,
senza ribaltabile. Acquistarono successivamente un camion
FIAT 624, come quello di
Tinarilille, e nel corso
della lunga carriera di camionisti un OM e vari 642 FIAT.
Società ibrida, invece, nel senso che non provenivano
entrambi da famiglie di
carrittire, fu quella
costituita da
Amedè di Zingrelle (Amedeo
Fabrizio), fratello di Guido, e dal macellaio
Gine de
Remmecchele (Gino De Francesco), quest'ultimo
appartenente alla più antica famiglia di macellai locali.
Il loro camion, con un muso lunghissimo, una Alfa Romeo,
di colore rosso, lavorava poco e per questo motivo, molti
lo ricordano sempre parcheggiato lungo l'attuale VII Vico
Umberto I, all'epoca viottolo disabitato. La società non
durò a lungo. Gino se ne tornò alla sua vecchia attività
di macellaio, mentre Amedeo cambiò mestiere, mettendosi a
fare il panettiere.
Una società camionistica invece che fece epoca fu quella
sorta tra
‘Ntonie Carruzzire (Antonio Fabrizio) e
Mimì de Napuletane (Domenico Napolitano).
Eravamo negli anni '50 e in quegli anni per poter lavorare
con un camion conto terzi era necessaria un'
autorizzazione provinciale, difficile da ottenere in
quanto, la lista era bloccata. Per potervi accedere
bisognava apettare che qualche titolare vi rinunciasse,
liberando un posto.
'Ntonie, già titolare di autorizzazione per conto
terzi, sciolta la società con
Uide lu spacceste,
fece entrare Mimì, che pur non essendo figlio di
carrittire,
aveva sempre avuto l'aspirazione a diventarlo. Mimì,
infatti, sin da giovanissimo,
aumme aumme (senza
alcuna autorizzazione), trasportava, con la sua giumenta e
lu trajéne di famiglia, i raccolti della campagna
di molti contadini,
scumbattenne a jurnate, cioè
non si faceva pagare, ma veniva contraccambiato con
giornate di lavoro nelle sue campagne da coloro a cui
aveva eseguito il trasporto.
I due tentarono subito di fare le cose all'ingrande.
Acquistarono alla concessionaria Alfa Romeo di Don
Galeazzo Valentinetti di Ortona, un'altro autocarro a
cambiali. Si trattava di un modernissimo camion
biancorosso sempre dell’Alfa Romeo, un 455, il primo
dotato anche di ribaltabile, che per poco, però, non lì
ribaltò in rovina, a causa delle frequenti rotture che si
verificavano, quasi ogni giorno, quando andavano a
prelevare
le scuje,
préte e vràccile
(grosse pietre, sassi e breccia), materiali da
costruzione, sui greti del fiume Trigno e Treste.
Un camion Alfa Romeo 455,
come quello di Antonio Fabrizio e Domenico Napolitano
Con il camion quasi sempre fermo in officina, fece affari
d’oro
Don Fuledeche (Filoteo Del Greco),
rivenditore autorizzato di pezzi di ricambio di Vasto.
Come si suol dire in dialetto sansalvese lavorare con quel
camion era
chiu' la spàse che la 'mbràse
(erano più le spese che il guadagno), ed i due entrarono
in crisi, non riuscendo più ad onorare le cambiali.
Non passò tempo, infatti, che il concessionario, Don
Galeazzo Valentinetti, li mandò a chiamare, facendo
intendere che era costretto a riprendersi il camion,
considerato che da un po' di tempo non ritiravano le
cambiali.
Mimì, com'era nel suo carattere, non si perse d'animo e
cercò di farlo ragionare: "Don Galea'!", gli disse, "non
siamo noi che non vogliamo ritirare le cambiali. Il camion
si rompe
nu jurne sce' e n'andre na' (un giorno
si ed un altro no).
Ze séme allentite a purtà solde a
Don Fuledeche!"(Ci siamo stancati a portare soldi a
Don Filoteo).
E concluse:"
Addummuanne a Don Fuledeche!".
Don Galeazzo capì e li incoraggiò a continuare.
Proprio a causa però degli affari che continuavano a
girare male,
Ntonie e
Mimì, dopo qualche
anno, si videro costretti a separarsi. Fu Antonio a
proporglielo, all'improvviso, durante una passeggiata
serale, dalla piazza
a lu Calevarie (al
Calvario). Antonio si riprese il suo vecchio camion e Mimì
il nuovo. Si separarono con una stretta di mano, senza
alcun rancore, restando per sempre ottimi amici, con la
gratitudine perenne di Mimì verso Antonio, per il quale
nutrì per sempre una incommensurabile stima.
Il futuro, nonostante qualche brutto guaio, si rivelò
migliore per entrambi.
Mimì, infatti, nonostante un brutto incidente, riuscì a
cavarsela: uscì indenne una notte, quando, dopo 15 giorni
e altrettante notti di lavoro senza chiudere occhio, sulla
S.S. 16, a Casalbordino stazione, un colpo di sonno gli
fece saltare il muretto di un ponte, volando al di sotto
con il suo camion. Insieme a lui viaggiava in cabina un
vecchio operaio sansalvese che volò insieme al motore del
camion, nel preciso istante in cui l’impatto sollevò i
parabrezzi dell’autocarro Alfa Romeo, che in quel modello
si sollevavano per far entrare aria in estate. Entrambi
rimasero illesi. Mimì, su consiglio di
Mastre Véte lu
varvire (Vito Napolitano, barbiere), suo cugino,
siccome avvertiva un lieve dolore all’addome, venne
accompagnato per precauzione all’ospedale di Vasto, per
timore che
n’avesse crepate a la panze (che non
avesse avuto lesioni alla milza).
L'incidente non lo spaventò affatto e Mimì, dopo qualche
anno, come si dice in gerco camionistico, divenne un
padroncino, comprandosi anche
la vettìure
(un'automolbile), una 1100 FIAT TV (tipo veloce), che
toccava in rettilineo
la bellàzze (la bellezza) di
100 Km orari e passa. Fu quello un periodo d'oro per Mimì,
che dopo qualche anno si trovò ad essere proprietario in
contemporanea di tre camion, un 642 N2, un 682N2 ed un
682N3 de la
FIET (così chiamavano la FIAT),
assumendo alle sue dipendenze diversi autisti tra cui
Antonino Gallina, genero di
Zi' Dumneche Izzarille
(Domenico Iezzi),
Gine Spenozze (Luigi Spinozzi),
entrambi di Montenero di Bisaccia, e Raffaele Paganelli,
giovane sansalvese, che di lì a qualche anno si mise in
proprio.
In piedi a sin. Vetale
Valerie (Vitale Torricella) ed a destra Mimì de
Napuletane (Domenico Napolitano), due storici
camionisti sansalvesi. Seduto Antonio Fabrizio
(escavatorista).
E
Ntonie Carruzzire?
Antonio continuò con molto equilibrio a lavorare da solo,
cambiando anch'egli diversi camion tra cui naturalmente un
642 FIAT. Ebbe purtroppo anch'egli due gravi incidenti,
nonostante all'epoca era considerato, e lo era, fra i più
affidabili autisti locali.
E siccome non vi è due senza tre, ne ebbe anche un terzo
di incidente, per fortuna questa volta tragicomico.
Successe che
Uide Turruciàlle (Guido Torricella),
il padre di
Marie la uardie (Mario, vigile urbano
negli anni '60), lo incaricò di fare
nu viaggie
(così veniva chiamato ogni singolo trasporto) al Mercato
Generale della Frutta di Pescara, dove voleva andare a
vendere
li citrìune (i cocomeri), che coltivava a
lu
Vurriccie (imbocco dell'attuale Via di
Montenero). Antonio nel pomeriggio del giorno prima, fece
caricare
várr'a várre (pieno fino all'orlo) il
cassone del camion di cocomeri, decidendo di partire il
mattino dopo, di buonora.
Uide, temendo che
durante la notte qualcuno potesse salire sul camion e
fregargli qualche cocomero, gli consigliò di parcheggiarlo
nella sua casa, in Via della Circonvallazione, dove aveva
uno spiazzo recintato, ma Antonio gli rispose che non
c’era nulla da temere: l’avrebbe parcheggiato
tranquillamente dinanzi casa sua, in Piazza San Vitale,
dove nessuno si sarebbe
abbecenéte (avvicinato).
Il mattino seguente come d'accordo partirono. Salirono sul
camion naturalmente anche Guido,che doveva vendere i
cocomeri e suo figlio Mario, che era ancora un ragazzino.
All'epoca l'unica strada per arrivare a Pescara era la
vecchia nazionale, la S.S. 16, che attraversava Vasto,
passando poi per le stazioni ferroviarie di Casalbordino,
quelle di Torino di Sangro, Fossacesia, San Vito Chietino
e via di seguito.
Tornando al camion, già sulla prima salita, quella dopo il
ponte di Buonanotte, una Bianchina 500, che li seguiva,
guidata da Pasqualino Cilli, cominciò a suonare il
clacson, cercando di far capire loro che c'era qualcosa
che non andava. "
E che vo' que'... ma che vo que''"
(ma cosa vorrà questo qua, ma cosa cavolo cerca questo
qua), iniziò a dire Antonio, forse pensando che volesse
sorpassarlo. Giunti
a la Sággie (C.da Salce), dove
vi era una fontanella ed un po' di rettileo prima di
arrivare a Vasto, Pasqualino finalmente li sorpassò,
indicando con la mano il cassone del camion.
"
Ma vatténne va'!', gli rispose Antonio, stizzito,
rifacendogli segno con la mano, non avendolo neppure
riconosciuto.
Non diedero peso, durante il viaggio, neppure ad altri
automobilisti (e non è che ve ne fossero molti in giro),
che da dietro, ogni tanto, quand'erano in salita,
suonavano il clacson. Senonchè giunti alle salite di
Ortona, un' automobilista, da dietro iniziò a strombazzare
sempre più insistentemente il clacson, e dopo averli
sorpassati, si fermò e li bloccò.
Ahimè! Avevano scaricato mezzo ribaltabile di cocomeri per
strada.
Era successo, almeno questa fu la ricostruzione dei fatti,
che durante la notte, alcuni ragazzi, per fregare qualche
cocomero, erano saliti sul camion e forse, senza
accorgersene, avevano pestato con le scarpe
li
calicagnette (i ganci) che serravano la sponda
posteriore del cassone, che in quei primi camion si
agganciavano al contrario, che erano rimasti
pézz'a
pézze (lievemente agganciati).
L'altra metà dei cocomeri si salvò grazie ad una catena
che non consentì l'apertura totale della sponda.
La fortuna però non li abbandonò del tutto. Ripartiti e
giunti a Pescara, Guido vendette a buon prezzo quella metà
dei cocomeri che si erano salvati e Antonio, da uomo
d'onore che era, non si fece pagare
lu viaggie (il
trasporto). Felici e contenti, ridendo loro stessi
sull'accaduto, fecero ritorno a San Salvo.
Naturalmente il fatto suscitò l’ilarità dei sansalvesi,
che com’era prevedibile ci misero
cacche curnéce (qualche
cornice, come una cornice ad un quadro, nel senso che
ognuno aggiunse qualcosa di proprio per rendere l’accaduto
ancora più divertente).
La versione più famosa era quella che diceva che sui quei
cocomeri, tutti
squaquaracchite (sfragellati
cadendo a terra), e
affracchìte (pestati, resi
poltiglia dagli altri automezzi che vi erano transitati
sopra) vi fu
nu ’ccidaje (una strage) di
biciclette e motociclette di ragazzi, che di notte, al
buio, dopo essere stati alla festa di Santa Maria Stella
Maris a Vasto Marina (all’epoca non c’era la litoranea e
per andare a Vasto Marina si passava per il centro di
Vasto), caddero mentre facevano ritorno a San Salvo per la
nazionale.
Naturalmente
de curnéce ce ne furono tante: c’era
chi diceva che qualcuno, al buio, rialzandosi dopo la
caduta, aveva creduto
ca j z’ave’ spacchite li
cirvelle (che gli si fosse fracassato il cranio), in
quanto si era ritrovato nghe mezza
scorcie de citràune
‘ncape (con metà scorza di cocomero sulla testa come
un elmetto); chi invece diceva che qualcuno, dopo la
caduta,
ave’ ’rmase ‘nzanganate da cème a pite (si
era ritrovato sanguinante dalla testa ai piedi),
accorgendosi solo dopo che si trattava della polpa del
cocomero, e chi raccontava che quel solito e sempre
qualcuno,
z’ave’ fatte ’na sciuvullénne de trenta
metre a cavalle a nu citràune (si era fatta una
scivolata di trenta metri a bordo di un cocomero). Insomma
ognuno ci metteva
’na pezze a chelàure (una pezza a
colore), naturalmente rossa come la polpa del cocomero.
E tanto per buttarla ancora sui cocomeri, secondo me andò
peggio ad una squadra di ragazzi che giocavano a calcio
negli anni '50, anche se a loro sicuramente andò meglio
rispetto a la squadre
de li studìnte, che come già
scritto, al ritorno dalla partita in trasferta da
Montenero di Bisaccia, restarono vittime di una sassaiola,
mentre erano seduti sul cassone
de lu camie de
Tinarille.
Si racconta che Armando Pollutri, che giocava nella Tenax,
una squadretta di calcio locale, una domenica fregò il
camion a suo padre,
Carminuccie, e senza patente
caricò gli amici sul cassone, per andare a disputare una
partita di calcio a Fresagrandinaria. Vinsero 2 a 1, ma al
ritorno, mentre percorrevano le prime curve per tornare a
San Salvo, vennero improvvisamente bombardati da una
pioggia di
scorcie di
citrìune (scorze di
cocomero) da parte dei fresani, che non trovarono di
meglio per vendicarsi della sconfitta subita in casa.
Chi era
Carminuccie (Carmine) Pollutri?
Un panettiere, che aveva un forno in C.so Umberto I,
angolo VII Vico Umberto I, al quale aveva annesso anche un
negozietto di generi alimentari
de la cuuperatéve
(aveva aderito ad una delle prime cooperative alimentari
nazionale). Aveva anch'egli un camion, un 622 FIAT , che
adoperava ad uso proprio per il trasporto dei prodotti
inerenti la sua attività commerciale, e nel periodo della
trebbiatura, per trasportare la paglia imballata dalle
campagne sansalvesi ad una cartiera di Chieti.
E ad proposito di trebbiatura, restando sempre nel campo
camionistico, aveva una trebbia anche
Peppine
Marinille (Giuseppe Marinelli), che purtroppò gli
si bruciò.
Non volendo ricomprarne una nuova, dopo un periodo in cui
se ne andò a lavorare
appresse a la trebbie de Don
Giorgie (al seguito della trebbia di Don Giorgio Di
Michele, il fattore dei terreni del marchese D'Avalos in
contrada Montalfano di Cupello), comprò nel '56 un camion,
un' Isotta Fraschini, sul quale fecero "scuola guida" e di
vita i figli, gettando le basi per la nascita, negli anni
successivi, della ditta Marinelli, una delle maggiori
imprese della zona e non solo, nel campo dei trasporti,
dell'edilizia e movimento terra.
E per concludere con i camion, ne aveva uno anche
Carminuccie
lu casulane (Carmine Onofrillo) che gestiva, insieme
alla moglie, un negozio di alimentari in Via Roma. Il suo
camion era
nu Visconté' (un Visconteo
Autobianchi), con il quale faceva la spola San
Salvo-Milano, trasportando all'andata prodotti agricoli
nostrani ed al ritorno quelli caricati al Mercato
Ortofrutticolo della città meneghina.
Insomma tra la fine degli anni '50 e gli inizi del
decennio successivo, vi fu una vero proliferare di
camionisti, nonostante il trasporto conto terzi fosse
ancora bloccato dalle autorizzazioni provinciali,
difficilissime da ottenere.
Alcuni loro nomi: Vito Di Rito, figlio del panettiere
Luegge Tinarille, che era più un autista di linea;
Marie
lu palmulase (Mario D'Adamio di Palmoli), che
acquistò insieme al cognato Costantino Cilli, un 642 FIAT;
Amerigo Di Santo, figlio di
Pasquale Panzotte
anch'egli proprietario di un 642 FIAT; Raffaele Paganelli,
il giovane autista di
Mimì de Napulitane, che
qualche anno dopo si mise in proprio e fu il primo
sansalvese ad acquistare
nu camie e remorchie
(autotreno).
In conclusione, comprare il camion in quel periodo divenne
per molti giovani, figli di carrettieri e non, un modo di
rapportarsi con le nuove opportunità di lavoro, che i
nuovi tempi offrivano. Chi unendosi in società e chi per
proprio conto, furono tra i primi, insieme ai trattoristi,
ad annusare l'odore della benzina, che, almeno in quegli
anni,
addurave (profumava) di speranza, di
progresso e civiltà.
NOTA: