Restando nel campo della
sanità ed addentrandoci in quello farmaceutico, quando
si dice il destino!
Correva l'anno 1956.
Era successo che il farmacista del paese, il dott.
Giovanni Ialacci, sansalvese, decise di andarsene a
Chieti, ove aprì una farmacia. A sostituirlo arrivò la
dottoressa Maria D’Annunzio, che era la mamma di
Do’
Marie lu farmaceste (dott. Mario Di Croce,
attuale farmacista in piazza Papa Giovanni XXIII, padre
del dott. Nicola).
La dottoressa D’Annunzio, essendo già titolare di altra
farmacia in quel di Casalanguida, e non potendo
dividersi tra i due paesi, pensò di affidare quella di
San Salvo ad una sua comare, da poco laureata, la
giovane Maria Adda Iole Di Nardo (1930 - 2004),
originaria di Guilmi, chiamata affettuosamente in
famiglia Ioletta, la quale con entusiamo accettò
l’incarico.

Qui la giovane Iole, conobbe Erpinio
Labrozzi (1922-1981), un giovane veterinario sansalvese,
che frequentava la farmacia per motivi professionali, il
quale dopo aver fatto amicizia con la nuova farmacista,
se ne invaghì perdutamente.
Erano ancora i tempi in cui la dichiarazione d'amore era
ancora di esclusiva competenza maschile ed il
fidanzamento era una cosa serissima, il preludio vero al
matrimonio che sarebbe durato un'intera vita.
Fatto sta che il nostro caro Erpinio, nonostante avesse
studiato a Bologna e poi a Perugia, dove si era
laureato, e quindi avesse frequentato ambienti
universitari in cui i rapporti tra giovani di ambo i
sessi non destavano da tempo alcun scalpore, stentava a
dichiararsi nei confronti della bella farmacista, forse
condizionato, una volta ritornato a San Salvo, ancora da
quella mentalità paesana che aveva sovrapposto, prima
della sua partenza, più di una barriera fra i ragazzi e
le ragazze.
Evidentemente il caro amico Erpinio, che ho avuto il
piacere ed in grande onore di conoscere di persona
quand'era ancora in vita, dotato anche di un ottimo
senso dell' humor, tra gli studi di scuola media e
ginnasiali al Collegio Gian Battista Vico di Chieti, la
lunga prigionia in Albania durante la campagna di guerra
in Grecia ed i successivi anni universitari in quel di
Bologna e di Perugia, era stato troppo tempo fuori da
San Salvo e pensava che i tempi, per quanto
riguardassero la vita sentimentale dei suoi coetanei
sansalvesi, non fossero affatto cambiati.
E invece sì, erano cambiati eccome ed anche Erpinio lo
sapeva, solo che probabilmente tentennava a dichiararsi
per ben altri motivi, che leggendo, più in là,
scopriremo insieme.
Infatti, erano finiti da un pezzo i tempi in cui
l'innamorato lasciava di notte "
lu tàcchie" (un
ciocco) dinanzi alla porta della casa della morosa,
sperando che di notte il padre della ragazza lo
rientrasse dentro e quindi, se ciò avveniva,
avè'
ntecchiate, cioè aveva colpito nel segno e si
poteva fare il matrimonio.
Ma non solo. Erano lontanissimi anche i tempi in cui i
genitori della sposa, in segno di lutto, non andavano al
matrimonio della propria figlia perché era come se fosse
morta, e che la consuocera, lo stesso giorno delle
nozze, portava loro
lu cunzóle, un canestro
pieno di cibo, proprio come era usanza nei funerali.
Oramai i genitori sansalvesi si erano emancipati e le
figlie femmine stavano
a libertà Sandrocche (a
libertà San Rocco), cioè godevano di alcune concessioni,
prima della guerra letteralmente vietate.
Alcuni esempi.
Le ragazze, ora, potevano liberamente uscire la domenica
e farsi una bella passeggiata con qualche amica per il
paese. Naturalmente non potevano
parlà' 'nghe le
giuvunútte (parlare con i ragazzi), specialmente
con quelli che
j jàvene apprèsse (che le
corteggiavano), altrimenti quando sarebbero ritornate a
casa le avrebbero
struppujte de màzzate (le
avrebbero riempite di botte). Per il resto, però,
potevano parlare di tutto, persino del più e del meno.
Sempre in tema di maggiori libertà, certamente le
ragazze sansalvesi non potevano andare a ballare in
discoteca, anche perché non ce n'erano, ma per il resto
potevano liberamente ballare durante le feste in casa
fàmmene
e fàmmene (donne con donne).
Altro esempio. Le ragazze, durante la messa, non
potevano naturalmente scambiare sguardi furtivi con i
rispettivi spasimanti, che le ammiravano da lontano, ma
per il resto potevano liberamente confessarsi, sentire
la predica e fare pure la comunione. Altro esempio
ancora. Le ragazze naturalmente, non potevano
affacciarsi alla finestra e sospirare quando passava il
moroso, ma per il resto potevano affacciarsi
tranquillamente al balcone
p'arcóje le pénne (per
raccogliere il bucato,) l'importante che ne
faciàvene
cascà' li chiappétte (non facevano cadere le
mollette per i panni),
'ncápe (in testa) al
fidanzato.
Alcune bellezze sansalvesi
anni '50 - In primo piano Dora Malatesta, dietro di
lei Amelia Vicoli. Le altre tre ragazze sono Ida
Torricella, sorella de Vetale e Guide Torricella
(Valerie) e le altre due le cugine Ersilia e Santina
Torricella.
Scherzi a parte, salutando temporaneamente il nostro
caro Erpinio, per dargli tempo, idealmente, di meditare
e quindi trovare le parole giuste per far breccia nel
cuore della sua amata Iole, vi propongo di fare insieme
un lungo viaggio a ritroso nel tempo, per meglio
comprendere com'era veramente la situazione amorosa dei
nostri giovani compaesani e di come si svolgevano i
matrimoni.
Erano quelli, purtroppo, ancora i tempi in cui le
ragazze vivevano in casa in uno stato quasi di
segregazione ed il solo incrociare lo sguardo di un
ragazzo, un sorrisetto, un piccolo ammiccamento, se
scoperto, era oggetto di scandalo.
La gelosia di certi padri era talmente insensata che se
vedevano un ragazzo passare più volte sotto la finestra
di casa, pensando che stesse corteggiando la propria
figlia, gli tiravano addirittura i sassi dietro,
inducendo il malcapitato spasimante alla fuga.
Tanto per restare in tema, quelli che già
smurgejévene,
cioè che già amoreggiavano tra di loro, spesso, a causa
della severità dei genitori, né si conoscevano e né si
erano mai scambiati una sola parola: si guardavano e
basta, a distanza, e questo già bastava per confermarsi
reciprocamente eterno amore.
Solo il matrimonio, consentiva loro, il superamento di
questo stato di solitudine d'amorosi intenti.
Ma se per alcuni, l' idillio d'amore, con il matrimonio
sarebbe confluito a lieto fine, ve n'erano altri,
purtroppo, meno fortunati, che erano costretti ad
attuare la cosiddetta fuga d'amore, sudando, a furia di
scappare, le proverbiali sette camicie. Questo succedeva
quando una delle due famiglie degli innamorati,
generalmente quella più agiata o di diversa estrazione
sociale (
la signuruáme), si opponeva al loro
amore, esigendo addirittura che i ragazzi si
lasciassero. A questo punto gli innamorati, quando una
famiglia
'ncucciáve (cioe non desisteva nel
vietare il loro amore), e
'nze faciàve la mente
capace (non voleva proprio saperne di
acconsentire le nozze),
scappàvene (fuggivano),
andandosene a vivere in gran segreto in una masseria o
in un paese vicino, ospiti per qualche giorno di qualche
parente o amico consenziente, il quale, se scoperto, si
buscava
li sintìnzie (le maledizioni) e gli
improperi della famiglia contraria, che riteneva il
gesto un' offesa irreparabile.
Ma se nel caso delle fughe d'amore entrambi gli
innamorati erano consenzienti, peggio accadeva anni
prima, quando era solo il maschio che decideva, in modo
unilaterale, di
cimentà' (di importunare)
qualche ragazza, per farla sua e costringerla a
sposarlo.
Succedeva di rado, ma capitava, che qualcuno
ze ne
jàve de cirvelle, cioè si invaghiva
de 'na
zéte (di una fanciulla) e
zétte ti e zétte je
(in gran segreto) metteva in atto un gesto che,
definirlo insano, è poco: scippava il fazzoletto in
testa alla ragazza che a questo punto
armanàve
scapilláte (rimaneva senza fazzoletto),
disonorandola per sempre. Alla
scapelláte
(disonorata),
ni j zi abbicinéve chiù niscìune
(non le si avvicinava più nessuno) e le uniche soluzioni
che le restavano erano o
ca zi jave a fa' móneche
(o andava a farsi monaca) o che sposava l'insano di
mente, anche se questi era un poco di buono, oppure
'nze
maretéve chije (non si sposava più), cioè faceva
la single per tutta la vita, pensando giustamente a come
erano stupidi gli uomini.
Stesso disonore avveniva anche se, invece del
fazzoletto, alla ragazza veniva
scippáte la mandire
(veniva scippato il grembiule da cucina). (14)
Sotto questo aspetto, nonostante fossimo negli anni '50
e passa, e già in America le persone divorziavano e si
risposavano due tre volte al giorno, nella mentalità
paesana era rimasta traccia di quell'antico modo di
pensare, piuttosto medioevale.
Rispose una volta un sansalvese tornato dall'America a
chi gli chiedeva come fosse la gente americana: "
A la
Mèriche è putténe ummene e fámmene" (in America
sono puttane maschi e femmine), nel senso che la
mentalità era più libertina.
I matrimoni purtroppo, ancora a quei tempi, non erano
sempre d'amore.
A decidere erano quasi sempre i genitori dei ragazzi,
che talune volte stabilivano il futuro coniugale dei
propri figli, sin dalla loro tenera età. La felicità dei
dei ragazzi contava poco, per non dire zero: contava
la robbe (la proprietà), che era ritenuta nella
gran parte dei casi sacra ed inviolabile, l'unico bene
capace di garantire un futuro migliore ai propri figli.
Per questo motivo, talune famiglie patriarcali,
combinavano matrimoni tra loro, facendo sposare i propri
figli maschi con le figlie femmine dell'altra, al fine
di non disperdere il patrimonio immobiliare.
Quasi sempre, a combinare i matrimoni vi era
lu
'mmasciatàure (ambasciatore), da taluni chiamato
anche
lu ruffujáne (il ruffiano), il quale,
dietro incarico e compenso da parte della famiglia del
ragazzo che
ze vulàve accasa' (intendeva
sposarsi), sondava il terreno per verificare se la
ragazza prescelta era consenziente (
ze vuleve marete'-
si voleva maritare). In caso la risposta era affermativa
partivano le prime trattative da parte dei genitori, con
il padre del pretendente la mano, a recarsi per primo a
casa della ragazza, per stilare insieme al probabile
consuocero, i dettagli cardine del matrimonio.
A comandare, quindi, erano sempre i padri, che portavano
i pantaloni, anche se, come accade da che mondo è mondo,
era semprela moglie, la vera occulta regista
matrimoniale.
Il siparietto, più o meno, si svolgeva all'incirca in
questo modo.
"
Ue'! Gna' vi a elle", (ora che andrai a casa
della famiglia della ragazza), diceva al marito la mamma
del ragazzo che si doveva sposare, "
addummuánneje
(chiedigli al padre),
canda robbe j'attócche a la
féje (quanta proprietà toccherà alla figlia),
canda
dàdde porte (quanta biancheria porterà in dote) e
se
j'attócche sole le so' (se le daranno solo i
soldi)
oppìure nu ccuàune terre" (oppure un po'
di terreno). "
E ' giacché ti ci truve" (e giacché
ti ci trovi), poi continuava, "
addummáneje piùre se
j'attócche cacche crape o péchere" (se alla
ragazza tocca pure qualche capra o pecora?).
La raccomandazione finale, prima che il marito uscisse
di casa, era più o meno sempre questa: "
Ue'! Me
raccummuànne! Carta scrétte e péca cante!" (E mi
raccomando! Metti tutto per iscritto). Per poi
concludere, con tono di chi la sapeva lunga:"
Ca' la
mamme de càlle è pruprie 'na carabbenire!" (perche
la mamma di quella ragazza è proprio una carabiniera!).
La presunta
carabbenire (a quei tempi si diceva
che i carabinieri, quando uscivano in coppia, uno sapeva
leggere e l'altro sapeva scrivere), evidentemente
appartenendo a quelli che sapevano leggere, leggeva in
anticipo nella mente i pensieri della futura consuocera,
ed in autotutela, impartiva le opportune contromosse
all' ingenuo marito, cercando di salvare il più
possibile pecora, capra e cavoli .
Anche la raccomandazione finale al marito
de la
carabbenìre, in attesa che arrivasse il padre del
ragazzo, era più o meno sempre la stessa: "
Ue' chi
'ntàvessa fa' frica' massare gna ve' quelle!" (che
non ti dovessi far fregare stasera)). Per poi
concludere: "
Cà la maje de quélle è 'na bella
filibbustìre!" (perché la moglie del padre del
ragazzo è una bella filibustiera).
Nonostante queste premesse, apparentemente distanti,
alla fine i due saggi padri trovavano sempre un accordo,
pecora o capra compresa in dote alla sposa, ed alla
presenza di un alfabeta, che al contrario dei due
carabinieri, sapeva
lègge e scrève (sia leggere
che scrivere), stilavano una specie di contratto.
Una pagina di una lunga
lista della dote.
Ad onor del vero, taluni stratagemmi, come
scippare il fazzoletto o il grembiule da cucina,
venivano qualche volta messi in atto direttamente
dagli stessi innamorati per aggirare gli ostacoli
frapposti dai genitori, ed in alcuni casi, come ad
esempio nelle fughe d'amore, erano gli stessi
genitori, quando pacchejevene la fame (erano
poveri), ad essere tacitamente consenzienti per
evitare le spese di matrimonio, anche se poi
facevano finta di scippareze le capelle (di
strapparsi i capelli) per la disperazione.
- I ragazzi aspettavano la domenica per veder
passare le loro coetanee quando uscivano dalla
messa: si disponevano in fila indiana sotto
l'Arco della Terra, con le spalle ed un piede
appoggiati al muro, e faciàvene le sbrafènte
(si mettevano in mostra), accendendo
sigarette per dimostrare che erano uomini
maturi. Le ragazze, sottembraccie (a
braccietto) ai genitori, a capo chino, facevano
finta di niente anche se sotto sotto gradivano
le attenzioni dei fumatori. A quei tempi era
mentalità diffusa tra le ragazze che chi non
fumava era nu mezze mammóccie (un
cretino).
- A stilare i contratti matrimoniali,
generalmente era il sarto Ujérme
(Guglielmo) Di Falco, che sapendo leggere e
scrivere, fungeva da notaio, stilando numerosi
atti e patti tra persone di quell'antica società
contadina.
- Si racconta che Vitale Cervone, padre del
futuro Sindaco Domenico, da giovane (inizi del
'900) avesse felarate (appurato) che
alcune ragazze avevano messe bballe
(stavano ballando) fàmmene e fàmmene
(solo donne) in una festa, dentro ad una casa
privata. Bussò alla porta e quando una ragazza
andò ad aprirgli, le disse: "Faciateme
'ndra'!" (Fatemi entrare). "No! 'nzpi
po' ntra'!'", (No non pui entrare) gli
rispose la ragazza. "E daje faciateme 'ndra'
'', le chiese insistendo Vitale. "No 'nzpi
po' ntra' ", gli rispose nuovamente la
ragazza. Alla fine Vitale, resosi conto che non
lo avrebbero fatto entrare, infilò solo la testa
nell' anta aperta della porta, e rivolgendosi
alle ragazze che ballavano tra loro, disse prima
di andarse: "Ah... ne me faciate 'ntrà! Però
'na cose ve l'aja dece lu stuàsse." (
Ah... non mi fate entrare! Però una cosa ve la
devo dire lo stesso): " Coccacocche!", e se ne
andò.
- Quando negli anni '20 fecero la fuga d'amore,
Pumpe' Marzocchetti e Olanda Borzacchini, sempre
il solito Vitale Cervone, ormai anziano, chiese
ad un fratellino di Olanda, il cui nome era
Odoardo: "Gna' ti chijmi?" (come ti
chiami?). "Odoardo", rispose il bimbo. " E
ti chijmi Auarde e se fatte scappà sciuscie!"
(E ti chiami Ioguardo ed hai fatto scappare tua
sorella!).