- nel '65 il carabiniere scelto Matteo Lozzi,
termolese, mio caro amico, scelto dalla bellissima
Nicoletta Travaglini, la feje de Peppine la
'uardie (figlia di Giuseppe Travaglini), che
a sua volta era stato prima carabiniere e poi
guardia comunale boschiva, da non confondere nè
con Peppine la 'uardie (Giuseppe Torricella)
e nè con Peppine la guardie (Giuseppe Di
Stefano);
- nel '68 il compianto Filiberto Mancini, da
Pozzilli (IS), altro carissimo amico, che poi
diverrà negli anni '80 Capo dei Vigili Urbani del
nostro Comune, anch'egli scelto dalla graziosa
Mirella Cilli, figlia del carabiniere Secondino
Cilli (finalmente un padre della sposa che non si
chiamava Peppine la 'uardie, che fu vice
Sindaco di San Salvo dal '60 al '65;
- tra i due si inserì nel '67 il carabiniere scelto
Alberto Nolfi, da Bugnara (AQ), scelto quest'ultimo
dall'affascinante Lucia Di Santo, l'unica che non
aveva a che fare in famiglia con le armi
d'ordinanza, meglio conosciuta in paese come la
nipaute di Bastiane lu cióppe (nipote di
Sebastiano Angelozzi), ciabattino, che in quegli
anni aveva aperto un ottimo negozio di frutta e
verdura in C.so Garibaldi.
Che fatica! Un vero intreccio di
Peppine la 'uardie,
vigili urbani, colonnelli e carabinieri.
Enzo Saturni e Anna
Torricella
Lozzi Matteo e Nicoletta
Travaglini
Filiberto Mancini e
Mirella Cilli
Ed a proposito di carabinieri, e questa non è una delle
solite barzellette, si racconta che un giorno i gendarmi
di Cupello (prima della guerra a San Salvo non c'era la
Stazione dei Carabinieri), fermarono per un controllo
Luigi Nuzzaci (3/10/1897), originario di Soleto (LE), che
era venuto a lavorare a San Salvo e che i sansalvesi
chiamavano
Nonsaccie (Non so), storpiatura
dialettale del suo cognome .
"
Come ti chiami", gli chiesero.
“
Nuzzacci”, rispose
Nonsaccie in stretto
dialetto pugliese.
"
Come non lo sai?", continuavano a chiedergli
indispettiti i carabinieri.
“
Nuzzacci!", continuava a rispondere
Nonsaccie
sconsolato.
Pare che alla fine lo portarono, pover'uomo, in caserma
dove tutto si chiarì dopo non poche difficoltà.
Luigi Nuzzaci, così come
lo ricorda Ergilio Monaco
Nonsaccie, è uno di quei forestieri che i
sansalvesi, sopratutto i più anziani, ricordano con
affetto e simpatia, nonostante avesse un carattere
introverso e spesso diffidente. A tutti, al solo a
nominarlo, scappa un sorriso, perchè tutti, o quasi tutti,
in gioventù, ebbero a che fare con lui.
La sua storia è una di quelle originali, irrepetibile.
Adesso ve la racconterò.
Come già detto, era nativo di Soleto (LE) ed era giunto a
San Salvo negli anni ’20, strada facendo , e mai più di
questa volta una parafrasi è azzeccata: faceva lo
spaccapietre e brecciava le strade che all'epoca erano
ancora tutte bianche.
Di statura tozza e robusta, con la testa, il collo, le
braccia ed i polsi quasi della stessa misura, si sedeva ai
bordi di una strada
‘nghe 'na mantìre ‘ngólle (con
un grembiule tipo quello da cucina addosso) e dinanzi ad
un mucchio di grosse pietre,
nghe 'na mazzàtte (con
grosso martello in mano), ne faceva un altro di
vrácciele
e vreccítélle (brecce e breccioline), che poi
caricava con la pala su una carriola e
le spatrejéve
'ntérre (le cospargeva sul fondo stradale).
Breccia dopo breccia, fece breccia nel cuore di
Za’
Treséne (Teresa Della Penna), sorella di
Ercoline
lu frabbricatàure (Ercolino il muratore), che nel
‘23 sposò. La coppia ando’ ad abitare in una casa sopra a
lu murajàune de la fànta vicchie (al muraglione
della vecchia fonte in Via Fontana).
Nonostante il suo mestiere fosse gravoso,
Nonsaccie
aveva una forza incredibile nelle braccia e l’ultima cosa
a spaventarlo era il lavoro.
Ma il tempo muta ogni cosa: arrivò il progresso e le
strade iniziarono ad essere asfaltate. Entrarono in
funzione lungo le sponde del fiume Trigno i primi
lavégge
(impianti di frantumazione, macinazione e vagliatura di
inerti) e
Nonsaccie, rimasto senza lavoro, fu
costretto a cambiare mestiere.
Dopo un periodo in cui fece
lu scarpelléne (lo
scalpellino), realizzando con martello e scalpello le
zanelle in pietra dei marciapiedi, si mise a fare lu
ova
a ova (commercio ambulante di uova ed altri prodotti
agricoli), girando a piedi per il paese
nghe 'na
cistarélle (con un piccolo cesto) e
'na velángie
(una bilancia) tra le mani.
“
Uooooooohhh! Uooooooohhh!”, si cominciò ad udire
per le vie del paese.
“Esse! Esse! Mo’ passe Nonsaccie!” (Ecco! Ecco!
Adesso passa Nuzzaci), dicevano le casalinghe dentro casa,
udendo quel suo richiamo sordo e gutturale, che si udiva
anche a distanza.
La gente, al suo passaggio, usciva di casa e gli vendeva
di tutto: uova,
fécher’a sécche (fichi secchi),
formaggio, lana ed altri prodotti che l’allora misera
società contadina offriva.
Nonsaccie,
ze ‘mbujéve (si fermava),
cacciave la velángie (tirava fuori la stadera),
pesava, ed in silenzio
mettáve méne a lu partàfóje (pagava).
Per timore di sbagliare, contava e ricontava il denaro più
volte, e se il pagamento avveniva
nghe le so’ de carte
(con le banconote),
le sfreculejéve (le
strofinava) più volte tra le dita, per timore che
z’avévene
appiccichìte (si fossero incollate) tra di loro.
Non so se prima di fare lo spaccapietre avesse mai avuto
esperienze con le galline, ma a quanto pare con le uova ci
sapeva davvero fare.
Si racconta che un giorno si presentò a casa sua, un
giovanotto, di Vasto,
nghe ’na ciàste (con un
cesto) pieno di uova per vendergliele.
Nonsaccie ne prese uno, se lo portò all’altezza di
un occhio e lo scrutò. Poi ne prese un altro e dopo un
altro ancora e gli disse: “
Chesse n’è bbune!”
(Queste uova non sono buone).
“Come!”, gli chiese quel giovanotto, forse fingendosi
incredulo.
“
Chesse n’è bbùne! E’ sciàcque!” (Queste uova sono
andate a male). E per dimostrarglielo ne ruppe il guscio
ad uno e glie lo mostrò. Aveva ragione: quelle uova
avevene
cungarejte (avevano già tutte un pulcino in
formazione dentro) e quindi non erano più commestibili.
In autunno, poi, quando arrivava il periodo che
ze
cujàve la léve (si raccoglieva l'ulivo), lasciava a
casa
la cistarélle (il suo piccolo cesto) e con un
sacco di iuta sulle spalle, se ne andava in giro per il
paese a comprare qualche chilo di olivo che molta gente,
dopo aver riempito
lu vutinàlle (il recipiente
per olio domestico), non aveva portato
a lu trappéte
(a macinare al frantoio), sperando di venderlo a qualcuno.
Era quello il misero commercio di molti ambulanti
dell'epoca, che dopo aver comprato prodotti della terra
della povera società contadina, andava a rivenderli a dei
grossisti a Vasto, oppure a Pescara, in treno.
Ma se fin qui la sua figura di
óve a óve di
Nonsaccie
può apparire simile a quella di tanti altri piccoli
commercianti di quel periodo, ciò che lo rese unico e
famoso, e che a ricordarlo oggi fa sorridere gli anziani,
furono i suoi piccoli affari con tanti di loro, quando da
ragazzini, di nascosto dai genitori, andavano a vendergli
qualsiasi cosa capitasse loro a tiro, con la speranza di
buscarsi qualche lira.
Nel periodo della raccolta delle olive, ad esempio, si
recavano a casa di
Nonsáccie e andavano a
vendergli la
maruànélle, acini d'olive che avevano
sgriscìti (rubati) in qualche oliveto e
l’acinàlle, altri acini che dopo il raccolto erano
rimasti sulle piante o
ave’ caschìte 'ntérre
(erano caduti a terra). Durante l'inverno ci pensava
invece il sacco del grano che la gran parte delle famiglie
aveva in casa, che
z'assemáve (si svuotava) senza
apparente motivo. Erano i ragazzi, che di nascosto dai
genitori, facevano sparire qualche chilo di grano per
portarlo a vendere a
Nonsáccie.
Erano però sopratutto le uova a sparire misteriosamente
dalle credenze e dai pollai delle famiglie.
Le galline, difatti,
fetávane (facevano le uova)
in ogni stagione e le uova erano come denaro in contanti
nella misera condizione economica di molte famiglie.
Nonsáccie accettava tutto e tutti.
Si racconta che
‘Ntunine Cràcchie (Antonio
Checchia), all’epoca poco più che dodicenne, aveva
escogitato un ottimo sistema per fregare le uova nel
pollaio di casa e portarle a rivendere a
Nonsáccie.
A quei tempi, in ogni aia, vi era
’na casarelle de le
hallène (una casetta in cui le galline
fetávane),
con una porticina chiusa con un lucchetto, per timore che
qualcuno l’aprisse e si fregasse le uova. La stessa
casetta, inoltre, aveva
’na cavócchie (un piccolo
pertugio), ad altezza del suolo, affinché le galline
potessessero entravi ed uscire liberamente, dopo aver
deposto l’uovo.
’Ntunine, non avendo le chiavi della porticina,
cosa fece: prese
nu cuppéne (un mestolo) e dopo
averlo legato ad una canna
nghe nu férre feláte
(con ferro filato),
le nturzuáve a la cavócchie (lo
inseriva nel pertugio) e
frecave l’óve (rubava le
uova) al pollaio di casa.
“
Vetá’!" (Vitale!), disse un giorno sua mamma a
zi’
Vetále, il marito, “
Me sa ca le halléne nustre ne
fàtene chije! E pìure pare ca l’aja attentite!” (Ho
l’impressione che le nostre galline non fetino più. Eppure
le ho tastate! L’uovo c’era). "
E doppe" (E dopo),
aggiunse,
"pare ca le halléne le so' ntàse a cacarejé'
(mi pare aver udito le galline fare ca ca ca ca ca, che è
il verso che emette subito dopo aver deposto l'uovo).
“
Si chi vu fuá’!” (Sai cosa devi fare), le rispose
zi’ Vetále: “
Mette lu vraccále a lu cuáne!”
(lega il cane con il collare), credendo che il colpevole
fosse il suo cane.
“
A lu cuáne vu muàtte lu vraccále!!!” (Al cane vuoi
mettere il collare!),esclamò
Federéche (Federico),
il figlio maggiore. "
Lu vraccále l’ha da màtte a
quésse!” (Il collare lo devi mettere a lui),
aggiunse indicando con il dito il fratello minore
’Ntunine.
Ma i commerci di
Nonsaccie con i ragazzini non
finivano qui.
Siccome con il tempo si era messo a fare anche il
rigattiere, iniziarono a portargli qualche
pignéta
vicchie d’alluménie (pentola vecchia d’alluminio),
che avevano
jute arcóje a lu munnezzáre (andati a
raccogliere nell’immodezzaio), oppure pezzi di piombo
delle prime condutture dell’acqua potabile,
stégne e
stagnarìlle (barattoli e barattolini vari di
metallo) e sopratutto fili di rame, che i ragazzi
sfilavano dalla guaina rudimentale che avvolgeva quei
primi fili di corrente elettrica, perchè così li voleva
Nonsaccie,
per pesarli al netto.
Ciò che
Nonsaccie pagava bene erano le schegge in
ottone delle spolette delle granate, che nonostante la
guerra fosse passata già da un pezzo, si trovavano ancora
disseminate nelle campagne.
Quando i ragazzini, quasi sempre a frotte, andavano a casa
sua, sul muraglione a vendergli qualcosa, la scena era
sempre uguale: li faceva entrare in un piccolo e buio
androne, tirava fuori
la velange (la stadera) e
con la faccia un po’ burbera, controllava che non lo
stessero fregando.
Sì perchè c’era sempre qualcuno pronto ad imbrogliarlo.
Accadeva quando qualche furbetto, per far pesare di più
‘na
tijella vicchie (vecchio tegame d’alluminio),
ch’ave’
sempre jute a ’rcóje a lu munnezzáre, (che era
andato a raccogliere sempre nell’immondezzaio),
l’acciaccáve
(lo schiacciava) con un martello o una grossa pietra e ci
metteva dentro alcune
vreccelàlle (piccole
pietre), per farlo aumentare di peso.
Ma non era facile farlo fesso.
Nonsaccie la scuoteva e se sentiva ballare all’interno
qualcosa… Apriti cielo! Se lo portavano i diavoli. Rosso
per la rabbia,
j faciave arruvue’ le pite arrete la
cudálle (lo faceva fuggire in modo talmente veloce,
che i piedi del fuggitivo gli arrivavano sin dietro la
nuca).
A volte capitava anche che mentre lui era intento a
acquistare un uovo ad un ragazzo, un altro, complice, glie
lo sfilasse dalla cesta, in un circolo ad libitum di
compravendita sempre dello stesso uovo.
In realtà, almeno da ciò che raccontano gli anziani, in
fatto di imbrogli, pare che anch’egli spesso ci provasse a
fare fessi i ragazzi, per cui divenne in molti casi una
specie di quotidiana lotta a chi potesse imbrogliare di
più.
Per i ragazzi di quei tempi,
Nonsaccie era una
vera risorsa, ma non era facile trovare qualcosa da andare
a rivendergli. La gente riciclava di tutto e non buttava
nulla.
Erano davvero tempi grami per le famiglie. I giovani
stavano tutti
sfasciulìti (senza una lira in
tasca) e per comprare qualche
popolare
(sigaretta), tra l’altro sfusa, o per andare
a lu
cinéme de Pumpè (al cinema di Pompeo Marzocchetti),
era una necessità cercare qualcosa da andare a rivendere a
Nonsaccie.
Naturalmente, il nostro
Nonsaccie, non poteva
campare solo con i ragazzini e con il tempo aveva
allargato il suo raggio d’azione. Tutto faceva brodo per
migliorare il suo giro d'affari.
Ad esempio, quando arrivava il periodo che i contadini
tramutevene lu véne a la vàtte (praticavano la
svinatura dai tini alla botte per liberare il mosto dai
residui), acquistava la
feléccie (la feccia,
residuo depositato nelle botti dopo la fermentazione del
vino), per poi andare a rivenderla alla distilleria giù
alla stazione, che dopo un’ulteriore fase di lavorazione
ne ricavava alcool puro.
Ma quanta fatica prima di venderla.
Nonsaccie si metteva davanti casa , sul
muraglione, e dopo aver modellato con le mani
la
feleccie a forma di
pallótte (una specie di
pallotte
cascie e ove), le affilava una ad una
sopra
a ’na 'ncirate (ad un telo cerato), e
le
spannáve (le lasciava esiccare) al sole.
Era quello il periodo in cui molti ragazzi, non essendovi
giocattoli sofisticati, giocavano a
mázze e kízze,
un gioco simile al basebbal americano. Con una mazza,
preferibilmente di quercia, si doveva colpire
lu kízze
(un altro pezzettino di quercia più piccolo), che una
volta colpito schizzava in aria come un missile.
Senonchè un giorno, dopo che
Nonsaccie aveva messo
ad asciugare al sole
la feléccie, ecco piombare
dal cielo
nu kízze, che andò a ricadere proprio
sulla feccia di
Nonsaccie.
“
All’aneme de che te murte!!!”, si udirono le sue
urla da sopra il muraglione, quando si rese conto che
alcune sue
pallótte si erano tutte
squaquaracchijte
(schiacciate, frantumate) (2).
Era successo che
Angiuline bandéte (Angiolino il
bandito, soprannome di un ragazzo del luogo), che stava
giocando con i suoi amici
a mazze e chízze nei
pressi della vecchia fontana, colpì
lu chizze con
una tale potenza, che lo mandò a ricadere sul muraglione
antistante, dove
Nonsaccie ave’ spáse la
feléccie (aveva messo ad esiccare la feccia).
Povere
Nonsaccie (Povero Nuzzaci), quanti
commerci era costretto a fare per campare.
Uno solo non lo appassionò mai: quello delle galline,
troppo complicato da gestire negli angusti spazi di casa.
Pare invece che fosse uno dei pochi in grado di procurare,
su richiesta,
le piccingélle (i piccioncini), che
la gente regalava a coppie
a le fijte (alle
puerpere), in quanto, almeno così dicevano, cucinati in
brodo, contribuivano a far produrre dell’ottimo latte alla
mamma per il neonato.
Nonostante ne avesse procurati tantissimi di
piccingélle
per i suoi clienti, non ebbe mai il piacere, il nostro
caro
Nonsaccie, di regalarne un paio, con lo
stesso scopo, a
Za’ Treséne, sua moglie. La coppia
purtroppo non ebbe figli.
Rimasto vedovo, trascorse gli ultimi anni della senilità,
come si usava un tempo e come si usa sempre più spesso
oggi, con figli e senza figli,
a Sante ’Nufrie (a
Sant’Onofrio), antica e famosa casa di riposo per anziani
in Vasto, ove morì nel 1991. E' sepolto al cimitero nuovo
di San Salvo.
Di lui e delle sue attività, che segnarono un’epoca, è
rimasto solo il ricordo nelle menti degli anziani, che
furono i suoi giovani clienti di ieri.
Provate a chiedere a qualcuno di loro se lo conosceva: vi
risponderà con un sorriso.
Fernando Sparvieri
NOTE:
-
I sansalvesi conobbero l'asfalto nel '44, quando
gli inglesi, durante la guerra, dopo la loro entrata
in paese, dovendo risalire con i loro mezzi bellici
verso nord, asfaltarono il tratto di strada (ex
S.S.16) che dal fiume Trigno portava a San Salvo.
Prima di allora né i sansalvesi, né gli abitanti dei
paesi limitrofi, conoscevano l'asfalto. Sempre in
quel periodo, gli inglesi, per favorire il transito
dei loro mezzi, che non riuscivano a girare alla
curva a gomito che da Via Roma immette su C.so
Umberto I, dinanzi all'attuale attuale Bar Centrale,
demolirono all'altezza de la puteche de la
Jnnarile (fam.Cilli), un gruppo di case,
realizzando l'attuale 2° Vico Umberto. E ' questo il
motivo per cui lu negozie de la Jnnarile ha
una forma trapezoidale irregolare. Stessa sorte subì
la casa dell'ex Sindaco Vitale Piscicelli, dove
ancor oggi c'è l'oreficieria gestita dal figlio
Luigi, che venne demolita in parte per realizzare la
curva che immette su Via Roma, verso il Bar Biondo.
(Fonte Tonino Longhi).
- Il verbo squaquaracchiare o squacuaracchiare
viene usato in dialetto per indicare un oggetto o
qualsiasi altra cosa, che a seguito di una caduta
accidentale,
si frantuma in più parti o assume una forma diversa
da com'era all'origine (es. un cocomero scivola
dalle mani e cade sul pavimento : lu ciutràune
'z'è squaquaracchiate).
Pag. 2