La spiaggia delle incompiute
“
Caramba que sorpresa!!!”,
esclamò El Domingo, quando per la prima volta in vita sua vide
la nostra
playa (spiaggia).
“
Vamos hombre”, aggiunse subito dopo, a significare che
quella
playa dorada (spiaggia dorata), mai vista prima
di allora, era davvero un
cielo en la tierra
(paradiso) per insediarvi una
casa de baños (uno
stabilimento balneare).
Si rimise
il sombrero en la capeza (in testa)
ed
a cavalle, non su un vero
caballo, ma a
bordo della sua
coche (automobile), se ne tornò
a
la Autoridad Portuaria (alla Capitaneria di Porto) di
Pescara, da dove era partito qualche ora prima, chiedendo al
suo ritorno in concessione un tratto di arenile, dinanzi alle
NEREIDI, che proprio in quei giorni stava stagliando i suoi
piani alti verso l'azzurro del cielo.
Correva l'anno 1974.
Finzione cinematografica messicana a parte, qualcuno a questo
punto potrebbe obiettarmi:” Scusa! Ma è mai possibile che
Domenico Angelini (classe 1941), alias EL DOMINGO, sansalvese
purosangue, il noto gestore, oggi in pensione, dell’omonimo
stabilimento balneare, prima di allora, cioè dell'anno 1974,
non era mai sceso giù al mare, neppure per fare almeno un po'
di
jogging, come fa oggi quasi tutti i giorni?”.
Aggiungendo: “Vuoi vedere che questo pseudo scrittore da
strapazzo, che poi sarei io, che scrive mezzo italiano e mezzo
in dialetto e ora pure spagnolo, parlando del nostro mare, ha
preso proprio un bel granchio?”.
Ed invece granchio non è, e adesso vi spiego il perchè.
Il motivo è semplice: l'EL DOMINGO di cui sto parlando io, non
è l'EL DOMINGO che pensate voi, cioè il nostro Domenico
Angelini, che all'epoca per i sansalvesi era ancora
Dumuéneche
Rudéne o tutt'al più
Dumuéneche La Cornice,
essendo stato il primo in assoluto nel nostro paese ad aprire
'na puteche (bottega) di cornici per quadri e
mazze
de tendéne (aste per tende), chiamata per l'appunto La
Cornice, ma è invece Domenico Verratti (classe 1944),
originario di Sant'Eusanio del Sangro, che fu colui che per
primo, in quel lontano 1974, realizzò l'ormai antico e storico
stabilimento balneare della riviera sansalvese.
A quei tempi ancora molta acqua doveva passare sotto il ponte
del fiume Trigno, prima che il nostro Domenico Angelini,
sfociasse allegoricamente anch'egli nel nostro mare.
Sperando di aver chiarito l'equivoco di omonimia, prima di
raccontarvi un po' di storia di questo ormai antico
stabilimento balneare, l'ultimo prima dell'avvento del grande
slam, che alle soglie del 2000 vide spuntarne ben altri 13
sulla spiaggia, credo sia opportuno, per onor di cronaca,
rifare un po' di cronistoria, su cosa stesse effettivamente
accadendo, in quel lontano 1974, nel nostro mare.
Giù alla marina, era ancora un cantiere aperto.
La costruzione delle Nereidi era in dirittura d'arrivo e la
stagione dello "Scandalo al sole", che bloccherà sino agli
inizi degli anni '80, il completamento di decine di palazzi al
grezzo, era già nell'aria.
Ogni giorno, al di là del lungomare, sulla sabbia, spuntavano
come funghi, nuove strutture in cemento armato e sul lungomare
era un via vai di camion e
de betunìre de Muléne (di
betoniere della ditta F.lli Molino), che trasportavano
calcestruzzo ed altro materiale edile.
Sulla spiaggia però nessuna novità. A nessuno pareva
interessare la balneazione.
A parte zio Emilio Del Villano, il primo dei pionieri del
nostro mare, che nell'estate del '72, a causa dell'erosione
marina, dopo che il suo chioschetto gli era caduto per ben 7
volte a terra, si era trasferito a ridosso della piazza
centrale del lungomare con la sua inaffondabile "La
Caravella", gli altri tre balneatori erano rimasti tutti fermi
ai loro posti.
Za' Vetalene Torricella (attuale IL CORALLO), era
sempre lì,
'nceme (a sud est), nel primo tratto del
lungomare e continuava ad affittare i suoi casotti ai signori
del paese. Stessa ubicazione per il GAMBERO di Michele
Scafetta, che solo nel '79, anch'egli a causa dell'erosione
marina, realizzarà il suo nuovo HAPPY DAYS, spostandosi
capabbálle
(a nord-est) nelle vicinanze delle Nereidi, e dulcis in fundo,
perchè era stato realizzato per ultimo, vi era il DANCING BAR
VALENTINO, di Valentino Ottaviano, che lo aveva realizzato nel
'71, a qualche centinaio di metri dall'imbocco del 2° tratto
del lungomare.
L’unica novità, se di novità si può parlare,

era il casotto personale di
Peppine la
guardie (Giuseppe Di Stefano, all'epoca comandante dei
vigili urbani), che l'aveva costruito egli stesso con le sue
mani, essendo un ex falegname. Ci aveva scritto sulla porta
“VIGILI URBANI”, così nessuno gli avrebbe detto
che ci fi
a hesse (cosa ci fai lì), dandogli anche una funzione
istituzionale. Di colore a strisce biancoazzurre, come le
maglie della U.S. San Salvo, il povero Peppino ne costruì tre
in tre anni perché ogni anno il suo casotto
j ze le
purtave lu muáre (gli veniva portato via dal mare) e
jave
a sbatte a la Jugoslavie (andava a finire in
Jugoslavia), modo di dire in sansalvese quando, specialmente
con il garbino, qualcosa in mare viene spinto a largo. Povero
Peppino, fu costretto anch'egli a ricomprarsi un ombrellone,
abbandonando ogni velleità di bagnante istituzionale.
Inizi anni '70 - La Caravella dio Zio Emilio Del Villano
da poco realizzata. Sulla destra la barracche della
colonia marina comunale. Sullo sfonfo Le Nereidi ed alla
sinistra si intravvedono alcune strutture in cemento
armato.
Ciò che restava dell'immensa spiaggia di San Salvo, un
tempo 2 Km x 1 di arenile (iniziava alla S.S.16), intorno
alla prima metà degli anni '70, La battigia era piena di
sassi che provenivano dal fiume Trigno, dopo la
realizzazione dei lavaggi (i primi frantoi di pietre di
fiume). Quel lungomare era divenuto una barriera ormai
insormontabile. Sullo sfondo IL GAMBERO di Nicola
Scafetta, prima che si trasferisse a nord realizzando
l'HAPPY DAYS.
Eppure l'affluenza di bagnanti era aumentata.
Sopratutto la domenica, la spiaggia, che era ancora quasi
tutta libera, si riempiva di ombrelloni, che la gente,
nonostante fosse già iniziata da poco l'era degli ombreggi
negli stabilimenti balneari, si portava in gran parte da casa.
Che i tempi stessero mutando, lo dimostravano decine e decine
di automobili parcheggiate sul lungomare, ancora quasi tutte
targate CH (Chieti), ad eccezione di qualche CB (Campobasso),
che veniva dal Congo Belga o
da lu pajase de le turtarélle
(come veniva chiamata per sfottò la vicina provincia
molisana), di qualche IS (Isernia), che aveva pochi numeri
sulla targa perchè solo dal 1970 la provincia era nata, e di
sporadiche FG (Foggia), città che a quei tempi era abbastanza
lontana, nella mente più che nei chilometri.
A dire il vero qualche timida apparizione di targhe NA, CE, BN
e compagnia napoletana bella, dopo la realizzazione della
Bifernina e qualche anno dopo con il completamento della
Trignina, già preannunciava il grande esodo estivo degli anni
'80, ma a farla da padrone erano ancora per lo più le prime
auto dei paesani e
di cacche muntagnole (di qualche
abitante dell'entroterra), a cui ad agosto si aggiungevano
quelle degli emigrati, specialmente di quelli che erano
all'estero, che tornavano a casa per le vacanze.
Che belle che erano quelle auto straniere. Tutte con un
adesivo bianco,
gne' n'ove allesse (come un uovo
lesso) vicino alla targa, su cui c'era scritto CH (Svizzera),
F (Francia) o D (Germania), obbligatorie per indicare lo Stato
di provenienza, ci portavano con la fantasia in paesi lontani,
quando l'Europa unita era solo un'utopia, un sogno
lontanissimo da realizzare.
Erano inconfondibili quelle auto estere. Si riconoscevano ad
un miglio marino di distanza.
Quelle francesi, ad esempio, in gran parte
scaricarìlle
(auto non di grandissima cilindrata, derivante da trappola per
uccelli), come la Dauphine, la Simca 1000, l'Anglia, ad
eccezione della Citroen Pallas, che a San Salvo ce l'aveva
uguale
lu medeche Tille (il dott. Goffredo Tilli,
medico condotto), avevano tutte i fari gialli, obbligatori in
Francia per la nebbia (manco se la Gallia fosse la Padania),
mentre quelle tedesche, Ford Taunus e Escort, Opel Kadett, BMW
e sopratutto qualche lussuoso Mercedes, che a San Salvo ce
l'aveva solo
Don Peppine (il dr. de Vito) ed era in
procinto di comprarsela anche
lu nutuáre (il notaio,
soprannome di un noto commerciante benestante locale), erano
quasi tutte super accessoriate, con l'autoradio della Grunding
o della Philips sulla plancia. Tra le tante ve ne era anche
qualcuna, generalmente Mercedes, che si vedeva lontano
un miglio terrestre che era di seconda mano, accessoriata,
compreso il copristerzo, con quei soffici coprisedili di lana
di pecora bianca artificiale, che facevano scappare solo a
guardarli, con il caldo che faceva, rivoli di sudore sulla
fronte e sulla schiena.
Per la gioia degli autisti e piccini, inoltre, non mancava
lu
cáccinélle che muvuàve la cóccie (cagnolino gadget con
testa oscillante a 360° quando l'auto era in movimento), posto
in bella vista sul ripiano posteriore del lunotto, che quando
la macchina era ferma i bambini toccavano con il ditino
pe
farele trezzeca' (per fargli dondolare la testa), e quei
portafoto calamitati sul cruscotto, con le fotografie dei
propri familiari o della fidanzata, sui quali era scritto "Vai
piano", "Proteggi me e la mia famiglia", con l'immancabile San
Cristoforo, patrono degli automobilisti, che doveva salvare la
pelle in caso di incidenti.
Allora le macchine si pensava dovessero durare una vita e si
lavavano dinanzi casa con un bel tubo di plastica, da qualche
anno in uso, che raramente però aveva la pressione giusta
dell'acqua, che si cercava di crearla piazzandoci dinanzi
all'uscita il dito indice o pollice, per farla sprizzare più
forte, bagnando con gli schizzi prima i pantaloni, e poi la
camicia con sotto la cannottiera, nel tentativo di affilare la
direzione giusta.
Tutte, automobili italiane e straniere,
nghe lu cáccinélle
o senza, trovavano un posto gratis al sole, magari
a
fianche a 'na laparélle o a
nu bidaune de la
minnàzze (a fianco di un'Ape Piaggio o ad un cassonetto
di plasticone verde dell'immondizia), mentre il lungomare, man
mano che le auto parcheggiavano, si riempiva di colori.
Era davvero bella quella spiaggia la domenica: vista in
lontananza sembrava un lungo vestito beige colorato a pois, un
lunghissimo abito di Arlecchino sotto il solleone.
Il lungomare negli anni '70, pieno di auto parcheggiate,
con il piano stradale elevato rispetto alla quota
dell'arenile. A destra. sulla spiaggia notare l'erosione
marina sopratutto a sud-est, con l'acqua che arrivò in
quegli anni ad infrangersi contro il muro del lungomare.
Al di là del lungomare una vasta distesa di sabbia, che a
quei tempi era ancora selvaggio arenile. In fondo si
scorgono le Nereidi.
In un clima estivo, più o meno di questo tipo, ecco un bel
giorno arrivare, lui, EL DOMINGO.
Non so se abbia davvero esclamato “
Caramba que sorpresa"
quando arrivò per la prima volta nel nostro mare Domenico
Verratti, alias El Domingo, anche perchè non era stato ancora
ribattezzato con questo nome d'arte, ma qualcosa di simile
certamente lo pronunciò. Ciò che lo colpì fu subito il
lungomare, bello, lungo, asflatato, pareva una superstrada.
Poi vide LE NEREIDI, appena imbiancate e subito pensò: "Se mi
daranno un posto proprio qui davanti farò pepite d’oro”.
"
Allora ti piace il mare di San Salvo?", gli chiese al
suo ritorno in Capitaneria, il capitano.
"
Bellissimo. Non c'ero mai stato", gli rispose Domenico
Verratti.
Sembrerà strano, ma Domenico, nonostante San Salvo già fosse
un affermato polo industriale, non ci era mai stato ed a dire
il vero non sapeva neppure dove fosse. Era da poco ritornato
dall'Australia e si era stabilito a Villa Andreoli, una
frazione di Lanciano, da dove d'estate, se ne scendeva giù al
mare alle Morge, nel Comune di Torino di Sangro, in cui aveva
pensato di aprire un lido balneare.
Era stato proprio il capitano a consigliargli la nostra
spiaggia, dopo aver constatato che alle Morge era già tutto
occupato, e Domenico, ora che per la prima volta aveva
conosciuto il nostro mare, se ne era letteralmente innamorato,
e per nessun altro posto al mondo lo avrebbe mai cambiato.
"
Signor capitano", gli chiese Domenico, "
ho visto Le
Nereidi. Mi piacerebbe avere un posto spiaggia proprio lì."
"
Vediamo un po'!", gli aveva risposto sflogliando le
carte il capitano:"
Dunque, dunque, dunque, dunque... SI!".
Ed invece no.
A Domenico quel posto non toccò.
Era come se una forza misteriosa avesse mischiato
all'improvviso le carte. La sensazione era che anche se lì
davanti c'era tutto il largo che uno voleva, non si poteva,
come se a qualcuno
j'ammantave (gli nascondesse) la
visuale, gli pregiudicasse un'idea futura, che so... di un
qualcosa di grande ancora da progettare.
Pensandoci bene, però, a Domenico, non gli andò affatto male.
Gli assegnarono un posto lì vicino, dinanzi alla famosa
particella catastale n. 18 del Foglio di mappa 1, che dal 1989
era ritornata ad essere di proprietà comunale, l'unica isola
di arenile tutt'oggi sopravissuta al cemento, che osservandola
dal lungomare, sino alla statale, dà ancora un'idea di quanta
sabbia vi fosse un tempo nel nostro mare.
Per la cronaca la particella catastale n. 18 del foglio
di mappa 1, estesa circa di due ettari di arenile, è stata
reintegrata dal Commissario agli Usi Civici al patrimonio
del nostro Comune nel 1989, dopo una lunga causa iniziata
nel 1953 contro la SABAM, una società della famiglia
Scio'.
Particella 18, a parte, che tanto ha fatto e continua a far
litigare i nostri amministratori comunali, perchè uno ci vuole
fare un'altra colata di cemento ed un altro pure, fu proprio
lì dinanzi che il nostro Domenico realizzò il suo piccolo
stabilimento balneare, costituito da un chioschetto-bar in
legno ed alcuni casotti.
Ora ci voleva il moscone.
“
Come si chiama il tuo stabilimento balneare?”, gli
chiese il sig. Martini, titolare di una fabbrica di pattini di
San Giorgio di Cesena, all'epoca in Provincia di Forlì,
volendo scrivere il nome dello stabilimento sul moscone di
salvataggio che Domenico doveva acquistare.
“
Bohh!!, gli rispose Domenico, che a tutto aveva
pensato all'infuori di dargli un nome.
"
Tu come ti chiami?", gli domandò a questo punto il
sig. Martini.
"
Domenico", rispose naturalmente Domenico.
"
Ed allora lo chiamerò EL DOMINGO".
Doveva essere davvero un genio quel sig. Martini. In un sol
colpo aveva preso tre pesci con un amo: primo, aveva
battezzato quel piccolo stabilimento con il nome del suo
padrone; secondo, quel nome ricordava le spiagge caraibiche di
Santo Domingo; e terzo, aveva previsto in anticipo anche il
nome del futuro socio di Domenico Verratti, che a distanza di
qualche anno sarebbe diventato il nostro Domenico Angelini,
l'El Domingo nostrano.
La storia di Domenico Angelini, che di lì a poco avrebbe
mutato per sempre i suoi soprannomi sansalvesi di
Dumuéneche Ruduéne o
Dumuéneche La Cornice, in
quello di
Dumuéneche El Domingo, non è una storia
importante, come quelle che si studiano sui libri di scuola,
ma è pur sempre una bella storia di vita, semplice, simile a
quella di molti altri ragazzi della sua stessa generazione.
Adesso ve la racconterò, anche se si allunga notevolmente
lu
fecatazze (il fegatazzo, in questo caso sinonimo di
discorso).
Domenico da ragazzo aveva imparato a fare il falegname.
Dopo aver difeso verso la fine anni degli anni '50 i pali
della Tenax, la squadretta locale di calcio che giocava in un
campo sportivo che si trovava dopo la vecchia caserma dei
carabinieri, su C.so Garibaldi, si era ficcato in testa di
emigrare in Germania.
Ma quanta fatica prima di ottenere il passaporto.
Eravamo intorno al 1958, per intenderci ai tempi dei films di
Don Camillo e Peppone, e da poco la D.C. era andata per la
prima volta in Comune (1956).
Volendo o nolendo bisognava fare una trafila burocratica e
clientelare.
L'Ufficio di Collocamento era ubicato in Via Roma,
a la
case de Necole Panzalonghe, dirimpetto al Monumento ai
Caduti, e
lu cullucatàure (il collocatore) era
Do'
Lelle (il futuro on. Vitale Artese), il quale
ave'
cumunzate a mastrejé' a Chijte (stava iniziando la sua
carriera politica a Chieti), sotto le ali protettrici di Don
Pumbè
(Pompeo) Suriani, democristiano, Presidente della Provincia,
benestante di Montedorisio (suoi erano i terreni dove negli
anni '60 sorgerà il villaggio SIV). Gli dava una mano in
ufficio, nel senso che lo aiutava,
Angiuline de Fioravante
(Angelo De Fanis), un bel ragazzo, chitarrista, somigliante a
Rossano Brazzi, che nonostante fosse un povero diavolo
anch'egli,
faciàve parte a lu buttàune (faceva parte
del bottone, nel senso che era amico, abbottonato a chi
comandava).
Fu lì, in quell'ufficio, che Domenico si recò, insieme ad
altri suoi giovanissimi coetanei, tra cui
Micchele
Carnadasene e
Umbérte Marinìlle, che come lui
volevano
je' a fatejè a la Germanie (andare a
lavorare in Germania).
Il copione era più o meno sempre lo stesso.
"
Sta Do' Lelle?" (c'è Don Lello), chiese Domenico a
Angiuline
de Fioravante.
"
No, sta a Chijti" (No, sta a Chieti), gli rispose
Angiuline.
"
E cand'arve'? Avessàma fa lu passapurte." (E quando
torna. Dovremmo fare il passaporto), gli spiegò Domenico.
"
N'arve' a mo" (non torna subito), rispose di nuovo
Angiuline.
"
E gna ma fa?'" (e come possiamo fare in sua assenza),
gli chiese nuovamente.
"
Ci...ama' je' " (dobbiamo recarci a Chieti),
consigliò
Angiuline.
Il giorno appresso, si misero in viaggio e
nghe la pustale
(con la corriera), insieme a
Angiuline Fioravante,
andarono a Chieti.
Angiuline li presentò a
Do' Lélle, che riceveva
nel suo Ufficio della Democrazia Cristiana provinciale, che
stava vicino alla caserma Spinucci di Chieti, che tutti
conoscevano perchè lì si passava la visita militare, ed iniziò
un interrogatorio.
"
Chi si lu feje?" (A chi sei figlio?), chiese
Do'
Lelle a Umberto Marinelli.
"
Je' so' lu feje de Peppine Marinìlle", rispose
Umberto.
"
E ti?" (e tu), chiese rivolgendosi a Domenico
Angelini.
"
Je' so lu feje di Micchele Ruduéne", rispose a sua
volta Domenico.
"
E ti?" (e tu), chiese rivolgendosi a
Micchele
Carnadasene.
"
Je' so lu feje di 'Ntonie Carnada....", il povero
Michele non fece in tempo neppure a pronunciare il suo
soprannome che
Do' Lelle, tutte 'ncazzate
(arrabbiatissimo), sbraitò:
“
Ahhh!! Vu' sàte fameje de cumuneste! (Voi appartenete
a famiglie comuniste)." Ed allora per voi il passaporto
nix
arbait (nulla da fare), li gelò all'istante. E poi,
facendo
'na cazzìjéte (una ramanzina) a
Angiuline
Fioravante, che li aveva accompagnati: "
E ti che me
purte aécche! (E tu chi mi porti qui!). "'
Ngi vede ca
chésse è tutte contrapartéte?" (non vedi che questi sono
tutti contro il nostro partito?), concluse accigliato.
“
Ma Do’ Le'! A ni' je serve!" (Ma Do' Lello, a noi ci
serve), gli rispose Domenico, cercando di dargli una calmata.
"
Je' ne rije e ni mije” (io non raglio e non muggisco),
volendo fargli intendere che si faceva i cavoli suoi. “
Custuéddre”
(quest'altro), aggiunse indicando Michele Carnadase, “
ni
irre e nè arre” (non parla), anche perchè non aveva
avuto nemmeno il tempo di aprir bocca. “
Do' Le' daje",
concluse Domenico,"
'nti cazzà, faje ssu piaciàre (dai,
non arrabbiarti, facci questo favore).
Ni' a ma jè a
ruscuje’ a la Germanie... miche ce vulàme fa' la zille!”
(noi dobbiamo andare a lavorare in Germania, mica ci serve il
passaporto per giocarci).
Umberte Marinìlle, nel frattempo
z'ave' 'ncazzate e
ze n'ave' scìùte (si era arrabbiato ed era andato via).
“
Vabbune! Vabbune! (va bene), disse a questo punto
Do'
Lélle, dandosi una calmata ed interpretando l'ultimo
atto di un noto copione clientelare: "
Dumane matene,
però... passáte preme a Don Peppine e faciàteve fa 'na bella
téssere de la demucrazze’. E doppe armenete a ecche !!!”
(Domani mattina, però, passate prima da Don Peppino de Vito,
che era segretario della locale sezione della D.C., fatevi
fare una bella tessera della Democrazia Cristiana e dopo
tornate qui).
Da quel che mi risulta,
Umberte Marinìlle, non si fece
la tessera e quindi non partì, facendo poi qui la sua fortuna
negli anni a venire; non so se
Micchéle Carnadasene
parti o meno; quel che è certo è che Domenico, andò da Don
Peppino, si fece fare gratis una bella tessera della D.C. e
partì per la Germania.
Fine anni '50. Un ancor giovanissimo Vitale Artese, il
secondo seduto a destranella foto, agli inizi della sua
carriera politica, durante una cena con altri
rappresentanti della D.C., tra cui si riconosce l'on. Remo
Gaspari, il terzo seduto a sinistra nella foto.
Ma gli incontri di Domenico con
Do’ Lélle, non si
esaurirono qui.
Qualche anno dopo, nel 1966...
“
Ue’ Dumue’! Si' 'rminìute? (Ciao Domenico! Sei
tornato?), lo salutò
Do’ Lélle, incontrandolo in
piazza.
"
Scie' Do Le'! So' rmeniute", gli rispose Domenico,
che nel frattempo nel '64 si era sposato e sua moglie era in
attesa della primogenita Maria. "
Vulasse fa feje' majeme
che è préne a Sande Salve" (Mia moglie è incinta e
vorrei farla partorire a San Salvo), aggiunse.
"
Ue!!! Auguri Dome'!" gli disse
Do' Lelle, che
poi gli propose:
"Dumue'! Vu 'ntra' a la S.I.V.?”
(Domenico! Vuoi entrare a lavorare alla SIV), quasi forse a
volersi far perdonare, ricordandosi di quella proverbiale e
provinciale sceneggiata.
"
Scie'! Ma m’aja fa’ n’addra téssere?",
si informò Domenico a scanso di equivoci.
“No! Una ne basta e avanza”, lo rassicurò sorridendo questa
volta
Do’ Lélle, che poi gli spiegò: “Abbiamo
da poco costituito la società Sportiva, di cui sono Presidente
onorario.
Sciamande (un anziano tornato
dall'Argentina)
z'è fatte vicchie (si è fatto vecchio)
e mi serve un nuovo custode per il campo sportivo.
Lu vu'
fua' ti? (vuoi farlo tu). Ti do duecentomila lire al
mese”, concluse
Do' Lelle.
Domenico non se lo fece ripetere due volte ed accettò,
iniziando una nuova vita. Per 4 anni lavorò come operaio alla
SIV, che da poco aveva aperto i battenti, mentre per 34
consecutivi fu custode unico del campo sportivo e di molti
segreti dello spogliatoio della U.S. San Salvo.
Per una strana sorte del destino, anche se Domenico non le
cercava, gli capitava di incrociare persone che si chiamavano
Lélle o con il diminutivo di
Lélline, oppure
qualcuno che aveva il nome o il cognome che cominciavano o
finivano con le sillabe
elle.
Un primo esempio: “
Ue’ Dumue’!”, gli disse un altro
giorno
Lélline Balduzze (Leone Balduzzi), che aveva da
poco aperto il Circolo Commercianti in 1° vico piazza San
Vitale, di cui era presidente, “
Vu fua’ lu barreste a lu
circulàtte che so ‘perte je’? Le vu fua'?” (vuoi fare il
barista al circolo che ho aperto io? Vuoi farlo?").
"
Scie'!" , gli rispose Domenico, che imparò così anche
il mestiere del barista.
Altro esempio.
“
Ue’ Dumue’!”, gli chiese un altro giorno Felice
Tortelle
(Tortella), "Vuoi vendermi La Cornice?"
"Scie'!", gli rispose Domenico,"
Affare fatte", forse
perchè era già nell'aria l'affare con
Dumuéniche Verratte.
Insomma, il nostro Domenico Angelini, prima di diventare EL
DOMINGO, ne aveva già fatti tanti di mestieri e si dava un
gran da fare.
Per esempio, all'epoca in cui gestiva il piccolo bar del
Circolo Commercianti e contemporaneamente era custode del
campo sportivo, siccome da cosa nasce cosa, aprì anche un
chioschetto per la vendita di bibite allo stadio durante le
partite, e siccome solo con il campo non è che poi ci campasse
proprio da gran signore, aprì anche un bar in Via Fontana, che
chiamò MOKAMBO, a significare che con bar più il campo, “mo
kambava”.
E finalmente arrivò il tempo di EL DOMINGO.
Sullo sfondo, dietro le belle bagnanti, lo stabilimento
balneare El Domingo. Più in là è visibile l'altro
stabilimento balneare Happy Days di Nicola Scafetta.
Eravamo ormai giunti agli inizi degli anni '80, ed in quel
periodo Domenico Verratti, l'El Domingo originario, aveva
aperto
nu trappéte (un frantoio) a Villa Andreoli e
questo gli creava qualche difficoltà al termine della stagione
balneare, quando a fine settembre, doveva smontare lo
stabilimento, chiudere i conti, pagare le bibite ecc., mentre
già incombeva, a Ottobre, la raccolta delle olive.
Il nostro Domenico,
che ze n'ave addunuáte (che se ne
era accorto),
ave' nnasate lu manaje (aveva fiutato
l'affare) ed un giorno gli disse: “
Dumue'! Si ti le vu'
vànne quàsse, tìnime presente” (Domenico, se hai
intezione di vendere il tuo stabilimento balneare, tienimi
presente).
E non passò tempo che Domenico Verratti, lo tenne veramente
presente, ma talmente presente, che si presentò un giorno a
casa sua, e tutto sconsolato gli disse: "
Ciao Dome'.
Eccoti
le chiavi. Vai giù al mare e fai quel che vuoi”.
Era successo che il nuovo prefabbricato-bar con il quale
Domenico Verratti aveva sostituito l'anno precedente il
chioschetto in legno, ormai fatiscente, durante l'inverno,
avè
state arbelate (era stato sommerso)
dalla
sabbia, e in un momento di scoramento, aveva deciso di
venderglielo.
Domenico, che forse non aspettava altro, si armo' di pala ed
entusiamo e se ne scese giù al mare.
Sbéle e sbéle (scava e scava) lo riportò alla
luce.
Ma
a lu stràgne de le fìrre (al momento di concludere
l'affare) El Domingo originario, ci ripensò.
Era ormai troppo legato a quel suo stabilimento balneare e non
voleva, all'improvviso, del tutto distaccarsene.
Alla fine si misero d'accoro. Era il 1982 quando i due
Domenico formarono una società, che chiamarono Soc. EL DOMINGO
di Verratti Domenico & C. s.r.l.
Finalmente il nostro Domenico Angelini,
ave' 'mpezzéte
a lu muare (aveva messo un pezzetto di piede al mare) e
presto sarebbe diventato El Domingo, seppure in comproprietà
nominativa con il socio.
Con l'El Domingo originario che gli lasciò campo libero, il
nostro Domenico iniziò
a mastreje' hàsse (a prendere
sempre maggiore confidenza con l'attività di balneatore).
Una svolta importante, avvenne nell' 84.
Successe che Valentino Ottaviano demolì il Dancing Bar
Valentino e lo sostituì con IL MIRAGE, struttura totalmente
diversa da quella precedente, con ampio ristorante, e nessuno
organizzava più serate danzanti giù al mare.
"Mo màtte balle je'" (organizzerò io serate di ballo),
pensò Domenico.
L'idea si rivelò geniale. Sfruttando parte della
pavimentazione dello stabilimento come pista da ballo, iniziò
ad organizzare serate di ballo di liscio romagnolo, tornato in
voga proprio in quegli anni, trasformando l'EL DOMINGO, di
giorno, in placido stabilimento balneare e di notte in una
balera abruzzese-romagnola in riva al mare.
Fu un successone. Ogni sera il pienone.
C'era qualcosa, però, che giù non gli andava.
Nelle serate in cui non si ballava, la gente, a parte i
clienti fissi, da lui al bar non ci andava. Era stato fatto il
primo raddoppio del lungomare e la gente parcheggiava lì,
passeggiando e frequentando di notte solo i bar di quei lidi a
sud o nella parte centrale.
Sebbene ne avesse parlato con gli amministratori comunali, si
accorse che a costoro
a 'na racchie j 'ndrave e n'andre
iascéve (nessuno lo ascoltava).
E fu così, che
tite ze me' e tite ze me', che non è un
ballo sudamericano, ma significa, in dialetto sansalvese, dopo
tanto pazientare perdere la pazienza, un giorno cambiò musica,
cercando di far ballare la tarantella a chi di dovere.
"LA SPIAGGIA DELLE INCOMPIUTE", titolò un mattino d'estate un
noto giornale, in cui Domenico, intervistato, faceva notare,
gravi carenze che secondo lui affliggevano il litorale.
L'articolo con il quale Domenico glie ne cantò di tutti i
colori agli amministratori pro-tempore.
Ma è storia del passato.
Oggi Domenico Angelini è in pensione, ed in quella spiaggia
delle incompiute, chissà quante cose ancora in futuro si
compiranno e ne combineranno i nostri politici, specialmente
su quella famosa part. 18, in cui uno ci vuole fare un'altra
colata di cemento ed un altro pure.
La sua missione, così come quella di Domenico Verratti, è
ormai compiuta.
Dal 2010, i due Domenico, hanno ceduto entrambi la proprietà
dello stabilimento balneare a Maria, Sabrina e Nicola, figli
di Domenico Angelini, ed ai suoi due generi Gaetano e
Gabriello (i nomi che finiscono per ello, come
Do' Lello,
evidentemente sono nel suo destino).
Ai due Domenico El DOMINGO, resta la soddisfazione di aver
condiviso insieme, in amicizia, momenti belli della loro vita
e della gioventù.
Ed a proposito di giuventù, con l'acquisizione dello
stabilimento da parte dei nuovi soci, è rientrato in ballo
prepotentemente il ballo.
La pista da ballo dell'EL DOMIGO ospita settimanalmente, ormai
dal 2012, durante l'estate, il giovedì il PACHUKA BEACH,
musica e divertimento al ritmo di balli caraibici ed in quelle
del venerdì LA PERLA DEI CARAIBI, di cui Sabrina e Gaetano,
maestri di ballo, insieme ad altri artisti, sono gli artefici
principali delle serate.
Centinaia e centinaia di giovani affollano le notti d’estate
di quell'antico e ormai storico lido, che a dispetto degli
anni sembra mai invecchiare.
Una serata da ballo allo stabilimento balneare El
DOmingo.
Doveva essere davvero un mago quel signor Martini, quel
fabbricante cesenate di mosconi, che quando, nel lontano '74,
chiese a Domenico Verratti, il nome dello stabilimento
balneare, per scriverlo sul pattino, si sentì rispondere
"Bo!!!".
"Lo chiamerò EL DOMINGO", fu la sua intuizione.
Era come se già avesse previsto il futuro, come se già sapesse
che un giorno lontano, la musica caraibica sarebbe partita da
Santo Domingo, per approdare lontano.
E dove poteva approdare, partendo da Santo Domingo?
A EL DOMINGO, la pista da ballo sul nostro mare.
San Salvo, 30/8/2016
NOTE:
- Interpretare il nord e sud, per i sansalvesi, è
stato sempre un po' complicato. Spesso il nord veniva
confuso con il sud e viceversa, come avveniva nello
stesso capoluogo pe lu quart'abballe (a nord)
e lu quartammante (a sud). Anche per il
lungomare, essendo stato realizzato per primo il
tratto a sud-est (verso il Molise), veniva da molti
ubicato mentalmente 'nceme (sopra), mentre il
secondo tratto a nord-est veniva chiamato a
capabballe (giù).
- A proposito del fatto che Domenico Verratti avrebbe
preferito ubicare il suo stabilimento balneare in
corrispondenza delle Nereidi, ne seppe qualcosa nel
'79 anche Michele Scafetta. Infatti, quando Nicola si
spostò a capabballe con il suo Gambero,
realizzando l'Happy Days, sbagliò ubicazione,
piazzandolo dinanzi alle Nereidi. Non vi fu nulla da
fare, né sanatorie, né altre soluzioni. Fu costretto a
smam...mare, a smontare e rimontare dinanzi ai
complessi residenziali Lo Zodiaco e l'Aretusa,
all'epoca ancora solo con pilastri, a seguito delle
vicissitutini dello "Scandalo al sole".
- 'Lu fucàtázze, modo di dire sansalvese,
parafrasando 'na capàzze (una corda) di
salsiccia di fegato, usato allegoricamente per
indicare anche un discorso o qualcosa che diventa più
lungo rispetto al tempo previsto.
- Nix arbait, modo di dire in sansalvese "
niente da fare", molto usato dalla gioventù degli anni
'60, che era stata a lavorare in Germania, derivante
dal tedesco"nix arbeit".
- Marino Sciamante, citato nel racconto, era un italo
argentino al quale, dopo essere rimpatriato in tarda
età in Italia, gli era stata affidata la custodia del
campo sportivo appena realizzato. Era un tipo buono,
ma anche un po' pecchielànte (spesso si
lamentava), come se tutto a lui qualcosa di storto gli
capitasse E non aveva tutti i torti. Si racconta che
un giorno, durante un allenamento della squadra del
San Salvo, mentre era salito su un trabiccolo per
ridipingere qualcosa al campo sportivo, venne centrato
in pieno da una pallonata, che lo fece cadere a terra
gne' nu pàre sàcche (come un pero secco),
facendo je' scrizzénne (volare in aria) lu
stagnarìlle de lu culàure (il barattolino del
colore), tra l'ilarità generale. Non la prese proprio
bene. La pallonata invece si. (fonte Michele Molino,
ex calciatore del San Salvo).
- “La Cornice”, era un laboratorio artigianale di
piccola falegnameria, il primo aperto a San Salvo e
per la sua originalità anche nel comprensorio, da
Domenico Angelini negli anni '70. La sua sede era
sàprue a lu murajàunede la fànta vicchie (sul
muraglione di Via Fontana), in un antico localone di
proprietà della famiglia de Vito, in cui anticamente
vi era stato uno dei primi frantoi sansalvesi, senza
macine, ma con un'enorma pressa in legno, che squacchiáve
la leve (che macinava le olive), che veniva
alzata e scesa a mano, avvitandola e svintandola su
una filettatura di un enorme palo che arrivava sino al
solaio. "La cornice" di Angelini Domenico, produceva
principalmente cornici per quadri e ritratti, aste per
tende, ed altra oggettistica minuta in legno per la
casa.