MASTRO
LUIGI DI IORIO
(Detto Firpo)
Alcuni aneddoti scritti da
Evaristo Sparvieri
e pubblicati sulla "Voce"
AL CINEMA
di Evaristo Sparvieri
Mastro Luigi era un accanito fumatore, tanto da bruciare alcune
diecine di sigarette al giorno.
Un giorno, trovandosi a Vasto, entrò nelle sala cinematografica
denominata “Politeama Ruzzi” per assistere alla proiezione di un
film molto famoso e di cui ne aveva sentito parlare, da tempo,
in modo molto favorevole.
Prese posto nella platea e capitò, a suo dire, a fianco di una
meravigliosa fanciulla che gli fece perdere la testa, tanto di
non fargli capire più niente sulla trama del film in proiezione.
Raccontando tale avvenimento agli amici di bottega, concludeva:
”Ne j so’ pututo fa’ niente, però te l’haja attubbanate de
fìmue”. *
*Non sono riuscito a combinare con lei nulla di buono, ma l'ho
avvolta in una nuvola di fumo".
ALLUVIONE DEL POLESINE
di Evaristo Sparvieri
In seguito all’alluvione del Polesine, avvenuto nell’Ottobre
1951, causato dallo straripamento dei fiumi Po e Adige e per cui
ingenti e paurosi danni vennero arrecati in quel territorio,
anche a San Salvo, si costituì un Comitato per la raccolta di
fondi, da inviare in aiuto alle popolazioni colpite dal tragico
evento.
Detto Comitato era formato dalle persone più rappresentative del
paese (il Sindaco, l’Ufficiale sanitario, un rappresentante
della scuola, ed il Parroco).
E’ da premettere che tra Don Cirillo e Mastro Luigi il sarto,
(che aveva la bottega nei pressi della Chiesa Parrocchiale), vi
intercorrevano buoni rapporti confidenziali, in quanto, Don
Cirillo, nell’andare in Chiesa, spesso si fermava da Luigi,
dando luogo a piacevoli, scherzose e (a volte) anche a pungenti
ma benevoli conversazioni.
E così, allorquando i componenti il Comitato si presentarono a
Mastro Luigi, chiedendogli la sua offerta, questi, tra il serio
ed il faceto, li apostrofò dicendo loro: ”Io non ci metto
niente!”.
“E per quale motivo?”, gli chiese Don Cirillo.
“Perchè noi della Bassa Italia ci siamo nati alluvionati e a
nessuno glie ne importa niente”, esclamò sornione.
“E poi Don Ciri'!", aggiunse rivolgendosi al Parroco, parlando
nel suo stentato italiano: “Ci sarà, pure, qualcuno che lo ha
voluto questo
alluvionamento”.
“Nessuno lo ha voluto!", gli rispose Don Cirillo. "E’ stata
purtroppo una disgrazia, una calamità naturale”, concluse.
“Sì! Don Ciri'! Ma ci sarà pure qualcuno, in alto, lassù, che
comanda... su tutto”, gli chiese ancora Mastro Luigi, volgendo
lo sguardo verso il cielo.
“Il Padreterno!”, gli rispose Don Cirillo.
“E allora perchè volete andare contro la volontà del
Padreterno!”, concluse Mastro Luigi, tra l’ilarità generale
creatasi al momento.
Poi tirò fuori il portafogli e fece l'offerta.
ESSE TRA ESSE
di Evaristo Sparvieri
Nell’immediato dopoguerra, allorchè i Partiti politici
conducevano infuocate campagne elettorali, spesso, gli oratori,
di uno stesso partito, (candidati alle elezioni e presenti sullo
stesso palco), nel contesto dei loro discorsi propagandistici,
si elogiavano a vicenda, mettendo in risalto e sviolinando le
alte doti (specie morali) del collega presente al suo fianco.
Tanto a dimostrare che il loro partito proponeva, al vaglio
dell’elettorato, uomini validi, onesti e capaci di ricoprire
incarichi di amministratori della cosa pubblica, sia a livello
periferico che centrale.
Mastro Luigi, ritenendo esservi invidia e gelosia tra di loro
(per celata concorrenza) e, quindi solo ipocrisia e non altro,
così commentava:
“Chesse z’avantene esse tra esse, ma ‘n zi ponne vidê gne hêtte
e chene".
(Costoro si vantano tra di loro, ma non si possono vedere come
gatti e cani).
IL 28 APRILE
di Evaristo Sparvieri
Era il giorno 28 aprile e Mastro Luigi, dopo essersi rimesso a
nuovo nell’abbigliamento (z’avè arcagnate), uscì per la piazza,
onde potersi godere la Festa in onore di San Vitale Martire.
Non fece nemmeno un centinaio di metri, che si imbatte’ con
Mancini Luigi, il quale, unitosi a lui, gli raccontò per filo e
per segno, la trama del film che la sera prima aveva visto a
Vasto nel Politeama Ruzzi.
Finì la Processione, erano le ore dodici ed il racconto non era
ancora finito. Si lasciarono ed ognuno rientrò nella propria
abitazione, per consumare il pranzo di mezzogiorno.
Nel pomeriggio, verso le ore tre, Mastro Luigi, (dopo aver
schiacciato un pisolino) rimise piede fuori per il passeggio
festivo, ma, ahimè... incontrò di nuovo Mancini che riprese il
suo racconto dal punto esatto in cui prima l’aveva interrotto
all’ora di pranzo.
Mastro Luigi non ce la faceva proprio più, si accendeva una
sigaretta dopo l’altra, sperava di incontrare qualcuno con il
quale potesse cambiare discorso, ma per delicatezza, non osò
dirgli niente per non mortificarlo.
Arrivò l’ora della cena , e ugualmente ognuno rientrò in casa.
A notte inoltrata, e quando la Banda stava per iniziare
l’esecuzione delle opere musicali, Mastro Luigi decise
nuovamente di uscire.
Inconsapevole, giunto sull’uscio di casa, scorse con la coda
dell’occhio Mancini che passeggiava poco distante dalla sua
casa.
Senza farsi vedere, rientrò dentro, e se ne andò a dormire.
Raccontando tale episodio, agli amici della bottega, Mastro
Luigi concludeva: “Mancini m’ha fatte iuqua’ la feste di Santi
Vitale”.*
*Mancini m’ha fatto giocare la festa di San Vitale.
IL VESTITO DA ASINO
di Evaristo Sparvieri
Un giorno una pattuglia della Guardia di Finanza, in un giro di
controllo per il paese, entrò nella bottega di Mastro Luigi il
sarto, per accertare, se questi, fosse o meno in regola con
il”Blocchetto IGE” che, per gli artigiani e commercianti, era
obbligatorio avere.
Mastro Luigi, il “blocchetto” l’aveva, ma, in un arco di tempo,
di circa un anno, da esso, ne aveva staccate non più di cinque
ricevute.
Il Brigadiere, di fronte a tanta sfacciata evasione fiscale,
chiese il motivo di così scarso rilascio di ricevute, e Mastro
Luigi, bellamente, rispose che di lavoro non ce n’era ; e alla
domanda di come facesse a vivere, rispose che egli era scapolo,
figlio di contadino (proprietario di alcuni ettari di terreno) e
che quindi, al suo mantenimento provvedeva, quasi
esclusivamente, il padre.
Ed allora, il finanziere, per incastrarlo in qualche modo, gli
chiese di fargli vedere il quaderno su cui registrava le
“misure” dei propri clienti ; ma Mastro Luigi non si fece
trovare impreparato, e gli rispose che, siccome di clienti ne
aveva pochissimi, le loro misure "me l'arcorde a mente" (le
ricordava a memoria).
Ma il sottufficiale, non volendosi sentire sconfitto, e per
stabilire, approssimativamente, quanto fosse il guadagno annuo
dell’artigiano sarto, gli chiese il costo di manifattura di ogni
vestito.
Per confezionare un vestito, allora, occorrevano una cinquantina
di Lire, ma Mastro Luigi gli rispose che egli si accontentava
solo di dieci lire.
Di rimando, il finanziere, gli chiese, se, a tal prezzo,
volesse, anche a lui confezionare un vestito.
Mastro Luigi accettò, e gli disse: “Però, poi, non dovete
lamentarvi se andrete vestito da asino”.
“Come da asino?” ribadì il finanziere.
“Da asino, sì”, confermò Mastro Luigi, “Perché per sole dieci
lire non potrò confezionarvi se non un vestito da asino”.
LI DU’ MASTRE
(di Evaristo Sparvieri)
A poca distanza dalla bottega di Mastro Luigi, c’era un’altra
sartoria: quella di Gigino Artese, di recente apertura, essendo,
quest’ultimo, molto giovane e da poco professionalmente
autonomo.
Fra i due, intercorreva una buona amicizia, ma siccome Mastro
Luigi si reputava, (nel mestiere) di molto superiore al giovane
collega, si atteggiava, spesso, a correttore dei lavori da
questi eseguiti.
Ma Mastro Gigino, mal volentieri accettava tale atteggiamento, e
più delle volte si finiva in maltrattamenti.
Una volta, in una di tali dispute, Mastro Luigi, non trovando
argomenti validi a far prevalere le sue tesi, ogni tanto, se ne
usciva con l’intercalare: “Ma Gigì, sa’ chi vu’ fa’:
vammet’artravuddà” (trad. Gigino, sai cosa vuoi fare: vai a
rotolarti per terra).
Gigino, non sopportandolo più, e sentendosi profondamente
offeso, così gli rispose: “ A la fine di li cunte, Mastre Luì,
vammet’artravuddà tu che si’ ‘n asine” (trad. In fin dei conti,
Mastro Luigi, vacci tu a rotolarti che sei un asino).
Una volta i due si sfidarono al gioco delle carte (scopa),
giocandosi un pacchetto di caffè tostato e macinato. Vinse
Mastro Luigi, che, dopo aver preparato il caffe, (sui carboni
ardenti del ferro da stiro), per sé e per i suoi due
giovanissimi apprendisti, ordinò loro di andarlo a consumare
avanti alla bottega di Gigino, e di ripetere spesso :” Ueh!!!,
Com’è bone stu cafe’: sa di Artese”.
* artravuddà: rotolarsi per terra come fa l'asino, il cavallo,
il maiale.
IL VESTITO DI PASQUALINO
di Evaristo Sparvieri
Pasqualino Di Iorio, studente universitario a Roma, dovendo
ripartire col treno delle ore 16 per la Capitale, pregò Mastro
Luigi di mandare a casa sua un apprendista a prendere il suo
vestito da stirare.
Mastro Luigi, a malincuore, (perché sapeva che non l’avrebbe
pagato, essendo mezzo parente) vi ci mandò l’apprendista Guido
Tomeo (di una diecina d’anni) che, quando tornò, era scosso ed
impaurito, perché Donna Felicetta (la mamma di Pasqualino)
l’aveva violentemente rimproverato, perché aveva chiesto di
dargli il vestito di Pasqualino e non di “Don Pasqualino”.
Mastro Luigi, dopo aver eseguito accuratamente il lavoro, ordinò
allo stesso apprendista di riportarlo dietro, ma questi, dato il
precedente spiacevole inconveniente, si rifiutò di farlo.
Allora, Mastro Luigi, rivolgendosi al secondo apprendista, Gino
Mariotti (quasi della stessa età dell’altro) gli disse:
*“Arpurtejele ti, e de’ a Donna Filiciatte: “Ecche lu vustete de
Pasqualine, te le manne Do’ Luegge”.
*Riportaglielo tu, e dirai, a Donna Felicetta: “Ecco il vestito
di Pasqualino, te lo manda Don Luigi”.
L A C I T A Z I O N
E
di Evaristo Sparvieri
“Uggenie lu Sacrastane” (Eugenio il sagrestano) esercitava anche
la funzione di “Ufficiale Giudiziario di Conciliazione, per cui
aveva anche il potere di redigere le cosiddette “citazioni”,
commissionate da creditori, nei confronti di chi non provvedeva
al pagamento dei propri debiti.
Si fece confezionare un vestito da Mastro Luigi, e non si
decideva mai a pagarlo.
Mastro Luigi, pazientò per un bel po’ di tempo, ma quando vide
che non se ne parlava proprio, un giorno, chiamò “Uggenio” (che
stava andando in Chiesa per le funzioni religiose) e gli disse:
“Ugge'! Ti vu guadagna’ ca ccose?”*
“E come? “, rispose il sacrestano.
“Fatti ‘na citazione a te stesso”, concluse Mastro Luigi. **
* Eugenio! vuoi guadagnarti qualcosa
** "cita te stesso".
L’ORA DI CRISTO
di Evaristo Sparvieri
E’ da premettere che in quei tempi, Mastro Luigi, era uno di
quei pochi che potevano permettersi il lusso di avere un
orologio.
Era tascabile e di marca “Omega” e lo portava, assicurato da una
catenina nel taschino dei pantaloni, come allora si usava.
Un giorno, trovandosi a Vasto (era il tempo della seconda guerra
mondiale) un signore, lungo Corso Nuova Italia, gli chiese, per
cortesia, che ora fosse.
Mastro Luigi, tirò fuori l’orologio dal taschino e gli
rispose:“Sono le ore dieci”.
Siccome vigeva l’ora legale, quel signore, sapendo che le dieci
erano già trascorse, gli domandò: “Come le dieci !!! Forse lei
vuol dire le undici ?”
“No", ribadì Mastro Luigi: "Sono le dieci”.
“Scusi", gli chiese allora il signore:"Ma lei va con l'ora
legale o con l'ora solare?".
"Je vaje 'nghe l'haure c'ha 'mmintate Creste!", concluse Mastro
Luigi. *
* “Io vado con l'ora inventata da Cristo."
LU MEDICHE DI LI PALLE
di Evaristo Sparvieri
Mastro Luigi, in un periodo della sua vita, ebbe dei lievi
disturbi ai testicoli che poi si risolsero positivamente,
trattandosi solo di passeggeri ed insignificanti malori.
All’inizio, però, egli era molto preoccupato, per cui, avendo
avuto l’indirizzo di un medico specialista in materia, residente
a Pescara, senza alcun indugio, vi si recò immediatamente.
Arrivato “in loco” , raccontò che presa la rampa delle scale del
palazzo ove esercitava la professione il medico, sulla porta del
primo pianerottolo lesse:
“Ragionier ... "
Nel secondo pianerottolo: “ Avvocato…”
Nel terzo pianerottolo : “Ingegner … ”
Finalmente al quarto: “Medico delle palle.”
“Que’ è ” (Questo è), disse a se stesso ed entrò.
Da quel che si è potuto capire, siccome sapeva poco leggere,
nella scritta “malattie veneree e pelle” aveva scambiato la
parola “pelle “ con quella di “palle”.
LA “GROSSA” SPACCATA
di Evaristo Sparvieri
La cosiddetta “Grossa”, la campana maggiore della Torre
Parrocchiale, si era spaccata.(Si era agli inizi degli anni
’50).
La causa era incerta; però, non mancavano voci tendenziose che
accusavano uno dei due sacrestani (quello uscente e quello
entrante che per gelosia di mestiere, e per mettere in cattiva
luce il rivale contendente al posto, avrebbe compiuto
furtivamente il biasimevole misfatto).
Comunque, per poter riportare allo “statu quo ante” la
situazione, in paese costituirono (organizzata dal Parroco Don
Cirillo Piovesan) un apposito Comitato per la raccolta dei fondi
necessari al ripristino della vecchia e antica campana.
Mastro Luigi il sarto, che aveva la bottega a poche diecine di
metri dalla Chiesa e l’abitazione proprio sotto il campanile, al
momento in cui gli venne chiesta l’offerta, non fece di testa
sua, ma la fece stabilire da Don Cirillo, il quale gli disse che
avrebbe dovuto dare almeno 5.000 lire, dato il suo stato
economico abbastanza buono.
E Mastro Luigi, di rimando:” Carissimo Don Cirillo, io ve ne
darò 10.000, a condizioni, però, che voi leviate dalla Torre
anche le altre due campane (la mezzana e la campanella) perché
"... da canda so' nate m' hanne ritte le... racchie e 'n J la
cale pruprie chije!!!" (da quando sono nato, mi hanno sempre
rotto i… timpani, e non ce la faccio proprio più).
LI COLACOLE
di Evaristo Sparvieri
Durante il secondo conflitto mondiale, e precisamente nel
periodo invernale, e parte di quello estivo, relativi agli anni
quarantatrè e quarantaquattro del secolo scorso, la nostra San
Salvo fu centro di smistamento delle Forze Armate Inglesi,
relativo alle operazioni belliche, contro i Tedeschi, allorchè
il fronte si era assestato, per parecchi mesi, sulle sponde del
fiume Sangro.
Il nostro Paese, in quella occasione, si vide trasformato in una
grande piazza d’armi, ed in ogni dove, anche nelle viuzze più
recondite, non mancavano automezzi militari, depositi di armi e
di munizioni e di quant’altro era necessario ai rinforzi, ai
rifornimenti ed ai rincalzi delle truppe operanti sul fronte
delle operazioni belliche.
Tale permanenza ebbe luogo anche per alcuni mesi della stagione
calda, per cui, nel paese, come al solito, riapparvero le mosche
in numero abbastanza considerevole.
Gli Inglesi, ed in special modo gli Ufficiali, perché
indossavano pantaloncini corti fino alle ginocchia, si erano
muniti di aggeggi fatti di crini, a mo’ di codino di cavallo,
con cui scacciavano i fastidiosi insetti, insistenti aggressori
delle loro nude gambe.
Mastro Luigi, osservando scene di tal genere, se ne venne fuori
con questa frase:
“Li ’nglese hanne pahihure chi ni i pezziche li mêscule; a ni, i
pezziche li “colacole”* e ‘n zi ni manc’ addunuame”, e chesse
fanne tutte ssa cummuedie".
* Gazze ladre.
trad. "Gli inglesi hanno paura che di essere punti dalle mosche.
A noi ci pungono le gazze ladre e neanche ce ne accorgiamo".
LO SPIRITO DI CORPO
di Evaristo Sparvieri
Durante gli anni trenta del secolo scorso, coincidenti col
ventennio fascista, i giovani, al compimento del diciottesimo
anno di età, erano obbilgati a frequentare il cosiddetto “Corso
di istruzione premilitare” tendente alla preparazione, dei
giovani stessi, prima che essi venissero chiamati a compiere il
servizio di leva nei vari settori delle Forze Armate dello
Stato.
Detti corsi avevano il loro svolgimento nell’ambito del paese di
residenza, nel pomeriggio di ogni sabato ed in locali chiusi o
all’aperto, a seconda delle attività da svolgere (pratiche o
orali) e, per accertare il livello di preparazione dei giovani,
spesso venivano, loro, rivolte domande relative al programma
svolto.
E Mastro Luigi, investito dalla domanda cosa fosse “Lo spirito
di corpo”,* sarcasticamente ed intenzionalmente rispose: “Lu
ŝquardille”, usando il termine muratoresco che vuol significare
“scorreggia”.
Per tale affronto e offesa alla disciplina ed alle norme del
rigido e serio regolamento militare, si “sbafò” una nottata in
“camera di sicurezza” presso il Posto Fisso di Polizia,
esistente, allora, in paese.
*Orgoglio di appartenenza al proprio Corpo Militare.
LU CILE NGHI LU DUETE
di Evaristo Sparvieri
Nell’immediato dopoguerra, (relativo alla seconda Guerra
Mondiale), fra le ragazze aspiranti al matrimonio, in San Salvo,
vi era una che si reputava superiore alle altre per avere alcune
lire (che le altre non avevano) guadagnate dal padre emigrato
negli Stati Uniti d’America.
Pertanto, aspirava ad un matrimonio con persona di buon livello
sia economico che culturale: addirittura pretendeva un laureato
e possibilmente medico.
Il tempo trascorreva inesorabilmente e la ragazza, presa dal
timore di rimanere “zitella” rinunziò alla parte culturale e si
accontentò solo di quella economica.
Fidanzatasi con un signore di Vasto, che era proprietario e
gestore di un attrezzatissimo negozio di formaggi e salami, ci
teneva a far credere ai Sansalvesi che il suo era un matrimonio
di cui lo spessore, le altre, non se la sarebbero mai sognato.
Nel periodo di fidanzamento, passeggiava, spesso, per le vie del
paese, unitamente al proprio fidanzato, ostentando prosopopea,
superbia e non curanza di nessuno (si dava, quindi delle arie).
Mastro Luigi, osservando tali atteggiamenti da parte della
ragazza, ebbe a dire: “Ma guarda a chella : za crede ch’ha
tucquate lu cile nghi lu duete, zenza sape’ ch’ha tucquate la
murtatelle”.
(Ma guarda quella: crede di aver toccato il cielo con il dito,
senza sapere che ha toccato la mortadella).
L U P A L E T T O’
(Il cappotto)
di Evaristo Sparvieri
Nel periodo bellico (1943-44) in cui la penisola italiana, era
attraversata dalle Forze Armate Britanniche, dopo lo sbarco in
Sicilia, si era attanagliati da un pauroso stato di carenza sia
di prodotti di primissima necessità che di altro.
Trovare l’occorrente per potersi far confezionare, dal sarto, un
vestito, non era cosa facile, e spesso si ricorreva a tessuti di
natura militare, di cui i militari stessi se ne disfacevano per
usura, per amicizia o per altri motivi, specie di carattere
economico.
Si presentò alla bottega di Mastro Luigi, un giorno, un certo
Antonio (sansalvese purosangue, di cui, per riservatezza non si
cita il cognome), per farsi confezionare un “paltò”, portando,
al Maestro sarto, una coperta militare inglese, di colore
giallo, pelosa e robusta (da usare quale stoffa), un pezzo di
tela da tenda mimetizzata (da usare come fodera e tela dura ) e
due ciberne di tessuto sfilabile (da cui ricavare il filo
necessario).
A tal vista, Mastro Luigi, così, lo apastrofò: “Ma tu, care
“Ndonie, si sbaiate puteche : tu ave’ da j’ a la puteche di
‘Ndunine Crecchie: lu mmuastare”. *
*Ma tu, caro Antonio, hai sbagliato bottega: dovevi andare a la
bottega di Antonio Checchia che realizza i basti per gli asini.
LU PIANINE
di Evaristo Sparvieri
Una volta per le vie dei paesi, andava spesso girando un
pianino, che, trainato da asino, o da persona che fungeva da
asino, emetteva motivi musicali popolari, allo scopo di
racimolare qualche soldo in offerta, acciocchè quella povera
gente potesse, in qualche modo, sbarcare il lunario.
Il pianino era azionato da una manovella che, girata
continuamente da una persona, produceva suoni già prestabiliti
su rulli di carta bucherellata.
Nell’immediato secondo dopoguerra, uno di tali pianini, girava
per le vie di San Salvo, ed il personale addetto era costituito
da tre persone: marito, moglie ed un figlioletto di una diecina
d’anni.
Giunti nelle vicinanze dell’attuale “Farmacia Di Croce” il
bambino, col piattino, raccogliendo le offerte, si spinse fino
alla bottega di Mastro Luigi il Sarto, che, nel vederlo, gli
chiese cosa volesse ed il perché di tale richiesta.
Il bambino glielo spiegò e, Mastro Luigi, che aveva il suo
laboratorio abbastanza distante dal luogo dove il pianino era in
azione e quindi non si era accorto della sua presenza, così lo
apostrofò:”Tu vi a sunà a lu purate (1) e vi a segge a ecche!”.
(Tu vai a suonare al prato e vieni a riscuotere qui!).
Poi, sorridendo, tirò fuori dalla tasca qualche soldino e lo
diede al bambino.
1)” Lu purate” (il prato) è una zona di campagna che si trova
nella pianura del fiume Trigno, a circa tre chilometri da San
Salvo.
LU PRUFUSSORE DI LI...
di Evaristo Sparvieri
A San Salvo, entro gli anni cinquanta, venne istituita la Scuola
di Avviamento Professionale con sede nei locali del vecchio
Palazzo scolastico dove vi erano aule libere per essersi, la
Scuola elementare, in parte, trasferita nel nuovo Edificio di
Via De Vito.
Quale Preside provvisorio venne nominato l’Arciprete Don Cirillo
Piovesan, Parroco unico a San Salvo; mentre l’incarico all’
insegnamento , per carenza di personale abilitato, venne
affidato a Professori “raccogliticci” quali laureati in
giurisprudenza, in farmacia in veterinaria ed altro.
L’unico professore abilitato era quello relativo all’ Educazione
fisica, che veniva da Vasto: era un certo Donetro De Fanis che,
per le sue ottime qualità professionali e umane , era molto
stimato ed apprezzato nella sua Città ed altrove.
Il portamento fisico di tale professore (forse dovuto
all’attività professionale che quotidianamente svolgeva),
sembrava essere pervaso da una eccessiva spavalderia, e Mastro
Luigi , che lo vedeva passare quasi ogni giorno avanti alla sua
bottega, un giorno se ne uscì con questa frase:
“Ma tu vedi gna zi ‘mposte lu Prufussore di li “capiltotte”.*
(Ma guarda come cammina pieno di sè il professore delle
capriole).
NON ME LO METTO
di Evaristo Sparvieri
Zi’ Angilicce lu Panattire (Angelo Cilli), di una età abbastanza
avanzata, un giorno si presentò alla bottega di Mastro Luigi per
farsi confezionare un vestito nuovo, perché quello che aveva
addosso era l’unico che possedeva e che, per il tempo trascorso,
era ridotto ai minimi termini e non era più presentabile.
Aveva con sé tutto l’occorrente (stoffa, fodera, filo, bottoni,
ecc.) e Mastro Luigi lo accolse con molta simpatia e rispetto
data la vecchia conoscenza che intercorreva tra di loro e data
la bella e rispettabilissima età del cliente.
Presi, preliminarmente, i dovuti accordi del come l’abito doveva
essare confezionato, Mastro Luigi si apprestò a prendergli le
misure, e quando nulla più vi era da fare, Zi’ Angilicce, salutò
cortesemente, e prese la via della porta per andarsene.
Ma come arrivò sulla scala di essa, si rigirò e, diretto a
Mastro Luigi disse:"Però, io quesso vestito non me lo metto”.
“ E perché?”, domandò Mastro Luigi.
“Picchè, troppi chiare”, rispose il vecchio:
E Mastro Luigi: “E allora picchè ti li si’ ‘ccattate”.
“I’ ni mi li so’ ccattate; mi l’ ha cattate Oreste: chi lu
stupide di fijeme”, rispose, ancora Zio Angelo, e se ne andò.
Dopo alcuni giorni, il vestito era già bello e pronto, e Zi’
Angilicce puntualmente lo andò a ritirare.
Lo indossò subito, buttando quello vecchio.
Trascorso un bel lasso di tempo, Zi’ Angilicce, ogni tanto si
recava da Mastro Luigi per farsi rattoppare il vestito o
mettervi qualche pezza onde chiudere gli strappi o i buchi che,
in seguito al continuo uso, nel vestito venivano a verificarsi.
Mastro Luigi, quando vide che tale operazione durava già da
parecchio tempo e che il vestito, ormai, era quasi fuori uso,
con molta educazione e rispetto, così disse a Zi Angilicce:
“Zi’ Angili’, ma ni m’ave’ dette ca ssu vistete nin ti li vuleve
’mette picchè” troppi chiare? Ma a me mi pare ca Signure’, su
vistete nin ti li vu’ pruprie luvua’ cchii . Ti ci si
affizziunuate".*
* Zio Angelo non mi avevi detto che questo vestito non te lo
volevi mettere perché di colore troppo chiaro? Ma a me sembra
che non te lo vuoi proprio levare e che ti ci sei affezionato.
SIVA SIVE
di Evaristo Sparvieri
Nel secondo dopo-guerra, spesso, almeno per una volta alla
settimana, girava per il paese un vecchio “Vuastarole” povero,
macilento e mal ridotto.
Veniva a piedi da Vasto e portava con sé un piccolo sacco, una
cesta (con della paglia dentro) e una piccola stadera ottonata,
che usava nel vendere i suoi miseri prodotti.
Girava per le vie del Paese gridando:”Siva Sive”e… “Siva Sive”
era diventato il suo” nome d’arte”perché, per individuarlo,
tutti lo chiamavano così.
La sua principale attività commerciale era quella della vendita
del “sego”di cui i contadini, ne facevano largo uso, sia per
rendere morbide le scarpe da lavoro, sia per togliere la durezza
ai finimenti e alle bardature dei loro animali da lavoro.
La vendita avveniva, quasi esclusivamente con scambio di
prodotti locali (formaggio, uova, vino, olio ed altro) che, poi,
il vecchio, o rivendeva “in loco” o portava a Vasto per lo
scambio in moneta.
Un giorno, Mastro Luigi, vedendolo passare avanti alla sua
bottega lo fermo’ e gli chiese di vendergli un “pezzo di cacio”
Il vecchio, poso’ per terra la cesta, entro cui aveva alcune
uova e qualche pezzo di formaggio, si tolse dalla spalla il
sacchetto contenente il” sego “( dal nauseante tanfo), e diede
mano alla stadera per procedere al peso del prodotto richiesto.
Ma per sua disgrazia, capitò che entro il piatto della stadera,
vi si trovasse, per caso, un filo di paglia.
A tal punto Mastro Luigi (che non doveva comperare nulla) si
rivolse al vecchio dicendogli: ”Mo pure lu pese di lu file di
paje t’haja paga?”.
Il vecchio, con santa pazienza, rimise nel cesto il formaggio e
rigirò il piatto della stadera per far cadere la paglia e mentre
faceva tale operazione, diretto a Mastro Luigi gli disse: “Oh
quanda sì cacante!!!” (quanto sei cavilloso!).
Non l’avesse mai detto!!!
Mastro Luigi, che non doveva comprare niente e voleva forse solo
divertirsi un pò, lo aggredì dicendogli:”Ma va’ ffa ‘nc... ;
vedi che vi’ ha da fa’ , e ne j cimintenne cchiù la gente!”.
Il povero vecchio rispose:”I’ ti so’ cimintate? Tu mi si
chiamate!!! Vattene a fa’ ‘nc... ti ; ma tu vedi nghi chi razza
di cristijane haja cummatte je’ “ e, cosi dicendo, se ne andò,
mentre Mastro Luigi lo seguiva con lo sguardo ridendo sotto i
baffi.
ZI’ LISANDRE
di Evaristo Sparvieri
Mastro Luigi aveva uno zio di nome “Zi Lisandre” col quale non
andava d’accordo per il motivo che temeva che questi, non avendo
figli, ed essendo di condizione economica abbastanza buona, alla
sua morte, avrebbe lasciato tutti i suoi beni al nipote
Sandruccio, (figlio di Giovanni Di Iorio) che per “rinnovo”
portava il suo stesso nome.
Mastro Luigi, pertanto, non lo sopportava affatto e spesso ci si
scontrava anche per futili notivi di carattere semplice e
familiare.
Diceva che Zi’ Lisandre faceva “pantire” (pozzanghera) dalla
parte del nipote Sandruccio, nel senso che come l'acqua piovana
stagna in una pozzanghera, così Zi' Lisandre "stagnava" denaro
che avrebbe donato alla sua morte al nipote prediletto.
Un giorno Mastro Luigi disse che quando lo zio fosse morto
avrebbe fatto sigillare tutti i suoi beni , e che alla
successiva spartizione dei terreni avrebbe preteso che gli
venisse assegnata una striscia di terra per ogni appezzamento di
terreno che lo Zio aveva lasciato.
E’ da mettere in evidenza che i terreni di Zi’ Lisandre non
erano in unico “corpo”, ma sparse in zone diverse dell’agro di
San Salvo, e ne erano parecchi.
E alla domanda che il notaio avrebbe potuto rivolgergli del
perché tale scelta e cosa ne avrebbe fatto di piccole e inutili
strisce sparse, Mastro Luigi, diceva che gli avrebbe risposto: “
Ci-aia je’ a caca’! “ (Ci devo andare a cacare).
N.B. All’epoca a San Salvo non vi erano ancore le fognature e
sopratutto i maschi erano soliti andare “al bagno grande” in
aperta campagna.