E ze n'è jute Burrélle
(E' stata demolita la casa di Del Borrello)
di
Fernando
Sparvieri

E ze n'è jute Burrélle.
La casa de Burrélle, quella casa
che era sopravvissuta alla guerra, quando alcune cannonate
la colpirono, causando tre vittime, non è sopravvissuta al
progresso in nome del quale tutto è normalità e tutto è
acconsentito, perchè macchiavellicamente parlando, senza
polemica alcuna, il fine continua a giustificare i mezzi,
per una moderna e narcisistica a volte ragion di stato.
Per me che ahimé qualche annetto sulle spalle ormai ce
l'ho, è stato come rifare un tuffo nel passato, come
rivedere un vecchio film, uno spettacolo già visto
quand'ero bambino, quando tutti felici e contenti, anche
se oggi in tanti asseriscono il contrario, demolirono,
sempre in nome del progresso, della civilità e
dell'edonismo estetico, una decina di vecchie case, la
"Porte de la térre" e vecchio campanile compresi,
per ampliare orgogliosamente piazza Municipio, ora Piazza
San Vitale, per farci entrare finalmente le corriere e
poter ascoltare tutti, belli larghi larghi, la banda, alla
festa di San Vitale.
In tempi più recenti è toccato anche alla sezione della
D.C. di piazza Vitale Artese ed all'adiacente vecchio
Ufficio Postale, che poi vecchissimi, almeno di età,
proprio non lo erano, e stessa sorte subirà, da quel che
si dice, il palazzo scolastico di Via de Vito, il primo
vero fiore all'occhiello, insieme all'edificio dell'asilo
comunale di Via Firenze, dell'era democristiana, in nome
sempre del progresso e delle subentrate leggi
antisismiche, per fare largo ai nuovi abitanti del pianeta
Terra e cioè alle automobili.
"Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma" è
la legge della conservazione della massa fisica, che
prende spunto da un postulato del francese Lavoisier, che
di mestieri ne faceva ben quattro (chimico, biologo,
filosofo ed economista).
E mo z'è n'è jute pìure Burrélle",
non inteso solo come il cognome di zi Lueggie
Bùrrelle (Del Borrello), il capostipite della
famiglia, che era nato nell'ottocento, ma sopratutto
per essere stato, nel secolo scorso, uno dei nomi che
gli antichi sansalvesi, usavano per identificare ed indicare
quella zona del paese, "a Burrèlle", appellativo che
condivideva nghe lu Calevárie (con il
Calvario), quando le denominazioni delle vie ed i
numeri civici esistevano, ma la gente identificava con le
case e con i nomi e soprannomi di chi ci abitava, la
toponomastica stradale.
Non aveva nulla di eccezionale e storicamente importante, la
casa de Burrélle.
Era una bella casa però per quei tempi, meglio di tante
altre. Era l'ultima casa de lu quart'abballe,
quando percorrendo via Roma, venendo da lu quarte
ammànde, San Salvo finiva a Burrélle. Alle
sue spalle iniziava la campagna con qualche casa sparsa nei
pressi del paese.
Chissà quante storie, se le case potessero parlare, avrebbe
avuto anch'essa da raccontare. Chissà se ci avrebbe
raccontato di quanta gente ha visto passare quando dinanzi
"a lei" passava la vecchia nazionale, storie di gente
d'altri tempi, di felicità e di dolore, d'amore e di
delusioni, di lavoro, di sudore, di emigrazioni, accadute in
quel piccolo paese, che ha visto crescere in fretta.
E chissà, se con un po' ironia e di nostalgia per i tempi
andati, ci avrebbe raccontato di quando zi' Lueggie
Burrélle, nelle sere d'estate, con la luce accesa,
seduto a tavola, con la porta aperta, cenava con la sua
famiglia e lo si vedeva in lontananza, dal Monumento ai
Caduti, man mano che ci si avvicinava al vecchio Calvario,
mangiare.
Nacquero nell'allor piccolo paese due detti popolari: "Ué!
me pìre Burrèlle!", si iniziò a dire per similitudine
e con ironia, passando dinanzi la casa di un conoscente, ad
esempio di un amico, vedendolo mangiare, dentro, con la
porta aperta; oppure "Ue'! Ch'ama fa Burrélle?",
divenne un altro modo di dire al contrario, quando qualcuno,
che stava mangiando dentro casa, temeva che un passante
potesse vederlo dalla strada, mentre mangiava con la porta
rimasta aperta, esortando, chi non l'aveva chiusa, a
chiuderla.
Ora che non c'è più la casa de Burrélle, sono
passato anch'io, a dare un'occhiata.
Sì, da via Roma, ora si vede bene e si entra dritti alla
villa comunale, ma qualcosa mi manca.
Sarà che forse devo ancora farci l'occhio, quell'occhio che
agli antichi sansalvesi scappava, quando d'estate zi'
Lueggie Burrélle, a porta aperta, con la luce accesa,
nella sua casa, seduto al tavolo della cucina, insieme alla
sua famiglia, mangiava.
19 Febbraio 2025
Da sin. Sebon (Felice Tomeo),
Fernando Sparvieri ed Enzo Marzocchetti, tre amici e
compagni di classe alla Scuola Media. Sullo sfondo la casa
de Burrélle (della famiglia Del Borrello), in un
giorno di festa.
Nota: "La càute!" (La
coda!), era altro modo di dire in generale per far intendere
a chi entrava di aver lasciato la porta aperta.
Video
La scienza de zi' Lueggie de
Burrélle
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Vittime di guerra
tra la popolazione sansalvese
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