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Ogni mondo è paese, ma il mio paese è il mio mondo.
Fernando Sparvieri







Ma chi sarebbero li salvanése

I racconti di Fernando Sparvieri



Un po' di storia locale raccontando personaggi










Se ve vulàte 'mbriaca'...
(Se volete ubriacarvi)

di Fernando Sparvieri

Da sinistra il barista Silvio Ialacci, titolare del Bar Roma in C.so Garibaldi. Al centro Rolando Ialacci, sansalvese emigrato a Rosario (Argentina); a destra Antonio Pracilio, cognato di Silvio.


Ogni qualvolta che è tempo di elezioni, notando sempre di più la scarsa affluenza alle urne di circa il 50% degli italiani aventi diritto al voto, per una di quelle strane ed improvvise similitudini che fa il cervello umano, mi torna in mente la passatélle, svago preferito dai maschi sansalvesi quand'ero ragazzino.

Gli anziani del paese sicuramente la ricorderanno. I più giovani, invece, dubito che sappiano tutti di cosa si tratti, anche se ho saputo che per molti di loro, sopratutto nei piccoli centri montani, è un passatempo ancora attuale.

Ma cos'era questa passatella?

Chiamata dai sansalvesi anche "la legge", come a voler significare che c'erano regole ben precise da rispettare, era un gioco con le carte napoletane o piacentine, che si disputava nei bar, ed ancor prima nelle misere cantine, dell'allor piccolo paese.

Sebbene fosse un gioco di carte a sé stante, autonomo, a cui potevano partecipare ad ogni giro anche una decina di persone, i sansalvesi la disputavano quasi sempre nei bar, subito dopo che quattro giocatori, seduti intorno ad un tavolino, dopo essersi giocati a tressette una bottiglia di birra, o in tempi più remoti di vino, davano vita ad un'ulteriore disfida nella sfida, che era la passatella, che aveva inizio subito dopo che il mazziere ridava una mano di carte a tutti, estesa a volte anche ad altri avventori del bar, prima spettatori durante il tressette, necessaria per nominare, in base al valore delle carte ricevute, le due figure più influenti per il prosieguo del gioco, definite, in ordine gerarchico, lu patràune (il padrone) e lu sàtte (il sotto o sotto-padrone).

Il padrone, in parole povere, era colui che aveva facoltà di comandare sulla bottiglia di birra o di vino e quindi scegliere, a suo piacimento, a chi darne da bere un bicchiere. Per farlo, però, doveva avere il consenso del sotto, senza l'autorizzazione del quale non poteva dare da bere a nessuno, se non scolarsi egli stesso l'intera bottiglia, mettendo a repentaglio la sua sobrietà.

Volendo fare un'analogia con il mondo politico, con i dovuti distinguo, il padrone era paragonabile al capo di un governo di coalizione nominato dal Presidente della Repubblica nella sua qualità di rappresentante del partito di maggioranza relativa, mentre il sotto era il suo vice, appartenente però ad altra fazione politica, che poneva il suo veto inderogabile se non vi fosse un accordo tra le parti, pena l'uscita dall'esecutivo.

In altri termini, come racconta la storia di molti governi italiani, anche nella passatella o nella legge, chiamatela come più vi piace, si instaurava una specie di guerra di logoramento di nervi tra le parti che gestivano il potere, tanto che alla fine, non si riusciva a capire mai bene se a comandare fosse veramente il padrone o il sotto.

E lì, dentro le mura di un bar, tra sfottò, battute sarcastiche, silenzi, nervosismo, ripicche e controripicche, derivanti da vecchie ruggini, la passatella o meglio la legge, come spesso succede nella vita reale, non era uguale per tutti, ed a farne le spese era sempre qualcuno che alla fine andava ìlmue (olmo), nel senso, e glie lo facevano apposta, che non gli toccava neppure bagnare le labbra in un bicchiere di birra, restando a volte a secco per interi giri di passetelle, facendo la figura del pollo e del fesso, insomma de nu mézze sciminarìlle (di una persona un po' sempliciotta, poco scaltra). Mandare "olmo" qualcuno era il vero divertimento e scopo del gioco.

Era davvero nu bélle spassatémpe (uno spasso) vederli all'opera prima che molti baristi abolissero il gioco delle carte. A pagare le birre era chi perdeva. Le partite, che sopratutto d'inverno si protraevano per ore e ore, dentro bar con i vetri appannati dal fiato e dal fumo delle sigarette, avevano un grande seguito di spettatori, che seguivano gli sviluppi del gioco in piedi, tutti intorno ai tavolini. Alcuni di loro, come già detto, pur non giocando la precedente partita a tressette al tavolino, se invitati o per loro diretta iniziativa, potevano partecipare anch'essi alla passatella, offrendosi di pagare la bottiglia di birra in palio, da poco servita dal barista.

"Sééé! Purte n'andre!" (Silvio porta un'altra bottiglia di birra), si sentiva gridare al termine di ogni partita al bar Roma di Silvio Ialacci in C.so Garibaldi.

Il risultato erano certe panze (pance) proeminenti, che dopo anni di "imbirramento", diventavano simili a botti e botticelle, a seconda della costituzione fisica dei bevitori, che mettevano a dura prova i bottoni della camicia nella zona del ventre.

Si scolavano, senza badare a spese, decine e decine di bottiglie di birra, come se niente fusse (come se fosse un fatto normale).

Il barista, per non perdere il conto delle bottiglie di birra servite, poneva, accanto ai tavolini dei giocatori, una cassa di birra vuota, in cui depositare le bottiglie bevute ed evitare successivi malintesi con i giocatori al momento del pagamento delle consumazioni, ma spesso una sola cassa era insufficiente a contenerle tutte ed era quindi costretto a metterne altre, una su un'altra, formandone una catasta. Qualche diffidente, invece, temendo che al momento del pagamento, potessero addebitargli bottiglie di birra che non gli toccava pagare, preferiva poggiarle vuote sul pavimento, al suo fianco, in modo da tenerle d'occhio ed evitare possibili discussioni con gli altri giocatori.

Era inevitabile che qualcuno prima o poi se 'nciucianásse (si ubriacasse) e lì, con i fumi dell'alcool nel cervello, cominciava un'altro spettacolo nello spettacolo, in cui davano vita ad interminabili e chiassose discussioni, che sfociavano, non di rado, in memorabili liti e talvolta in risse.

"Uagliò'!!!" (Ragazzi!!!), si sentiva gridare Sélve (Silvio) ad alta voce, da dietro al bancone, quando si accorgeva che nella camera accanto, dove stavano giocando a carte, erano iniziate vivaci discussioni.

Silvìne e Kikinìlle
a lu barr de Vitàrìlle

Nella foto Vitarìlle e Cresténe (Vito Ialacci, fratello maggiore di Silvio, con sua moglie Cristina Marinelli), gestori del Bar Sport in Piazza San Vitale.


Ed a proposito di discussioni, ne ricordo una, tra attempati ed alleati compagni di gioco, ancor prima che iniziasse la passatella. Avevano perso la partita e quindi toccava a loro pagare la birra. Successe una sera d'inverno al Bar Sport di Vito Ialacci in Piazza San Vitale. Fore avè chiovéte (Fuori aveva piovuto).

"Tu si' sbajáte! Tu aveva arspónne nghe la dónne de bastúne
" (Tu hai sbagliato. Tu dovevi rispondere con la donna di bastoni), diceva Silvine (Silvino), con accento atessano, essendo originario di Atessa, a 'Ndunine Kikinílle (Antonio Di Carlo), suo compagno di gioco, un tipo magro e mingherlino, mentre quest'ultimo, alla fine di una partita persa a tressette, in attesa che il barista portasse la birra, si era alzato momentaneamente dal tavolino e con la mano appoggiata sulla maniglia della porta del bagno, che aveva già mezzo aperta, stava andando a scaricare tutto il luppolo di birra che aveva in corpo.

"Jè so' sbajáte! Tu si' sbajáte! No jé!" (Io ho sbagliato! Tu hai sbagliato non io), gli rispondeva Kikinìlle, richiudendo la porta del bagno, rimanendo con la mano appoggiata sulla maniglia, pronto per riaprirla, mentre rispondeva per le rime a Silvino, che gli aveva dato indirettamente del cretino.

"No! Tu si' sbajáte! 'Nci si' capìte niente a lu jóche!" (No! Tu hai sbagliato. Non ci hai capito niente nel gioco), rincarava la dose Silvino, mentre Kikinìlle, sempre con la mano poggiata sulla maniglia, con la porta che aveva nuovamente mezzo aperta, si accingeva di nuovo ad entrare nel bagno.

"Ma che cazze t'acchìnde ti" (Ma che cacchio dici tu), gli rispondeva Kikìnille, richiudendo per la seconda volta di fila la porta del bagno, restando sempre lì, con la mano appoggiata sulla maniglia, mentre z'arpellecciéve (rispondeva a tono) a Silvino.

Insomma quella porta mezzo aperta del bagno, ad ogni botta e risposta tra i due, si richiudeva e si riapriva, sino a quando a nu bélle muménte (ad un certo momento), Silvino disse a Kikinìlle:

"'Ssu mammuccélle! Ambárete a jucá''"
(Sei un mammoccetto! Impara a giocare).

Non glie lo avesse mai detto: "Jé so' mammucciàlle! Jé so' mammucciàlle!" (Io sarei un mammocetto! Io sarei un mammocetto!), gli rispose questa volta sobbalzando e alzando la voce Kikinìlle, che per l'ennesima volta, richiuse la porta del bagno, mollò la maniglia e si avviò minaccioso verso Silvino.

"Mo te le véde?"
(Adesso le cose si metteranno male), pensai dentro di me, che divertito avevo assistito a tutta la scena.

Ndunine Kikinìlle, che era un uomo calmo e pacifico, sentendosi colpito nella sua statura d'uomo in tutti i sensi, farfugliando per la rabbia parole incomprensibili, era lì lì per avventarsi su Silvino, ma fece retromarcia. La prostata stava cedendo. Si ficcò nel bagno e lì scaricò tutta la sua ira e la birra che aveva in corpo, facendo in tempo in tempo a salvare il pantalone e la reputazione.

Antonio Di Carlo (Zi 'Ndunine Kikichille) la prima persona ritratta a destra, con il cappello. La foto è stata scattata negli anni '60 durante il pranzo popolare delle "Sagne al mulino", che precedeva di qualche settimana la festa del Santo Patrono i San Vitale Martire.


Reputazioni a parte a seguito dei litigi, ma tanto nessuno ci faceva caso perchè erano quasi all'ordine del giorno, la passatélle era un'ottima fonte di guadagno per i baristi. L'orario di chiusura dei bar era a mezzanotte , ma era frequente che spesso, i giocatori perdessero la cognizione del tempo e di casa ed il barista fosse costretto quasi a cacciarli a notte inoltrata. Ma chi giocava non lo capiva. "N'andre gére" (Un altro giro), rispondevano "e dóppe jáme a cupujè'" (e poi ce ne andremo a dormire). Povere mogli.

A lu barr de Felicìlle

Via Roma. Lu bar de Felicille (il bar di Emilio Del Villano), sullo sfondo, dietro la pompa di benzina del Cav. Virgilio Cilli. (Foto tratta dal profilo Facebook di Ida Candeloro


Altro fatto buffo successe al Bar di Emilie Felicìlle, in Via Roma.

Protagonisti furono alcuni neo diplomati, amici per la pelle, che non essendo avvezzi a bere birra non trovarono di meglio che sfidarsi a caffè. Tra di loro vi era anche Sandrúccie (Alessandro Cilli), il ragioniere. Fatto sta che il giovane Sandrúccie, sebbene fosse ragioniere, perse il conto dei caffé bevuti, mettendone, nel volgere di alcune ore, più di una decina nello stomaco. Ovviamente, dopo un po' non si sentì un granché bene e se ne tornò a casa, dove disse a sua madre, (Zia Giulietta): "Ma'! 'Ntánte me sénte. Me vaje a màtte nu ccuàune a lu létte" (Mamma! Non mi sento molto bene. Vado a mettermi un po' a letto).

"E che si fátte?" (E cosa hai fatto), gli chiese sua madre.

"Me dóle nu ccuàune la pánze" (Mi fa male un po' la pancia), le rispose.

Non trascorsero dieci minuti che si vide arrivare in camera, con un vassoio in mano, sua madre, che gli disse: "Sandrú'! T'aje purtate 'na bella tazzetélle de cafè" (Sandro ti ho portato una bella tazzina di caffè).

All'epoca, il caffè, quello vero, si dava a chi non si sentiva molto bene. La gente era abituata a bere lu cafè d'urie (caffè d'orzo).

"Vu' nu cafè?" (Posso offrirti un caffè), si diceva anche quando si voleva offrire un caffè a qualche conoscente.

"Nàune, ne me dóle la pánze" (No, non mi fa male la pancia), era sempre la risposta.

Oppure al mattino:"Vu nu café?"

"Nàune, 'ngora magne"
(No! Non ancora mangio).

Anni '50 - Dinanzi all'ufficio del distriburie Agip di Virgilio Cilli in via Roma, a due passi dal bar di Emilio Felicìlle, posano per una foto ricordo alcuni giovani, tra cui i diplomati: da destra Italo Napolitano, ragioniere, Vicoli Pierino, perito agrario, Vito Di Gregorio, benzinaio, nipote di Virgilio Cilli e Sandrúccie (Alessandro Cilli). Del primo giovane, seduto a sinistra, sfuggono le generalità).


Ma il fatto più bello, secondo me, che poi è fonte ispiratrice di questo racconto, successe sempre al bar di Felicìlle, quando un gruppo di amici abitudinari, iniziarono una domenica pomeriggio una loro interminabile passatella.

Fra di loro vi era Rocche Fusélle (Rocco Fusilli), che di mestiere faceva il muratore. Era una bravissima persona, pacifica, sempre con il sorriso sulla bocca. Al povero Rocco, come si suol dire, i suoi amici quel pomeriggio lo misero a giro: praticamente perse tutte le partite e quindi, oltre a pagare la birra, andò sempre "olmo". Nessuno gli offrì da bere.

E così, dopo parecchie partite, senza bere un solo goccio di birra, ad un certo momento Rocco si alzò dalla sedia ed abbandonando il tavolo di gioco, così se ne uscì: "Ue'! Si che ve déche jè! Se ve vulàte mbriaca' 'mbriacáteve nghe le sólde a vústre" (Sapete cosa vi dico io, se volete ubriacarvi, ubriacatevi con i soldi vostri). E se ne tornò a casa.

Eh! Sì! Ogni qualvolta che è tempo di elezioni, notando sempre di più la scarsa affluenza alle urne di circa il 50% degli italiani aventi diritto al voto, per una di quelle strane ed improvvise similitudini che fa il cervello umano, mi torna in mente quella passatella di Rocco Fusilli al bar de Felicìlle ed un dubbio mi assale: vuoi vedere che quell'altro 50% di italiani, che non va a votare, la pensa esattamente come Rocco?

Le elezioni, in fondo, con le dovute scarsissime eccezioni, per certi versi somigliano proprio alla passatella: c'è chi dà le carte, chi fa il padrone, chi fa il sotto, chi litiga, chi beve e si ubriaca di protagonismo, e chi purtroppo va "olmo".

E chi ci va olmo?

Colui, fra la quale, cioè.

15 Luglio 2022


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La passatélle
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