Ogni qualvolta che è tempo di
elezioni, notando sempre di più la scarsa affluenza alle urne
di circa il 50% degli italiani aventi diritto al voto, per una
di quelle strane ed improvvise similitudini che fa il cervello
umano, mi torna in mente la passatélle, svago preferito dai
maschi sansalvesi quand'ero ragazzino.
Gli anziani del paese sicuramente la ricorderanno. I più
giovani, invece, dubito che sappiano tutti di cosa si tratti,
anche se ho saputo che per molti di loro, sopratutto nei
piccoli centri montani, è un passatempo ancora attuale.
Ma cos'era questa passatella?
Chiamata dai sansalvesi anche "la legge", come a voler
significare che c'erano regole ben precise da rispettare, era
un gioco con le carte napoletane o piacentine, che si
disputava nei bar, ed ancor prima nelle misere cantine,
dell'allor piccolo paese.
Sebbene fosse un gioco di carte a sé stante, autonomo, a cui
potevano partecipare ad ogni giro anche una decina di persone,
i sansalvesi la disputavano quasi sempre nei bar, subito dopo
che quattro giocatori, seduti intorno ad un tavolino, dopo
essersi giocati a tressette una bottiglia di birra, o in tempi
più remoti di vino, davano vita ad un'ulteriore disfida nella
sfida, che era la passatella, che aveva inizio subito dopo che
il mazziere ridava una mano di carte a tutti, estesa a volte
anche ad altri avventori del bar, prima spettatori durante il
tressette, necessaria per nominare, in base al valore delle
carte ricevute, le due figure più influenti per il prosieguo
del gioco, definite, in ordine gerarchico,
lu patràune (il
padrone) e
lu sàtte (il sotto o sotto-padrone).
Il padrone, in parole povere, era colui che aveva facoltà di
comandare sulla bottiglia di birra o di vino e quindi
scegliere, a suo piacimento, a chi darne da bere un bicchiere.
Per farlo, però, doveva avere il consenso del sotto, senza
l'autorizzazione del quale non poteva dare da bere a nessuno,
se non scolarsi egli stesso l'intera bottiglia, mettendo a
repentaglio la sua sobrietà.
Volendo fare un'analogia con il mondo politico, con i dovuti
distinguo, il padrone era paragonabile al capo di un governo
di coalizione nominato dal Presidente della Repubblica nella
sua qualità di rappresentante del partito di maggioranza
relativa, mentre il sotto era il suo vice, appartenente però
ad altra fazione politica, che poneva il suo veto inderogabile
se non vi fosse un accordo tra le parti, pena l'uscita
dall'esecutivo.
In altri termini, come racconta la storia di molti governi
italiani, anche nella passatella o nella
legge,
chiamatela come più vi piace, si instaurava una specie di
guerra di logoramento di nervi tra le parti che gestivano il
potere, tanto che alla fine, non si riusciva a capire mai bene
se a comandare fosse veramente il padrone o il sotto.
E lì, dentro le mura di un bar, tra sfottò, battute
sarcastiche, silenzi, nervosismo, ripicche e controripicche,
derivanti da vecchie ruggini, la passatella o meglio
la
legge, come spesso succede nella vita reale, non era
uguale per tutti, ed a farne le spese era sempre qualcuno che
alla fine andava
ìlmue (olmo), nel senso, e glie lo
facevano apposta, che non gli toccava neppure bagnare le
labbra in un bicchiere di birra, restando a volte a secco per
interi giri di passetelle, facendo la figura del pollo e del
fesso, insomma
de nu mézze sciminarìlle (di una
persona un po' sempliciotta, poco scaltra). Mandare "olmo"
qualcuno era il vero divertimento e scopo del gioco.
Era davvero
nu bélle spassatémpe (uno spasso) vederli
all'opera prima che molti baristi abolissero il gioco delle
carte. A pagare le birre era chi perdeva. Le partite, che
sopratutto d'inverno si protraevano per ore e ore, dentro bar
con i vetri appannati dal fiato e dal fumo delle sigarette,
avevano un grande seguito di spettatori, che seguivano gli
sviluppi del gioco in piedi, tutti intorno ai tavolini. Alcuni
di loro, come già detto, pur non giocando la precedente
partita a tressette al tavolino, se invitati o per loro
diretta iniziativa, potevano partecipare anch'essi alla
passatella, offrendosi di pagare la bottiglia di birra in
palio, da poco servita dal barista.
"Sééé! Purte n'andre!" (Silvio porta un'altra
bottiglia di birra), si sentiva gridare al termine di ogni
partita al bar Roma di Silvio Ialacci in C.so Garibaldi.
Il risultato erano certe
panze (pance) proeminenti,
che dopo anni di "imbirramento", diventavano simili a botti e
botticelle, a seconda della costituzione fisica dei bevitori,
che mettevano a dura prova i bottoni della camicia nella zona
del ventre.
Si scolavano, senza badare a spese, decine e decine di
bottiglie di birra, come
se niente fusse (come se
fosse un fatto normale).
Il barista, per non perdere il conto delle bottiglie di birra
servite, poneva, accanto ai tavolini dei giocatori, una cassa
di birra vuota, in cui depositare le bottiglie bevute ed
evitare successivi malintesi con i giocatori al momento del
pagamento delle consumazioni, ma spesso una sola cassa era
insufficiente a contenerle tutte ed era quindi costretto a
metterne altre, una su un'altra, formandone una catasta.
Qualche diffidente, invece, temendo che al momento del
pagamento, potessero addebitargli bottiglie di birra che non
gli toccava pagare, preferiva poggiarle vuote sul pavimento,
al suo fianco, in modo da tenerle d'occhio ed evitare
possibili discussioni con gli altri giocatori.
Era inevitabile che qualcuno prima o poi
se 'nciucianásse
(si ubriacasse) e lì, con i fumi dell'alcool nel cervello,
cominciava un'altro spettacolo nello spettacolo, in cui davano
vita ad interminabili e chiassose discussioni, che sfociavano,
non di rado, in memorabili liti e talvolta in risse.
"Uagliò'!!!" (Ragazzi!!!), si sentiva gridare
Sélve
(Silvio) ad alta voce, da dietro al bancone, quando si
accorgeva che nella camera accanto, dove stavano giocando a
carte, erano iniziate vivaci discussioni.
Silvìne e Kikinìlle
a lu barr de Vitàrìlle
Nella foto Vitarìlle e
Cresténe (Vito Ialacci, fratello maggiore di
Silvio, con sua moglie Cristina Marinelli), gestori
del Bar Sport in Piazza San Vitale.
Ed a proposito di discussioni, ne ricordo una, tra attempati
ed alleati compagni di gioco, ancor prima che iniziasse la
passatella. Avevano perso la partita e quindi toccava a loro
pagare la birra. Successe una sera d'inverno al Bar Sport di
Vito Ialacci in Piazza San Vitale.
Fore avè chiovéte (Fuori
aveva piovuto)
.
"Tu si' sbajáte! Tu aveva arspónne nghe la dónne de bastúne"
(Tu hai sbagliato. Tu dovevi rispondere con la donna di
bastoni), diceva
Silvine (Silvino), con accento
atessano, essendo originario di Atessa, a
'Ndunine
Kikinílle (Antonio Di Carlo), suo compagno di gioco, un
tipo magro e mingherlino, mentre quest'ultimo, alla fine di
una partita persa a tressette, in attesa che il barista
portasse la birra, si era alzato momentaneamente dal tavolino
e con la mano appoggiata sulla maniglia della porta del bagno,
che aveva già mezzo aperta, stava andando a scaricare tutto il
luppolo di birra che aveva in corpo.
"Jè so' sbajáte! Tu si' sbajáte! No jé!" (Io ho
sbagliato! Tu hai sbagliato non io), gli rispondeva
Kikinìlle, richiudendo la porta del bagno, rimanendo con
la mano appoggiata sulla maniglia, pronto per riaprirla,
mentre rispondeva per le rime a Silvino, che gli aveva dato
indirettamente del cretino.
"No! Tu si' sbajáte! 'Nci si' capìte niente a lu
jóche!" (No! Tu hai sbagliato. Non ci hai capito niente
nel gioco), rincarava la dose Silvino, mentre
Kikinìlle,
sempre con la mano poggiata sulla maniglia,
con la
porta che
aveva nuovamente mezzo aperta, si accingeva
di nuovo ad entrare nel bagno.
"
Ma che cazze t'acchìnde ti" (Ma che cacchio dici tu)
,
gli rispondeva
Kikìnille, richiudendo per la seconda
volta di fila la porta del bagno, restando sempre lì, con la
mano appoggiata sulla maniglia, mentre
z'arpellecciéve (rispondeva
a tono) a Silvino.
Insomma quella porta mezzo aperta del bagno, ad ogni botta
e risposta tra i due, si richiudeva e si riapriva, sino a
quando
a nu bélle muménte (ad un certo momento),
Silvino disse a
Kikinìlle:
"'Ssu mammuccélle! Ambárete a jucá''" (Sei un
mammoccetto! Impara a giocare).
Non glie lo avesse mai detto:
"Jé so' mammucciàlle!
Jé so' mammucciàlle!" (Io sarei un
mammocetto! Io sarei un mammocetto!), gli rispose questa volta
sobbalzando e alzando la voce
Kikinìlle, che per
l'ennesima volta, richiuse la porta del bagno, mollò la
maniglia e si avviò minaccioso verso Silvino.
"Mo te le véde?" (Adesso le cose si metteranno
male), pensai dentro di me, che divertito avevo assistito a
tutta la scena.
Ndunine Kikinìlle, che era un uomo
calmo e pacifico,
sentendosi
colpito nella sua
statura d'uomo in tutti i sensi, farfugliando per la rabbia
parole incomprensibili,
era lì lì per avventarsi su
Silvino, ma fece retromarcia. La prostata stava cedendo. Si
ficcò nel bagno e lì scaricò tutta la sua ira e la birra che
aveva in corpo, facendo in tempo in tempo a salvare il
pantalone e la reputazione.
Antonio Di Carlo (Zi
'Ndunine Kikichille) la prima persona ritratta a
destra, con il cappello. La foto è stata scattata
negli anni '60 durante il pranzo popolare delle "Sagne
al mulino", che precedeva di qualche settimana la
festa del Santo Patrono i San Vitale Martire.
Reputazioni a parte a seguito dei litigi, ma tanto nessuno
ci faceva caso perchè erano quasi all'ordine del giorno,
la
passatélle era un'ottima fonte di guadagno per i
baristi. L'orario di chiusura dei bar era a mezzanotte , ma
era frequente che spesso, i giocatori perdessero la cognizione
del tempo e di casa ed il barista fosse costretto quasi a
cacciarli a notte inoltrata. Ma chi giocava non lo capiva. "
N'andre
gére" (Un altro giro), rispondevano "
e dóppe
jáme a cupujè'" (e poi ce ne andremo a dormire). Povere
mogli.
A lu barr de Felicìlle
Via Roma. Lu bar de
Felicille (il bar di Emilio Del Villano), sullo
sfondo, dietro la pompa di benzina del Cav. Virgilio
Cilli. (Foto tratta dal profilo Facebook di Ida
Candeloro
Altro fatto buffo successe al Bar di
Emilie Felicìlle,
in Via Roma.
Protagonisti furono alcuni neo diplomati, amici per la pelle,
che non essendo avvezzi a bere birra non trovarono di meglio
che sfidarsi a caffè. Tra di loro vi era anche
Sandrúccie
(Alessandro Cilli), il ragioniere. Fatto sta che il giovane
Sandrúccie,
sebbene fosse ragioniere,
perse il conto dei
caffé bevuti, mettendone, nel volgere di alcune ore, più di
una decina nello stomaco. Ovviamente, dopo un po' non si sentì
un granché bene e se ne tornò a casa, dove disse a sua madre,
(Zia Giulietta): "
Ma'! 'Ntánte me sénte. Me vaje a màtte nu
ccuàune a lu létte" (Mamma! Non mi sento molto bene.
Vado a mettermi un po' a letto).
"
E che si fátte?" (E cosa hai fatto), gli chiese sua
madre.
"Me dóle nu ccuàune la pánze" (Mi fa male un po' la
pancia), le rispose.
Non trascorsero dieci minuti che si vide arrivare in camera,
con un vassoio in mano, sua madre, che gli disse: "
Sandrú'!
T'aje purtate 'na bella tazzetélle de cafè" (Sandro ti
ho portato una bella tazzina di caffè).
All'epoca, il caffè, quello vero, si dava a chi non si sentiva
molto bene. La gente era abituata a bere
lu cafè d'urie
(caffè d'orzo).
"Vu' nu cafè?" (Posso offrirti un caffè), si diceva
anche quando si voleva offrire un caffè a qualche conoscente.
"Nàune, ne me dóle la pánze" (No, non mi fa male la
pancia), era sempre la risposta.
Oppure al mattino:
"Vu nu café?"
"Nàune, 'ngora magne" (No! Non ancora mangio).
Anni '50 - Dinanzi all'ufficio
del distriburie Agip di Virgilio Cilli in via Roma, a
due passi dal bar di Emilio Felicìlle, posano
per una foto ricordo alcuni giovani, tra cui i
diplomati: da destra Italo Napolitano, ragioniere,
Vicoli Pierino, perito agrario, Vito Di Gregorio,
benzinaio, nipote di Virgilio Cilli e Sandrúccie
(Alessandro Cilli). Del primo giovane, seduto a
sinistra, sfuggono le generalità).
Ma il fatto più bello, secondo me, che poi è fonte ispiratrice
di questo racconto, successe sempre al bar di
Felicìlle,
quando un gruppo di amici abitudinari, iniziarono una domenica
pomeriggio una loro interminabile passatella.
Fra di loro vi era
Rocche Fusélle (Rocco Fusilli), che
di mestiere faceva il muratore. Era una bravissima persona,
pacifica, sempre con il sorriso sulla bocca. Al povero Rocco,
come si suol dire, i suoi amici quel pomeriggio lo misero a
giro: praticamente perse tutte le partite e quindi, oltre a
pagare la birra, andò sempre "olmo". Nessuno gli offrì da
bere.
E così, dopo parecchie partite, senza bere un solo goccio di
birra, ad un certo momento Rocco si alzò dalla sedia ed
abbandonando il tavolo di gioco, così se ne uscì: "
Ue'! Si
che ve déche jè! Se ve vulàte mbriaca' 'mbriacáteve nghe le
sólde a vústre" (Sapete cosa vi dico io, se volete
ubriacarvi, ubriacatevi con i soldi vostri). E se ne tornò a
casa.
Eh! Sì! Ogni qualvolta che è tempo di elezioni, notando sempre
di più la scarsa affluenza alle urne di circa il 50% degli
italiani aventi diritto al voto, per una di quelle strane ed
improvvise similitudini che fa il cervello umano, mi torna in
mente quella passatella di Rocco Fusilli al bar
de
Felicìlle ed un dubbio mi assale: vuoi vedere che
quell'altro 50% di italiani, che non va a votare, la pensa
esattamente come Rocco?
Le elezioni, in fondo, con le dovute scarsissime eccezioni,
per certi versi somigliano proprio alla passatella: c'è chi dà
le carte, chi fa il padrone, chi fa il sotto, chi litiga, chi
beve e si ubriaca di protagonismo, e chi purtroppo va "olmo".
E chi ci va olmo?
Colui, fra la quale, cioè.
15
Luglio 2022