Il tuo bacio è come un
Rock
ed il sogno della vita
(Fatterelli)
di Fernando Sparvieri
A ripensarci oggi, che bella che era la mia piccola San Salvo
la domenica mattina. Era tutta una
romania (un'armonia),
avrebbe detto il mio amico Sebastiano Valentini.
Avevo si e no cinque o sei anni ed al mattino il paese si
svegliava con la musica ed era come stare lì, al festival di
Napoli o di Sanremo, con cantanti che cantavano in mezzo alla
strada.
C'erano Nilla Pizzi, che ogni domenica faceva il compleanno e
ringraziava dei fiori qualcuno che glie li aveva donati, non
smettendo mai di ringraziarlo, anche se le spine delle rose le
pungicavano le dita ed il cuore; Claudio Villa che si era
innamorato in Spagna di una certa Granada (forse di una
lontana parente di
Zi' Vingenze Granate), e non voleva
lasciarla e tornare in Italia
; Domenico Modugno che
faceva il finto tondo (
lu scivule e casche) con una
donna riccia e secondo me anche pelosa, che non si depilava
mai, perchè così a quei tempi si usava, e poi un giovanissimo
Adriano Celentano, che aveva dato il suo primo bacio ad una
ragazza, non so di dove, ed era rimasto fulminato dal suo
bacio che era come un Rock, detto in americano.
Chi fosse però questo
Rocche, non ve lo so proprio
dire, non riuscivo proprio a capirlo. Anzi mi sembrava strano
che una donna baciasse come Rocco, cioè come un maschio.
Muah... All'epoca di uomini che si chiamavano Rocco, a parte
Sandrócche,
che non mi pare di averlo mai visto baciare una donna (anzi
erano le donne a mandargli baci a distanza dopo essersi fatte
il segno della croce), conoscevo
Rocche Natale, che
proprio un tipo da baci non mi sembrava, e quel povero
Rocche
de Zenore (Rocco Di Bello), un bel ragazzo bravo e
bruno, purtroppo deceduto prematuramente appena sposato, che
abitava proprio lì vicino casa mia, in Via Savoia, dove ero
andato da poco ad abitare (1958). Di altri Rocco, conoscevo
poi la famiglia Di Rocco, non quella degli zingari che
all'epoca non ancora arrivava a San Salvo, ma
chélle de
Barracche. "Sarà una loro figlia?", pensavo. Muahhh!
A mettere quei dischi, perchè di dischi si trattava, era
Combúccie (Confucio Ciavatta), che aveva aperto un bel
negozio di radio, biciclette, fornelli e bombole di gas, oltre
a qualche giradischi e fisarmonica in C.so Garibaldi, il quale
poverino (per modo di dire, perchè proveniva da una famiglia
nobile), per vendere qualche disco, che però nessuno comprava,
aveva messo sul tetto del suo palazzo di famiglia, quello di
suo padre Don Antonio Ciavatta, un grosso altoparlante, e da
lì irradiava di musica, tutte
lu quart'ammànde e parte
de lu quartabbálle (la zona alta del paese, e parte di
quella a valle).
Confucio Ciavatta a sinistra,
alla Scuola Radioelettra di Torino.
Ma non era solo
Combúccie a mettere i dischi. Secondo
me, anche Don Cirillo il prete li metteva, almeno nella mia
fantasia di bambino.
Arrivati infatti nei pressi della sua casa canonica,
nell'attuale Piazza Giovanni XXIII, dove sul terreno
retrostante c'era anche il cinema di don Cirillo, che non
capivo se fosse proprio suo o di San Vitale Martire (si
chiamava Cinema San Vitale), ricominciava lì un altro
festival, l'altro festival, con la partecipazione
straordinaria di Renato Rascel, che cantava sempre "E'
arrivata la bufera", anche se a San Salvo c'era un sole che
spaccava le pietre e si poteva andare al mare, e di Renato
Carosone, che cantava stranamente ad un giovanotto, ma non so
dirvi chi fosse: "
Comme si' belle a cavallo a stu
camello, tattatarete tarattatarete tattatarete
taratatà".
Guarda di qua e guarda di là, però, io questo cammello non lo
vedevo proprio in giro per San Salvo e manco di asini, che la
domenica si godevano la giornata festiva nelle stalle, ad
eccezione di qualche cosiddetto animale quadrupede a due zampe
(modo di definire qualcuno asino), che ignaro della sua
condizione di bipede quadrupede, ascoltava pure lui la canzone
del cammello, come un asino in mezzo ai suoni.
Esagerazioni, un po' dappertutto a parte, non era naturalmente
Don Cirillo, come seppi qualche anno più tardi, che metteva
quei dischi, ma
Dorúccie (Cassiodoro Artese), un
giovane aitante democristiano,
'nu mortaccése, per
indicare in dialetto un ragazzo intelligente, purtroppo
deceduto prematuramente a causa di una grave malattia il
quale, la domenica mattina, con il permesso di Don Cirillo,
che lo esentava dalla messa per partito preso (Don Cirillo era
stato il fondatore locale del partito), si divertiva a fare il
disk jockey nella sezione giovanile della Democrazia
Cristiana, che stava nella stesso palazzo della casa canonica,
dove ci abitavano, oltre a Don Cirillo ed Elisa, la sua
perpetua, che come dicevano i sansalvesi non si è mai capito
se fosse sua sorella o una sua
sorella cuggina (cugina),
anche lo stesso Doruccio con la sua famiglia. Don Cirillo
stava al piano terra, mentre Doruccio al piano primo.
La sezione giovanile della D.C. era invece ubicata ad una
camera di casa al piano terra dello stesso palazzo,
accessibile direttamente dall'attuale Piazza Giovanni XXIII,
dopo aver varcato un grosso cancello rosso e percorso un
vialetto brecciato (attuale Via E. Fermi) che conduceva anche
al cinema San Vitale, che Don Cirillo aveva costruito sul
terreno restrostante la casa canonica.
Sulla sinistra si scorge parte
della casa canonica ed al suo lato il cancello, tappezzato
di manifesti del cinema, che immetteva, dopo aver percorso
un vialetto brecciato, sia al cinema San Vitale che alla
sezione giovanile della Democrazia Cristiana..
Don Cirillo quindi c'entrava eccome, allo stesso portone in
compropietà con Doruccio ed anche al cancello dove stava la
sezione giovanile della Democrazia Cristiana, ma non centrava
lui la puntina nel 1° solco del disco nel giradischi.
E come poteva essere lui, poverino, che la domenica mattina
sopratutto, non aveva tempo neppure di farsi il segno della
croce, tanti erano i suoi impegni!
Ma lo immaginate, voi, Don Cirillo, che la domenica mattina,
alle 11:00, invece di cantare la messa cantata in chiesa,
accompagnato all'organo da
Uggénie lu sacrastane e
dal vecchio
coro celestiale di
Juccie la monache
ed altre
vezzóche (attempate nubili fedeli), metteva
il disco "
La donna riccia", lui che i capelli delle
donne, ricce e non ricce, bionde e brune, non le faceva manco
entrare in chiesa, se non coperte da un fazzolettone in testa?
Ma a me, bambino, così
me diciàve la cóccie
(diceva la testa) e pensavo fosse davvero lui.
Ne ero talmente convinto che me lo immaginavo addirittura con
il suo cappello
a treppézze (a tre punte) in testa, il
collarino ecclesiastico al collo, la tonaca abbottonata sino
ai piedi, mentre metteva i dischi da dentro il suo studio per
fare pubblicità al film domenicale del suo cinema o di San
Vitale, dubbio che mi restò sino a quando non se lo ricomprò
Angiulìne
Biascìlle (Angelo Di Biase), che per far capire a tutti
che il cinematografo era suo e basta, e che non c'erano santi
che tenessero, il cinema, lo chiamò qualche tempo dopo
"Biagino", italianizzazione del suo soprannome.
Don Cirillo nel suo studio
nella casa canonica. Nella foto alle sue spalle Don
Camillo Artese. Don Camillo, che era fratello di Don
Cesare, a sua volta padre di Doruccio, alla sua morte donò
la sua quota di eredità alla Chiesa. Ed è questo il motivo
per cui Don Cirillo viveva in quella casa.
Era quindi Doruccio e non Don Cirillo a mettere quei dischi,
ed era bravo, naturalmente non come
Combúccie che
aveva studiato musica addirittura alla Scuola Radio Elettra di
Torino.
Ma perchè Doruccio metteva i dischi?
Era in atto, in quel periodo, ma io bambino che ne potevo
sapere, la guerra calda degli altoparlanti, tra comunisti e
democristiani. Entrambi i partiti avevano installato nelle
rispettive sezioni dei potenti altoparlanti, appena usciti sul
mercato, e lì, i giovani attivisti politici radiofonici,
davano vita con i primi microfoni, con i quali tutti avrebbero
voluto provare a cantare o parlare (
che sa gna ze sénte a
lu mucrófene la vàucia ma'), ad estemporanei ed
improvvisi attacchi politici, a volte anche personali, in cui
si offendevano a vicenda, in diretta, dicendosene tra di loro
di cotte e di crude, dibattiti che i sansalvesi chiamavano "
lu
contradditorie" (il contradditorio), che era una specie
di tribuna politica nell'etere sansalvese, senza moderatore.
Quello che non so dirvi però è perchè quei dischi li metteva
solo la Democrazia Cristiana e non i comunisti. Evidentemente,
ma questa è solo una mia supposizione, i comunisti non avevano
soldi per comprarli, ed avevano solo il disco di "Bandiera
rossa" e mica potevano stare lì, da mattina a sera, a dire al
popolo: "
Avanti popolo alla riscossa, bandiera rossa,
bandiera rossa". Anche il comunista più rosso di tutti,
si sarebbe stancato di andare avanti. I democristiani, invece,
più ricchi, perchè prendevano i soldi dal Vaticano e dagli
americani, avevano una collezione di dischi più o meno come
quella di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni nella trasmissione
radiofonica degli anni '60 "Bandiera Gialla", e quindi
facevano gli smargiassi, ma non il panettiere, Angelo
Smargiassi, che non aveva ancora aperto il forno in C.da
Garibaldi, perchè non ancora tornava dall'Australia.
Insomma, io ero un bambino e facevo tanta confusione.
Doruccie (Cassiodoro) Artese.
A ripensarci oggi, com'è bella la fanciullezza. E' sicuramente
l'età più bella della vita. Si capisce una cosa per un'altra,
ma il suo ricordo resta indelebile, almeno uno crede, fino a
quando, con il trascorrere del tempo, non sopraggiunge un po'
di arteriosclerosi ed allora bisogna mettere anche il
pannolone e, buonanotte ai suonatori, restando in tema
musicale.
Ripensare ogni tanto, però, a quei tempi belli, non costa
niente. Spesso ci ripenso. E come rivivire, tra ricordi
confusi, la propria bambinità, in un sogno reale ed irreale,
che ti riporta indietro nel tempo e ti strappa un sorriso,
sovente un po' amaro.
Ed a proposito di sogni, ve n’è uno, risalente alla mia
infanzia, che per me rimane il sogno della vita, ma non ditelo
a nessuno, innanzitutto per una questione di privacy e poi
perchè, detto sinceramente, me ne vergogno un po' raccontare
in giro un episodio che riguarda, non so come dirlo, il
ca...volo mio, agli altri.
Avevo all’incirca otto anni (1961) e
Combúccie e
Dorúccie
avevano già smesso di fare i disck jockej domenicali.
Don Cirillo,
ave' mésse méne (aveva messo mano) alla
demolizione dell'antica torre campanaria e della facciata
anteriore della chiesa, con conseguente ampliamento della
campata anteriore e ricostruzione dell'attuale campanile.
Ad eseguire i lavori venne incaricata l’impresa Verre di
Vasto, una delle più importanti nella zona, insieme a quella
dei F.lli Molino, che invece aveva costruito qualche anno
prima, il nuovo Municipio.
L'impresa, ottemperando a ciò che erano le norme sulla
sicurezza del lavoro all'epoca vigenti,
havé' 'ffelite
(mise in fila una sull'atra)
quattre tavéle
(quattro tavole) intorno alla zona interessata ai lavori,
creando una recinzione al cantiere in piazza, tutta in legno,
alta circa un paio di metri, non accessibile ai non addetti ai
lavori.
Anche Don Cirillo, naturalmente, dovette sloggiare.
Prese qualche santo, tra i più importanti (gli altri li
ammantò con un lenzuolo) e se li portò alla palestra della
scuola elementare di Via De Vito, da poco costruita, dove
c'era uno splendente e nuovissimo pavimento in plastica di
colore nero, che ben si addiceva ai funerali ed un po' meno ai
matrimoni, che iniziarono ad essere celebrati tutti lì,
insieme a tutte le altre funzioni religiose.
Corone funebri dopo la messa
funeraria alla palestra della Scuola Elementare di Via de
Vito.
Corteo funebre dopo la messa
alla palestra della Scuola Elementare di Via de Vito.
Per farla breve, anche se breve nonostante mi sforzi non
riesco ad esserlo, la facciata principale della chiesa di San
Giuseppe venne presto sventrata e dallo squarcio si
intravvedevano dalla piazza, al di là del recinto,
le
restìre de le frabbecatìure (le impalcature dei
muratori) e tutte le decorazioni e le scritte dorate, in alto,
all'interno della chiesa.
Noi bambini che abitavamo in piazza e nelle strade adiacenti,
che all’epoca non si chiamava ancora il Quadrilatero, perchè
gran parte della gente non conosceva né la matematica e né la
geometria, quando il cantiere era vuoto perchè non c'erano gli
operai,
zumbavame gnè grélle (saltavamo come grilli) la
recinzione,
arranghénnece (arrampicandoci) sulle
tavole ed entravamo per gioco nel cantiere e qualche volta
anche dentro la chiesa sventrata.
Dentro quella chiesa ferita l’atmosfera era davvero spettrale.
Sembrava di stare in una chiesa scomunicata. Il silenzio ed il
rimbombo dei nostri stessi passi ci incutevano un senso di
terrore. Non ci spingevamo mai sin sotto l’altare. “
E
s’ariésce cacche morte?”, pensavamo, uno dei tanti morti
di cui lì, sul pavimento, era stata posata la cassa durante il
funerale.
A rendere ancor più tetro quel luogo, fu quando scavarono
le
pedemìnte (le fondazioni) per l’ampliamento della nuova
campata e della nuova torre: fuoriuscivano dai solchi delle
fondazioni tutte
le 'ualetà (le specie) di ossa umane:
ulne, femori, omeri, braccia, mani, dita di scheletri, come
radici spezzate e penzolanti, rotte da uno escavatore durante
lavori di scavo.
Noi bambini però, in compagnia, ci facevamo coraggio, anche se
la paura, faceva novanta.
Zombavamo la recinzione e lì dentro al cantiere giocavamo,
riportando a sera, dentro le scarpe, sabbia e breccioline ed
altro materiale edile. “
Mortaccié’”, mi diceva mamma al
ritorno a casa. “
Mo te so’ fatte lu bágne. Me pìre lu camie
de Muléne. Se ‘rpurtate a la case mezze micchie de ràne e
vràccele” (Delinquente! Adesso ti ho fatto il bagno. Mi
sembri il camion dell'impresa Molino. Riporti ogni sera a casa
sabbia e breccioline).
Operai dell'Impresa Verre di
Vasto, al lavoro nella Chiesa di San Giuseppe.
Intanto i lavori procedevano ed avevano realizzato al grezzo
la nuova facciata ed il campanile.
Ed ecco un tardo pomeriggio d'estate, mentre giocavo con gli
amici nella piazzetta del palazzo scolastico, adiacente alla
chiesa, venirmi all’improvviso di fare pipì.
Potevo andare benissimo a casa dei miei nonni, che abitavano a
cinquanta metri, alla palazzina della Porta della Terra, ma
non lo feci.
Mi allontanai dagli amici e da solo, mi arrampicai al recinto
della chiesa ed entrai nel cantiere, e lì, dopo aver guardato
in alto, per vedere se da una finestra di qualche casa vicina
qualcuno potesse vedermi dall'alto, me ne andai all’angoletto
che si era formato, dopo la ricostruzione del nuovo campanile,
tra il campanile stesso ed il muro della chiesa. Tirai fuori
il fratellino, che all’epoca era ancora minorenne, e cominciai
a fare pipì. C'era qualcosa però che non andava. La pipì
fuorisciva male: era come se
lu tibbue (il canaletto
urinario) si fosse
attúrete (ostruito),
'ntuppuáve
(intoppasse). Un istante dopo sentii
‘na cosa cálle
abbálle pe' le cósse (sentii qualcosa di caldo lungo le
gambe): avevo pisciato al letto.
Mi svegliai di soprassalto, accorgendomi non di averla fatta
nel cantiere, ma al letto e chiamai subito mia mamma, che
appicciò l’abajour e venne tutta allarmata (e ci credo erano
le due notte), facendomi cambiare le mutande, cannottiera e
tutto ciò che avevo bagnato.
"
Mo ardúrmete! Mortaccese de notte e de jurne!" (Adesso
riaddormentati! Peste di notte e di giorno), mi disse,
portandomi a dormire nel lettone matrimoniale, visto che le
lenzuola del mio lettino erano bagnate e la pipì
avé'
rpássate a lu matarázze (era penetrata sino al
materasso).
Avevo all'incirca dieci anni e da quella notte
'ngrazie a
De' (ringraziando Iddio), non feci più la pipì a letto,
anzi la rifeci, cinquant’anni dopo… la prostata, ma questa
volta chiamai mia moglie.
Siccise la vecchiaje (Sia maledetta la vecchiaia).
Ed a proposito di prostata e di vecchiaia, consentitemi di
usare un'altra parolina detta
adderétte (direttamente,
senza giri di parole).
Un giorno chiesi a mio zio Mimi' Napolitano, ormai
anziano:"Zio Mimì! Come va
la pingarélle?" (Il
pisellino?).
E lui mi rispose:"
Zizi'!'Ngrazie a De' ca ci pescie"
(Zio! Grazie Dio che riesco ancora a farci la pipì).
Quel sogno di quand'ero bambino, però, in cui feci la pipì a
letto, non l'ho mai dimenticato. Ogni volta che passo di lì,
vicino a quell'angoletto a 90° che si forma tra il muro
posteriore del campanile e quello della chiesa, ci ripenso e
mi scappa un sorriso.
Per me è stato un sogno educativo. Mi ha insegnato che non
tutti i bisogni riescono con i sogni, e che nella vita anche i
momenti di difficoltà, come ad esempio un brutto voto a
scuola, una delusione d'amore, incomprensioni sul posto di
lavoro, una cambiale non ritirata, con gli anni che passano,
possono diventare lieti ricordi. Basta solo collocarsi nel
giusto punto di osservazione e godersi, con gli occhi di un
bambino, lo spettacolo comico del teatro della vita, sino a
quando non calerà definitivamente il sipario.
Ed a proposito di sipario, quando calerà il mio, anch'io ho un
sogno segreto riposto nel cassetto, o meglio nella cassa.
Casomai, dopo la mia morte, ma anche prima, come si usa di
questi tempi, dovessi diventare uno scrittore famoso, cosa
molto probabile visti i tempi che corrono, ed a qualcuno
venisse in mente di onorare la mia memoria, inserendomi nel
novero delle persone che hanno dato lustro e contributo alla
involuzione culturale della nostra città, sarei molto lieto se
venisse apposta sul muro dietro al campanile della chiesa,
alla presenza di tutte le autorità civili, politiche e
religiose, una lapide in mio onore, con il seguente epitaffio:
"Quì, Fernando Sparvieri, sprezzante del pericolo, con
spirito eroico di corpo, scavalcò temerario ogni barriera,
per realizzare il sogno della sua vita. I posteri a ricordo
posero".
E tornando, per concludere, a quelle mattine di domenica,
quando Confucio e Doruccio irradiavano di musica il paese, io
credo che anche il nostro Don Cirillo, nelle pause tra una
messa e l'altra, ascoltasse quei dischi. La sua canzone
preferita era: "
Comme si' belle a cavallo stu camello,
tattatarete tarattatarete tattatarete taratatà".
Infatti quando se ne andò in pensione...
Anzi vi dirò di più, ed è questo il motivo per cui quand'ero
bambino, pensavo che fosse lui, Don Cirillo a mettere quei
dischi la domenica mattina.
Don Cirillo i dischi non li metteva la domenica mattina, ma la
domenica pomeriggio.
Puntuale, alle 2:00 del pomeriggio, non potendo far suonare le
campane per avvisare i fedeli che stava per aprire i battenti
al suo cinema San Vitale, un'ora prima dell'apertura, metteva
di continuo un disco, sempre quello, l'unico che aveva.
La canzone si chiamava "La Madonna di Montevergine", e la
cantava Aurellio Fierro.
L'aveva imparata a memoria il maestro elementare Ugo
Marzocchetti che aveva la sua casa in Via Roma, ad un passo
dal cinematografo, con l’altoparlante del cinema proprio sotto
la finestra della sua cucina.
Povero maestro Ugo non riusciva più a fare il suo solito
pisolino pomeridiano. Non ce la faceva più ad ascoltarla.
Era diventatato quel disco, per lui, un’ossessione per non
dire, per non fare peccato, una vera rottura di co......
E ze ne jáve Madónne e ddebbúne (E se ne andavano
Madonne e Dèi buoni).
Video
(Il disco di Don Cirillo)
Non so se
le hastemìnde (improperi, bestemmie)
arrivarono anche alle orecchie di Elisa, la perpertua di Don
Cirillo, che si alternava alla cassa del cinema con Don
Cirillo, la quale pensò che il disco della Madonna di
Montevergine non fosse gradito al maestro Ugo. In realtà al
maestro Ugo, che aveva studiato in Umbria dai frati, il disco
gli era piaciuto, ma una volta e due e tre... e
quattre e
cénghe, come disse una volta
Pierine la rasannélle
(Pierino Argentieri) si era stufato a sentire sempre
che
la canzàune (la solita canzone), che
j z'avé' messe
a li cirvélle (che gli era entrata nel cervello), con
le orecchie che si rifiutavano di ascoltarla.
Allora Elisa, senza dire nulla a Don Cirillo, che avrebbe
potuto offendersi essendo la canzone dedicata alla Madonna, si
consigliò con
Uggénie lu sacrastáne (Eugenio De
Francesco,il sagrestano), che suonava l'organo in chiesa e
quindi di musica se ne intendeva, e comprò un disco più
allegro, interpretato da Renato Carosone ed il suo quartetto,
in pratica quelli che cantavano: "
Comme si' belle a cavallo
stu camello, tattatarete tarattatarete tattatarete
taratatà".
Titolo dela canzone: "Ehi cumpari"... si' vu' sonari.
Video
(Il 2° disco di Don Cirillo)
Ma al maestro Ugo, gli andò peggio.
Elisa trovò alla fine una soluzione. Disse a Eugenio di
consigliarle un altro disco, meno casinaro. La scelta cadde su
"Io sono il vento", una canzone interpretata da Arturo Testa,
che secondo lei poteva riuscire a conciliare il pisolino
pomeridiano del maestro Ugo.
Video
(Il 3° disco di Don Cirillo)
Quando c'era lei, Elisa, alla cassa, la canzone parea
funzionare.
Ma non c'era nulla da fare.
Appena arrivava Don Cirillo rimetteva subito il suo solito
disco preferito "La Madonna di Montevergine".
E ripartivano
"Madónne e ddebbúne".
Fedeli sansalvesi in
pellegrinaggio. Al centro Don Cirillo. Alla sua sinistra
Elisa,la sua perpetuta, che i sansalvesi dicevano che era
sua sorella o una cugina.
NOTE:
Altri famosi giovani attivisti radiofonici locali erano
Lucio Artese, figlio di Amedeo, appartenente a chélle de
Don Pìtre (al ramo di famiglia di Don Pietro Artese)
che parlava per la Democrazia Cristiana e Janúccie lu
scarpáre (Sebastiano Marzocchetti, calzolaio) che
parlava per il Partito Comunista. Janúccie era un
ragazzo che aveva aperto la sua bottega in Via Fontana, a
fianco della Porta della Terra, emigrato poi a Cupello,
ricordato tutt'ora tra gli anziani come un giovane simpatico
ed intelligentissimo, autore di allegri scherzi quotidiani a
chi gli capitava a tiro, divertendosi e facendo divertire
gli amici. Famoso resta un suo scherzo a Savino, un buon
uomo che tornava dalla campagna in bicicletta con una
cassetta di pomodori legata e poggiata al portapacchi
posteriore della sua bici. Janúccie legò un filo
sottilissimo e quasi invisibile ad una banconota da 500 lire
e la posò dinanzi alla sua bottega, dirimpetto al piccolo
muraglione dell'inizio di Via Fontana, che era in discesa.
Ed ecco arrivare Savino che vide la banconota per terra e si
fermò per raccoglierla poggiando i piedi per terra senza
scendere dalla bici, piegandosi solo con il busto. Ma quando
stava per afferrarla, Janúccie, da dentro la sua
bottega, tirava un po' il filo e la spostava, fino a quando
Savino cadde lui e la bicicletta, con tutti i pomodori che
si appalluttuárene (appallottolarono) in
discesa sino all'incrocio di Via Savoia. Janúccie fu
costretto a darsi alla fuga, andandosi a rinchiudere
dentro il frigorifero del macellaio Nicola Di Tullio, che
aveva la sua macelleria accanto alla sua bottega. Uscì
ghiacciato dopo che Savino, non trovandolo, andò via.
Sempre Janúccie si
divertiva a far prendere degli spaventi a Giovannino, suo
giovane coetaneo. Si
era accorto che Giovannino era facilmente influenzabile e
si spaventava per un nonnulla. Un giorno Giovannino si
recò nella sua bottega e Janúccie gli
gridò: "La fiamma! La fiamma".
Giovannino
fuggì di gran carriera dalla bottega. Glie lo
fece parecchie volte lo stesso scherzo e Giovannino, ogni
volta, al grido "La fiamma! La fiamma", se la dava a
gambe. Venne
soprannominato dai suoi amici: "Giovannino la fiamma". Mi
raccontò mio zio Mimì Napolitano, che un giorno si era
recato alla bottega di Janúccie ed
arrivò Giovannino. Janúccie, vedendolo,
gli disse: "Mamme che
britta cére che ti! Sti bianghe gnè nu morte. Ma sti
bbone? (Mamma che brutta cera che
hai. Sei bianco come un cadavere. Ma stai bene?". Glie
lo disse più
di una volta sino a quando Giovannino, preoccupato, non
se ne tornò a casa dicendo che non si sentiva bene. Dopo
un po' andarono a trovarlo a casa: Giovannino si era messo
a letto.
6 Ottobre 2021