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Ogni mondo è paese, ma il mio paese è il mio mondo.
Fernando Sparvieri







Ma chi sarebbero li salvanése

I racconti di Fernando Sparvieri



Un po' di storia locale raccontando personaggi








Il tuo bacio è come un Rock
ed il sogno della vita
(Fatterelli)

di Fernando Sparvieri

A ripensarci oggi, che bella che era la mia piccola San Salvo la domenica mattina. Era tutta una romania (un'armonia), avrebbe detto il mio amico Sebastiano Valentini.

Avevo si e no cinque o sei anni ed al mattino il paese si svegliava con la musica ed era come stare lì, al festival di Napoli o di Sanremo, con cantanti che cantavano in mezzo alla strada.

C'erano Nilla Pizzi, che ogni domenica faceva il compleanno e ringraziava dei fiori qualcuno che glie li aveva donati, non smettendo mai di ringraziarlo, anche se le spine delle rose le pungicavano le dita ed il cuore; Claudio Villa che si era innamorato in Spagna di una certa Granada (forse di una lontana parente di Zi' Vingenze Granate), e non voleva lasciarla e tornare in Italia; Domenico Modugno che faceva il finto tondo (lu scivule e casche) con una donna riccia e secondo me anche pelosa, che non si depilava mai, perchè così a quei tempi si usava, e poi un giovanissimo Adriano Celentano, che aveva dato il suo primo bacio ad una ragazza, non so di dove, ed era rimasto fulminato dal suo bacio che era come un Rock, detto in americano.

Chi fosse però questo Rocche, non ve lo so proprio dire, non riuscivo proprio a capirlo. Anzi mi sembrava strano che una donna baciasse come Rocco, cioè come un maschio. Muah... All'epoca di uomini che si chiamavano Rocco, a parte Sandrócche, che non mi pare di averlo mai visto baciare una donna (anzi erano le donne a mandargli baci a distanza dopo essersi fatte il segno della croce), conoscevo Rocche Natale, che proprio un tipo da baci non mi sembrava, e quel povero Rocche de Zenore (Rocco Di Bello), un bel ragazzo bravo e bruno, purtroppo deceduto prematuramente appena sposato, che abitava proprio lì vicino casa mia, in Via Savoia, dove ero andato da poco ad abitare (1958). Di altri Rocco, conoscevo poi la famiglia Di Rocco, non quella degli zingari che all'epoca non ancora arrivava a San Salvo, ma chélle de Barracche. "Sarà una loro figlia?", pensavo. Muahhh!

A mettere quei dischi, perchè di dischi si trattava, era Combúccie (Confucio Ciavatta), che aveva aperto un bel negozio di radio, biciclette, fornelli e bombole di gas, oltre a qualche giradischi e fisarmonica in C.so Garibaldi, il quale poverino (per modo di dire, perchè proveniva da una famiglia nobile), per vendere qualche disco, che però nessuno comprava, aveva messo sul tetto del suo palazzo di famiglia, quello di suo padre Don Antonio Ciavatta, un grosso altoparlante, e da lì irradiava di musica, tutte lu quart'ammànde e parte de lu quartabbálle (la zona alta del paese, e parte di quella a valle).

Confucio Ciavatta a sinistra, alla Scuola Radioelettra di Torino.


Ma non era solo Combúccie a mettere i dischi. Secondo me, anche Don Cirillo il prete li metteva, almeno nella mia fantasia di bambino.

Arrivati infatti nei pressi della sua casa canonica, nell'attuale Piazza Giovanni XXIII, dove sul terreno retrostante c'era anche il cinema di don Cirillo, che non capivo se fosse proprio suo o di San Vitale Martire (si chiamava Cinema San Vitale), ricominciava lì un altro festival, l'altro festival, con la partecipazione straordinaria di Renato Rascel, che cantava sempre "E' arrivata la bufera", anche se a San Salvo c'era un sole che spaccava le pietre e si poteva andare al mare, e di Renato Carosone, che cantava stranamente ad un giovanotto, ma non so dirvi chi fosse: "Comme si' belle a cavallo a stu camello, tattatarete tarattatarete tattatarete taratatà".

Guarda di qua e guarda di là, però, io questo cammello non lo vedevo proprio in giro per San Salvo e manco di asini, che la domenica si godevano la giornata festiva nelle stalle, ad eccezione di qualche cosiddetto animale quadrupede a due zampe (modo di definire qualcuno asino), che ignaro della sua condizione di bipede quadrupede, ascoltava pure lui la canzone del cammello, come un asino in mezzo ai suoni.

Esagerazioni, un po' dappertutto a parte, non era naturalmente Don Cirillo, come seppi qualche anno più tardi, che metteva quei dischi, ma Dorúccie (Cassiodoro Artese), un giovane aitante democristiano, 'nu mortaccése, per indicare in dialetto un ragazzo intelligente, purtroppo deceduto prematuramente a causa di una grave malattia il quale, la domenica mattina, con il permesso di Don Cirillo, che lo esentava dalla messa per partito preso (Don Cirillo era stato il fondatore locale del partito), si divertiva a fare il disk jockey nella sezione giovanile della Democrazia Cristiana, che stava nella stesso palazzo della casa canonica, dove ci abitavano, oltre a Don Cirillo ed Elisa, la sua perpetua, che come dicevano i sansalvesi non si è mai capito se fosse sua sorella o una sua sorella cuggina (cugina), anche lo stesso Doruccio con la sua famiglia. Don Cirillo stava al piano terra, mentre Doruccio al piano primo.

La sezione giovanile della D.C. era invece ubicata ad una camera di casa al piano terra dello stesso palazzo, accessibile direttamente dall'attuale Piazza Giovanni XXIII, dopo aver varcato un grosso cancello rosso e percorso un vialetto brecciato (attuale Via E. Fermi) che conduceva anche al cinema San Vitale, che Don Cirillo aveva costruito sul terreno restrostante la casa canonica.

Sulla sinistra si scorge parte della casa canonica ed al suo lato il cancello, tappezzato di manifesti del cinema, che immetteva, dopo aver percorso un vialetto brecciato, sia al cinema San Vitale che alla sezione giovanile della Democrazia Cristiana..


Don Cirillo quindi c'entrava eccome, allo stesso portone in compropietà con Doruccio ed anche al cancello dove stava la sezione giovanile della Democrazia Cristiana, ma non centrava lui la puntina nel 1° solco del disco nel giradischi.

E come poteva essere lui, poverino, che la domenica mattina sopratutto, non aveva tempo neppure di farsi il segno della croce, tanti erano i suoi impegni!

Ma lo immaginate, voi, Don Cirillo, che la domenica mattina, alle 11:00, invece di cantare la messa cantata in chiesa, accompagnato all'organo da Uggénie lu sacrastane e dal vecchio coro celestiale di Juccie la monache ed altre vezzóche (attempate nubili fedeli), metteva il disco "La donna riccia", lui che i capelli delle donne, ricce e non ricce, bionde e brune, non le faceva manco entrare in chiesa, se non coperte da un fazzolettone in testa?

Ma a me, bambino, così me diciàve la cóccie (diceva la testa) e pensavo fosse davvero lui.

Ne ero talmente convinto che me lo immaginavo addirittura con il suo cappello a treppézze (a tre punte) in testa, il collarino ecclesiastico al collo, la tonaca abbottonata sino ai piedi, mentre metteva i dischi da dentro il suo studio per fare pubblicità al film domenicale del suo cinema o di San Vitale, dubbio che mi restò sino a quando non se lo ricomprò Angiulìne Biascìlle (Angelo Di Biase), che per far capire a tutti che il cinematografo era suo e basta, e che non c'erano santi che tenessero, il cinema, lo chiamò qualche tempo dopo "Biagino", italianizzazione del suo soprannome.

Don Cirillo nel suo studio nella casa canonica. Nella foto alle sue spalle Don Camillo Artese. Don Camillo, che era fratello di Don Cesare, a sua volta padre di Doruccio, alla sua morte donò la sua quota di eredità alla Chiesa. Ed è questo il motivo per cui Don Cirillo viveva in quella casa.


Era quindi Doruccio e non Don Cirillo a mettere quei dischi, ed era bravo, naturalmente non come Combúccie che aveva studiato musica addirittura alla Scuola Radio Elettra di Torino.

Ma perchè Doruccio metteva i dischi?

Era in atto, in quel periodo, ma io bambino che ne potevo sapere, la guerra calda degli altoparlanti, tra comunisti e democristiani. Entrambi i partiti avevano installato nelle rispettive sezioni dei potenti altoparlanti, appena usciti sul mercato, e lì, i giovani attivisti politici radiofonici, davano vita con i primi microfoni, con i quali tutti avrebbero voluto provare a cantare o parlare (che sa gna ze sénte a lu mucrófene la vàucia ma'), ad estemporanei ed improvvisi attacchi politici, a volte anche personali, in cui si offendevano a vicenda, in diretta, dicendosene tra di loro di cotte e di crude, dibattiti che i sansalvesi chiamavano "lu contradditorie" (il contradditorio), che era una specie di tribuna politica nell'etere sansalvese, senza moderatore.

Quello che non so dirvi però è perchè quei dischi li metteva solo la Democrazia Cristiana e non i comunisti. Evidentemente, ma questa è solo una mia supposizione, i comunisti non avevano soldi per comprarli, ed avevano solo il disco di "Bandiera rossa" e mica potevano stare lì, da mattina a sera, a dire al popolo: "Avanti popolo alla riscossa, bandiera rossa, bandiera rossa". Anche il comunista più rosso di tutti, si sarebbe stancato di andare avanti. I democristiani, invece, più ricchi, perchè prendevano i soldi dal Vaticano e dagli americani, avevano una collezione di dischi più o meno come quella di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni nella trasmissione radiofonica degli anni '60 "Bandiera Gialla", e quindi facevano gli smargiassi, ma non il panettiere, Angelo Smargiassi, che non aveva ancora aperto il forno in C.da Garibaldi, perchè non ancora tornava dall'Australia.

Insomma, io ero un bambino e facevo tanta confusione.

Doruccie (Cassiodoro) Artese.


A ripensarci oggi, com'è bella la fanciullezza. E' sicuramente l'età più bella della vita. Si capisce una cosa per un'altra, ma il suo ricordo resta indelebile, almeno uno crede, fino a quando, con il trascorrere del tempo, non sopraggiunge un po' di arteriosclerosi ed allora bisogna mettere anche il pannolone e, buonanotte ai suonatori, restando in tema musicale.

Ripensare ogni tanto, però, a quei tempi belli, non costa niente. Spesso ci ripenso. E come rivivire, tra ricordi confusi, la propria bambinità, in un sogno reale ed irreale, che ti riporta indietro nel tempo e ti strappa un sorriso, sovente un po' amaro.

Ed a proposito di sogni, ve n’è uno, risalente alla mia infanzia, che per me rimane il sogno della vita, ma non ditelo a nessuno, innanzitutto per una questione di privacy e poi perchè, detto sinceramente, me ne vergogno un po' raccontare in giro un episodio che riguarda, non so come dirlo, il ca...volo mio, agli altri.

Avevo all’incirca otto anni (1961) e Combúccie e Dorúccie avevano già smesso di fare i disck jockej domenicali.

Don Cirillo, ave' mésse méne (aveva messo mano) alla demolizione dell'antica torre campanaria e della facciata anteriore della chiesa, con conseguente ampliamento della campata anteriore e ricostruzione dell'attuale campanile.

Ad eseguire i lavori venne incaricata l’impresa Verre di Vasto, una delle più importanti nella zona, insieme a quella dei F.lli Molino, che invece aveva costruito qualche anno prima, il nuovo Municipio.

L'impresa, ottemperando a ciò che erano le norme sulla sicurezza del lavoro all'epoca vigenti, havé' 'ffelite (mise in fila una sull'atra) quattre tavéle (quattro tavole) intorno alla zona interessata ai lavori, creando una recinzione al cantiere in piazza, tutta in legno, alta circa un paio di metri, non accessibile ai non addetti ai lavori.

Anche Don Cirillo, naturalmente, dovette sloggiare.

Prese qualche santo, tra i più importanti (gli altri li ammantò con un lenzuolo) e se li portò alla palestra della scuola elementare di Via De Vito, da poco costruita, dove c'era uno splendente e nuovissimo pavimento in plastica di colore nero, che ben si addiceva ai funerali ed un po' meno ai matrimoni, che iniziarono ad essere celebrati tutti lì, insieme a tutte le altre funzioni religiose.

Corone funebri dopo la messa funeraria alla palestra della Scuola Elementare di Via de Vito.


Corteo funebre dopo la messa alla palestra della Scuola Elementare di Via de Vito.


Per farla breve, anche se breve nonostante mi sforzi non riesco ad esserlo, la facciata principale della chiesa di San Giuseppe venne presto sventrata e dallo squarcio si intravvedevano dalla piazza, al di là del recinto, le restìre de le frabbecatìure (le impalcature dei muratori) e tutte le decorazioni e le scritte dorate, in alto, all'interno della chiesa.

Noi bambini che abitavamo in piazza e nelle strade adiacenti, che all’epoca non si chiamava ancora il Quadrilatero, perchè gran parte della gente non conosceva né la matematica e né la geometria, quando il cantiere era vuoto perchè non c'erano gli operai, zumbavame gnè grélle (saltavamo come grilli) la recinzione, arranghénnece (arrampicandoci) sulle tavole ed entravamo per gioco nel cantiere e qualche volta anche dentro la chiesa sventrata.

Dentro quella chiesa ferita l’atmosfera era davvero spettrale. Sembrava di stare in una chiesa scomunicata. Il silenzio ed il rimbombo dei nostri stessi passi ci incutevano un senso di terrore. Non ci spingevamo mai sin sotto l’altare. “E s’ariésce cacche morte?”, pensavamo, uno dei tanti morti di cui lì, sul pavimento, era stata posata la cassa durante il funerale.

A rendere ancor più tetro quel luogo, fu quando scavarono le pedemìnte (le fondazioni) per l’ampliamento della nuova campata e della nuova torre: fuoriuscivano dai solchi delle fondazioni tutte le 'ualetà (le specie) di ossa umane: ulne, femori, omeri, braccia, mani, dita di scheletri, come radici spezzate e penzolanti, rotte da uno escavatore durante lavori di scavo.

Noi bambini però, in compagnia, ci facevamo coraggio, anche se la paura, faceva novanta.

Zombavamo la recinzione e lì dentro al cantiere giocavamo, riportando a sera, dentro le scarpe, sabbia e breccioline ed altro materiale edile. “Mortaccié’”, mi diceva mamma al ritorno a casa. “Mo te so’ fatte lu bágne. Me pìre lu camie de Muléne. Se ‘rpurtate a la case mezze micchie de ràne e vràccele” (Delinquente! Adesso ti ho fatto il bagno. Mi sembri il camion dell'impresa Molino. Riporti ogni sera a casa sabbia e breccioline).

Operai dell'Impresa Verre di Vasto, al lavoro nella Chiesa di San Giuseppe.


Intanto i lavori procedevano ed avevano realizzato al grezzo la nuova facciata ed il campanile.

Ed ecco un tardo pomeriggio d'estate, mentre giocavo con gli amici nella piazzetta del palazzo scolastico, adiacente alla chiesa, venirmi all’improvviso di fare pipì.

Potevo andare benissimo a casa dei miei nonni, che abitavano a cinquanta metri, alla palazzina della Porta della Terra, ma non lo feci.

Mi allontanai dagli amici e da solo, mi arrampicai al recinto della chiesa ed entrai nel cantiere, e lì, dopo aver guardato in alto, per vedere se da una finestra di qualche casa vicina qualcuno potesse vedermi dall'alto, me ne andai all’angoletto che si era formato, dopo la ricostruzione del nuovo campanile, tra il campanile stesso ed il muro della chiesa. Tirai fuori il fratellino, che all’epoca era ancora minorenne, e cominciai a fare pipì. C'era qualcosa però che non andava. La pipì fuorisciva male: era come se lu tibbue (il canaletto urinario) si fosse attúrete (ostruito), 'ntuppuáve (intoppasse). Un istante dopo sentii ‘na cosa cálle abbálle pe' le cósse (sentii qualcosa di caldo lungo le gambe): avevo pisciato al letto.

Mi svegliai di soprassalto, accorgendomi non di averla fatta nel cantiere, ma al letto e chiamai subito mia mamma, che appicciò l’abajour e venne tutta allarmata (e ci credo erano le due notte), facendomi cambiare le mutande, cannottiera e tutto ciò che avevo bagnato.

"Mo ardúrmete! Mortaccese de notte e de jurne!" (Adesso riaddormentati! Peste di notte e di giorno), mi disse, portandomi a dormire nel lettone matrimoniale, visto che le lenzuola del mio lettino erano bagnate e la pipì avé' rpássate a lu matarázze (era penetrata sino al materasso).

Avevo all'incirca dieci anni e da quella notte 'ngrazie a De' (ringraziando Iddio), non feci più la pipì a letto, anzi la rifeci, cinquant’anni dopo… la prostata, ma questa volta chiamai mia moglie.

Siccise la vecchiaje (Sia maledetta la vecchiaia).

Ed a proposito di prostata e di vecchiaia, consentitemi di usare un'altra parolina detta adderétte (direttamente, senza giri di parole).

Un giorno chiesi a mio zio Mimi' Napolitano, ormai anziano:"Zio Mimì! Come va la pingarélle?" (Il pisellino?).

E lui mi rispose:"Zizi'!'Ngrazie a De' ca ci pescie" (Zio! Grazie Dio che riesco ancora a farci la pipì).

Quel sogno di quand'ero bambino, però, in cui feci la pipì a letto, non l'ho mai dimenticato. Ogni volta che passo di lì, vicino a quell'angoletto a 90° che si forma tra il muro posteriore del campanile e quello della chiesa, ci ripenso e mi scappa un sorriso.



Per me è stato un sogno educativo. Mi ha insegnato che non tutti i bisogni riescono con i sogni, e che nella vita anche i momenti di difficoltà, come ad esempio un brutto voto a scuola, una delusione d'amore, incomprensioni sul posto di lavoro, una cambiale non ritirata, con gli anni che passano, possono diventare lieti ricordi. Basta solo collocarsi nel giusto punto di osservazione e godersi, con gli occhi di un bambino, lo spettacolo comico del teatro della vita, sino a quando non calerà definitivamente il sipario.

Ed a proposito di sipario, quando calerà il mio, anch'io ho un sogno segreto riposto nel cassetto, o meglio nella cassa. Casomai, dopo la mia morte, ma anche prima, come si usa di questi tempi, dovessi diventare uno scrittore famoso, cosa molto probabile visti i tempi che corrono, ed a qualcuno venisse in mente di onorare la mia memoria, inserendomi nel novero delle persone che hanno dato lustro e contributo alla involuzione culturale della nostra città, sarei molto lieto se venisse apposta sul muro dietro al campanile della chiesa, alla presenza di tutte le autorità civili, politiche e religiose, una lapide in mio onore, con il seguente epitaffio: "Quì, Fernando Sparvieri, sprezzante del pericolo, con spirito eroico di corpo, scavalcò temerario ogni barriera, per realizzare il sogno della sua vita. I posteri a ricordo posero".



E tornando, per concludere, a quelle mattine di domenica, quando Confucio e Doruccio irradiavano di musica il paese, io credo che anche il nostro Don Cirillo, nelle pause tra una messa e l'altra, ascoltasse quei dischi. La sua canzone preferita era: "Comme si' belle a cavallo stu camello, tattatarete tarattatarete tattatarete taratatà".

Infatti quando se ne andò in pensione...



Anzi vi dirò di più, ed è questo il motivo per cui quand'ero bambino, pensavo che fosse lui, Don Cirillo a mettere quei dischi la domenica mattina.

Don Cirillo i dischi non li metteva la domenica mattina, ma la domenica pomeriggio.

Puntuale, alle 2:00 del pomeriggio, non potendo far suonare le campane per avvisare i fedeli che stava per aprire i battenti al suo cinema San Vitale, un'ora prima dell'apertura, metteva di continuo un disco, sempre quello, l'unico che aveva.

La canzone si chiamava "La Madonna di Montevergine", e la cantava Aurellio Fierro.

L'aveva imparata a memoria il maestro elementare Ugo Marzocchetti che aveva la sua casa in Via Roma, ad un passo dal cinematografo, con l’altoparlante del cinema proprio sotto la finestra della sua cucina.

Povero maestro Ugo non riusciva più a fare il suo solito pisolino pomeridiano. Non ce la faceva più ad ascoltarla.

Era diventatato quel disco, per lui, un’ossessione per non dire, per non fare peccato, una vera rottura di co......

E ze ne jáve Madónne e ddebbúne (E se ne andavano Madonne e Dèi buoni).

Video
(Il disco di Don Cirillo)


Non so se le hastemìnde (improperi, bestemmie) arrivarono anche alle orecchie di Elisa, la perpertua di Don Cirillo, che si alternava alla cassa del cinema con Don Cirillo, la quale pensò che il disco della Madonna di Montevergine non fosse gradito al maestro Ugo. In realtà al maestro Ugo, che aveva studiato in Umbria dai frati, il disco gli era piaciuto, ma una volta e due e tre... e quattre e cénghe, come disse una volta Pierine la rasannélle (Pierino Argentieri) si era stufato a sentire sempre che la canzàune (la solita canzone), che j z'avé' messe a li cirvélle (che gli era entrata nel cervello), con le orecchie che si rifiutavano di ascoltarla.

Allora Elisa, senza dire nulla a Don Cirillo, che avrebbe potuto offendersi essendo la canzone dedicata alla Madonna, si consigliò con Uggénie lu sacrastáne (Eugenio De Francesco,il sagrestano), che suonava l'organo in chiesa e quindi di musica se ne intendeva, e comprò un disco più allegro, interpretato da Renato Carosone ed il suo quartetto, in pratica quelli che cantavano: "Comme si' belle a cavallo stu camello, tattatarete tarattatarete tattatarete taratatà".

Titolo dela canzone: "Ehi cumpari"... si' vu' sonari.

Video
(Il 2° disco di Don Cirillo)


Ma al maestro Ugo, gli andò peggio.

Elisa trovò alla fine una soluzione. Disse a Eugenio di consigliarle un altro disco, meno casinaro. La scelta cadde su "Io sono il vento", una canzone interpretata da Arturo Testa, che secondo lei poteva riuscire a conciliare il pisolino pomeridiano del maestro Ugo.

Video
(Il 3° disco di Don Cirillo)


Quando c'era lei, Elisa, alla cassa, la canzone parea funzionare.

Ma non c'era nulla da fare.

Appena arrivava Don Cirillo rimetteva subito il suo solito disco preferito "La Madonna di Montevergine".

E ripartivano "Madónne e ddebbúne".

Fedeli sansalvesi in pellegrinaggio. Al centro Don Cirillo. Alla sua sinistra Elisa,la sua perpetuta, che i sansalvesi dicevano che era sua sorella o una cugina.


NOTE:
Altri famosi giovani attivisti radiofonici locali erano Lucio Artese, figlio di Amedeo, appartenente a chélle de Don Pìtre (al ramo di famiglia di Don Pietro Artese) che parlava per la Democrazia Cristiana e Janúccie lu scarpáre (Sebastiano Marzocchetti, calzolaio) che parlava per il Partito Comunista. Janúccie era un ragazzo che aveva aperto la sua bottega in Via Fontana, a fianco della Porta della Terra, emigrato poi a Cupello, ricordato tutt'ora tra gli anziani come un giovane simpatico ed intelligentissimo, autore di allegri scherzi quotidiani a chi gli capitava a tiro, divertendosi e facendo divertire gli amici. Famoso resta un suo scherzo a Savino, un buon uomo che tornava dalla campagna in bicicletta con una cassetta di pomodori legata e poggiata al portapacchi posteriore della sua bici. Janúccie legò un filo sottilissimo e quasi invisibile ad una banconota da 500 lire e la posò dinanzi alla sua bottega, dirimpetto al piccolo muraglione dell'inizio di Via Fontana, che era in discesa. Ed ecco arrivare Savino che vide la banconota per terra e si fermò per raccoglierla poggiando i piedi per terra senza scendere dalla bici, piegandosi solo con il busto. Ma quando stava per afferrarla, Janúccie, da dentro la sua bottega, tirava un po' il filo e la spostava, fino a quando Savino cadde lui e la bicicletta, con tutti i pomodori che si  appalluttuárene (appallottolarono) in discesa sino all'incrocio di Via Savoia. Janúccie fu costretto a darsi alla fuga, andandosi a rinchiudere dentro il frigorifero del macellaio Nicola Di Tullio, che aveva la sua macelleria accanto alla sua bottega. Uscì ghiacciato dopo che Savino, non trovandolo, andò via.
Sempre Janúccie si divertiva a far prendere degli spaventi a Giovannino, suo giovane coetaneo. Si era accorto che Giovannino era facilmente influenzabile e si spaventava per un nonnulla. Un giorno Giovannino si recò nella sua bottega e Janúccie gli gridò: "La fiamma! La fiamma". Giovannino fuggì di gran carriera dalla bottega. Glie lo fece parecchie volte lo stesso scherzo e Giovannino, ogni volta, al grido "La fiamma! La fiamma", se la dava a gambe.  Venne soprannominato dai suoi amici: "Giovannino la fiamma". Mi raccontò mio zio Mimì Napolitano, che un giorno si era recato alla bottega di Janúccie ed arrivò Giovannino. Janúccie, vedendolo, gli disse: "Mamme che britta cére che ti! Sti bianghe gnè nu morte. Ma sti bbone? (Mamma che brutta cera che hai. Sei bianco come un cadavere. Ma stai bene?". Glie lo disse più di una volta sino a quando Giovannino, preoccupato, non se ne tornò a casa dicendo che non si sentiva bene. Dopo un po' andarono a trovarlo a casa: Giovannino si era messo a letto.
6 Ottobre 2021




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(Emilio Del Villano)















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