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Ogni mondo è paese, ma il mio paese è il mio mondo.
Fernando Sparvieri







Ma chi sarebbero li salvanése

I racconti di Fernando Sparvieri



Un po' di storia locale raccontando personaggi








Tite zi' Mè'
(Fatterelli)

di Fernando Sparvieri

Tite zi' Mé' e tite zi' Mé'! E frechéte zi' Ménghe.

Sino a pochi anni addietro, il suddetto modo di dire, tipicamente locale, era forse il  più in voga tra i sansalvesi. Lo si sente tutt'oggi dire in giro, sopratutto tra gli anziani del paese, ma credo che tra non molto tempo, con la dipartita degli ultimi rappresentanti dell'ormai estinta civiltà contadina, entrerà a far parte definitivamente del mondo dell'oblio.

Il suo significato originale, si riferiva principalmente ad un'imprecazione quando qualcosa andava storto, ma nel corso del tempo ne ha assunti altri, adattabili a più circostanze, come ad esempio perdere la pazienza con qualcuno che insiste a dire cose inesatte, non veritiere o in malafede, e chi ascolta, dopo averlo pazientemente ascoltato, stócche adderétte (va dritto, senza troppi giri di parole), sbugiardandolo e spiattellandogli in faccia la verità.

Ma come nasce questo modo di dire, esclusivamente sansalvese.

Il detto ha radici lontane e risale intorno agli anni '20 del secolo scorso, quando zi' Ménghe tornava dalla campagna a cavalle all'aséne e dietro di lui lo seguiva a péte (a piedi) Nucénde Cilli.

Ma chi erano questi due personaggi?

Zi' Ménghe
(Domenico Cilli -  San Salvo,1847-1938) era un anziano contadino sansalvese, appartenente ad una famiglia benestante, che abitava a fianco alla Porta della Terra. Dedito alla famiglia ed al lavoro, era famosissmo in paese per la sua grande passione per il ballo. Sino a tardissima età era l'unico in paese capace di dirigere la Quadriglia e per questo motivo i sansalvesi lo invitavano nelle loro case, in occasione di feste di fidanzamento, matrimoni oppure, in tempi di pace, la sera prima della partenza di un figlio pe' suldate (per il militare), che era una specie di festa per il raggiungimento dell'età adulta del ragazzo. Insomma quando ze festejéve (si festeggiava) e ze mettàve bbálle (si ballava), Ze Ménghe, alla soglia dei novant'anni, rispondeva sempre presente, per il solo piacere di trascorrere nottate in allegria, tra amici, bicchieri di vino, résolie (rosolio), cagginétte (calcionetti) e lóffe de monéche (frittelle).

Per rendere l'idea di quanto fosse famoso questo personaggio come ballerino tra i sansalvesi, sopravvive tuttoggi, tra gli anziani, una canzoncina, che veniva cantata dai genitori ai bambini, a volte ancora in fasce.

La canzoncina, era accompagnata da un giochino che consisteva nel prendere in braccio il bambino e zullujérele (giocarci) mentre si ballava, cantandogli: "E 'bballe 'bballe zi' Minghe e zi' Minghe ne vo' 'bballá'".

Il bimbo, ascoltandola e saltellando mentre ballava tra le braccia dell'adulto, squacarijéve, cioè si faceva quelle prime resarélle (risatine a crepapelle), interagendo con chi lo faceva giocare, mentre muoveva la cucciutélle (la testolina) a ritmo del ballo. La cantarono tante volte anche a me quella canzoncina ed anch'io l'ho cantata da adulto ai mie figli ed ai miei nipoti. L'effetto risatina era assicurato.

(La canzone di zi' Minghe)



Nucénte, invece, che era parente alla lunga di zi' Ménghe (avevano difatti lo stesso cognome), era un bel giovane alto e robusto, che in età matura purtroppo sarà affetto da grave cecità, ma che all'epoca in cui successe il fatto, riusciva ancora a vedere discretamente, pur avvertendo i primi sintomi della malattia.

La storiella accadde vicino a lu quadreve', ad un incrocio di quattro viottoli di campagna andando verso lu Puràte (C.da Prato). Oggi in quella zona sorge l'ex Magneti Marelli.

Vi è da premettere che lì, a lu quadreve', quando pioveva, si formava ad un punto nu panteràune (una grossa pozzanghera) ed era molto difficile transitarvi, in quanto ai lati delle strada, i contadini avevano fatto crescere de le frátte (delle siepi) per non far invadere la cumbéne da le trajéne (i confini dei loro terreni dai carretti) che vi transitavano. Restava ai lati della pozzanghera pochissimo spazio, tra l'altro lievemente scosceso, e bisognava fare molta attenzione a dove si mettevano i piedi, perché con il fango era molto facile scivolare nella melma e cadere in acqua.



Successe che dopo una pioggia abbondante, si ritrovarono a passare in quel punto, zi' Ménghe e Nucénde.

Come già detto, Zi' Ménghe a cavalle all'asene (andava in groppa al suo asino), e dietro di lui, a péte (a piedi), Nucénde, che aveva la sua masseria (la massare' de Nucénte), proprio dietro la ex Magneti Marelli, scendendo verso lu Puráte (C.da Prato), nella zona denominata i Colli.

Nucénde, resosi conto che l'asino con in groppa zi' Ménghe, correva il rischio di scivolare nella pozzanghera, iniziò a gridargli alle spalle: "Tite Zi Mé!' Tite zi Me'!" (Tieniti forte zio Domenico, fai attenzione a non scivolare). Ma zi' Ménghe ave' 'ncucciáte (si era interstardito e non gli dava ascolto) e così, dopo pochi metri, l'asino scivolò e caddero nella pozzanghera aséne e zi' Ménghe.

"E frechete zi' Ménghe", esclamò a quel punto Nucénde, costretto ad aiutare a rialzarsi dapprima Zi Ménghe e poi l'asino.

A dire il vero, il modo originale in cui Nucénte tentò di avvisarlo fu: "Tite zi Ne'! Tite ze Ne'", perché , da quello che mi raccontò Pasqualino Cilli, pronipote di zi' Ménghe, Nucénde era un po' checco, cioè aveva anche un lieve disturbo nella pronuncia e pronunciava la N invece della M.

"Tite zi Ne' o Tite zi Mé'", fatto sta che la caduta di zi' Ménghe ed il suo asino nella pozzanghera, insieme alla frase finale pronunciata da Nucénde (E frechete zi' Menghe), fece il giro del paese, suscitando, come succede sempre quando qualcuno cade, l'ilarità della gente, fino a diventare un modo di dire popolarissimo paesano.

In pratica, successe un po' come quando, molti anni dopo, Mastro Luigi il sarto, cadde con la sua motocicletta all'altezza della Porta della Terra, svoltando da C.so Garibaldi in C.so Umberto I. Iniziò una processione di gente nella sua bottega e tuttti a chiedergli come era successo. 

"Core de Sante Vetale!" disse Mastro Luigi bestemmiando San Vitale, non potendone più. "Casche tanta ggente! U veda' ca la caschenne de Mastre Luéggie mo 'rmane a la storie?" (Cade tanta gente! Vuoi vedere che la caduta di Mastro Luigi resterà nella storia?).

Non toccò a Mastro Luigi restare alla storia per una caduta.

C'era già zi' Ménghe.

"E Tite zi' Mé' e tite zi' Mé'! E frechéte zi' Ménghe".

11 Gennaio 2022


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Tite zi' Me'! E tite zi' Mé'! E frechete Zi Ménghe!
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Zi mènghe e la manguláre
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