Forse saranno gli anni che
passano, sarà che con l'età che avanza è naturale che mi
assalga un po' di nostalgia per la mia adolescenza, ma ogni
tanto mi tornano in mente fatti e personaggi, appartenenti a
quell'antica, povera e meravigliosa società contadina, che
associandoli a fatti ed eventi attuali, mi strappano, al solo
ripensarci, un sorriso.
Uno di questi personaggi è
zi' Cármene de
Hallàtte (Carmine Aloè), originario di Cupello,
sansalvese d'adozione da tempi immemorabili. La storiella
invece accadde in Via della Mirandola, la via in cui egli
abitava insieme alla moglie, da sempre strada cittadina che
faceva parte del tragitto in cui
passave lu morte
(transitavano i cortei funebri), prima di imboccare Via dei
Cipressi, per andare al cimitero.
Era una misera casetta la sua, con solo piano terra. Per
entrarvi c'era una porticina in legno color verde, dipinta con
il pennello, scolorita dal tempo e dalla povertà. Come si
usava a quei tempi, la porta aveva un'unica anta spezzata, si
apriva interamente o a metà, in modo da far entrare, aprendo
solo quella superiore, l'aria e la luce. Non mancava, in basso
a destra,
la hattarole (la gattaiola), per far
rientrare o uscire, a suo piacimento, il gatto.
Quand'ero un ragazzino, lo vedevo sempre lì,
Zi' Cármene de
Hallatte, dietro quella porta, con mezza anta superiore
aperta. Mi ci scappavano gli occhi. Nella semioscurià della
stanza lo ricordo
nghe lu vucàle 'mméne (con il
boccale in mano) ricolmo di vino, mentre,
nghe nu pare de
baffe argricchìte (con un paio di baffi all'insù),
se
lo scolava tutto d'un fiato, non facendogli dire
manghe
Gisì (non facendogli dire manco Gesù), modo di dire in
dialetto sansalvese che significava compiere un'azione con
velocità.
Lui, accorgendosi, che lo stavo osservando, seppur di
sfuggita, farfugliava parole incompresibili in dialetto
cupellese, mentre io, con un po' di soggezione, mi allontanavo
facendo finta di niente.
Era famoso a San Salvo
zi' Cármene de Hallàtte.
Dicevano che beveva il vino
a lu pisciatàure (al
pitale). Pare che sua moglie, per farlo bere di meno, un
giorno gli nascose il boccale. Lui se ne accorse e riferendosi
alla moglie, disse tra sé e sé: "
E ca tu l'annascúnne" (E
che tu lo nascondi)
. Prese il pitale
,
andò alla botte, mise la cannella per spillare il vino e lo
riempì. Poi, uscì dinanzi casa e parlando direttamente al
pitale gli disse: "
Prime beve tu, doppe j', e doppe zi'
Carmine" (Prima bevi tu, poi io e poi zio Carmine) e se
lo scolò.
A detta degli anziani, era un buon uomo, dotato di ottimo
spirito ironico alcolico. Piuttosto esile di corporatura,
contadino, aveva combattuto in gioventù nella prima guerra
mondiale. Forse per questo motivo i ragazzini, avendolo
sentito raccontare di quand'era soldato, lo sfottevano
dicendogli: "
Zi' Cármene de Hallette, nghe la sciábbele e
baionette" (con la sciabola e baionetta). Poi
rincaravano la dose apostrofandolo: "
Zi' cà..." (Zio
ca...), con doppiosenso. Lui li rincorreva con la forca
in mano, ma era solo un modo scherzoso per dissuaderli. Il
primo a divertirsi era lui. Non avrebbe mai fatto del male ad
una mosca.
Zi' Cármene de hallàtte,
è la persona con i baffi, il più basso di statura, in
piedi al centro in prima fila, ritratto dietro la persona
accovacciata che era Luigi De Filippis, che fu anche
sagrestano nei primi anni '60 di Don Cirillo Piovesan,
dopo la morte del suo predecessore Eugenio De Francesco.
La foto è stata scattata al Monumento ai Caduti, durante
una commemorazione del 4 Novembre, in occasione di un
raduno di Cavalieri di Vittorio Veneto che avevano
partecipato alla guerra guerra del 1915-'18.
Tanti sono gli aneddoti su di lui.
Si racconta che un 16 Agosto
, come facevano molti
sansalvesi, si recò a piedi alla festa di San Rocco a Cupello,
suo paese natale. Durante la festa lo trovarono riverso a
terra e qualcuno chiamò i carabinieri.
"
Tre contra une" (Tre contro uno), iniziò a gridare
appena li vide arrivare. "
Tre contra une", ripeteva
continuamente. I carabinieri, pensarono che l'avessero
aggredito e gli chiesero chi lo avesse ridotto in quello
stato. "
Tre contra une", ripetette ancora una volta
Zi'
Cármene. Poi fece i nomi: "
E' state lu vine cótte, lu
fermentate e lu returnate" (Sono stati il vino cotto,
il fermentato e lu returnate).
Lu returnáte era un
vinello di scarsa gradazione che veniva prodotto ripassando al
torchio le vinacce insieme all'acqua.
E restando in tema di cadute,
pare che dopo una forte nevicata, ubriaco, uscì per San Salvo.
Cadde. Lo ritrovarono allungato per terra con la neve intorno
a lui che z'ave' squajáte (si era disciolta), tanto
era il calore prodotto dal vino che aveva in corpo.
Ma la vera frase ad effetto di zi' Cármene de Hallàtte,
la ripeteva spesso allegoricamente mio padre, ormai anziano,
quando seduto dinanzi al televisore, comparivano sullo schermo
folle oceaniche, che osannavano rockstar e rappresentanti del
mondo politico e sindacale, come se fussere Gesucréste (fossero
il Cristo).
Zi' Cármene la pronunciò durante il passaggio di un
corteo funebre dinanzi casa sua.
Da dentro casa, udì il rumore dei passi ed il vocio della
gente che accompagnava lu morte (il defunto) al
cimitero. Si affacciò alla porta e nghe lu vucále (con
il boccale) in mano, dopo aver scrutato in faccia le tante
persone che seguivano il feretro, serio, esclamò: "Ma tu
véde canda stupite appresse a nu stupide" (Ma tu guarda
quanti stupidi dietro ad uno stupido).