Un altro aneddoto di
Mastràngele,
il fabbro, che come ho già avuto modo di descrivere nel
capitolo precedente, aveva un carattere ironico, sempre in
vena di battute pungenti, oltreché essere un buongustaio,
accade un 16 agosto, quando, insieme a
Mastr'Andonie
Sparvire, mio nonno, falegname, suo intimo amico, si
recò a Cupello, alla festa di San Rocco, protettore del paese.
Era per i due amici un appuntamento annuale imperdibile, così
come lo era per tanti sansalvesi, che vi si recavano a piedi,
percorrendo la strada più breve, fatta di scorciatoie e
viottoli di campagna, passando, sia all'andata e che ritorno,
accanto alle mura del vecchio cimitero di San Salvo.
Statua di San Rocco di Cupello
A dire il vero
a Mastràngele, interessava poco
de
Sandrócche (di San Rocco) e della sua festa. Scopo
della missione, non era né la messa, né la processione e né
sentire la banda. Il motivo principale era quello di farsi
una bella scorpacciata di porchetta, per la quale nutriva
una grande predilezione, insieme alla ventricina, e farsi un
buon bicchiere di vino.
Insomma, come recita quel detto popolare:
"Quésse
fa gne Sandarélle, pe 'na magnate va a lu Cupélle" (Costui
fa come Santarelli, per una mangiata va a Cupello), anche
Mastràngele, se ne andava ogni anno a Cupello, alla
festa del santo patrono, per farsi una bella mangiata, nel suo
caso di porchetta.
"
Ué! Tajele a lu ciundréne quasse" (Ehi! Tagliamela
all'altezza della cinta quella porchetta), diceva
Mastrángele
al porchettaio quando andava a comprarla. In pratica preferiva
mangiare la porzione di porchetta tagliata tra il lombo ed il
filetto del maiale, nella parte, che per analogia con il corpo
umano, corrisponde all'incirca a quella in cui si allaccia
lu
ciundréne, cioè la cinta dei pantaloni.
Mi raccontò mio padre che negli anni '30, in occasione di una
festa del San Rocco, cupellese, mio nonno portò con sé a
Cupello anche lui e suo fratello maggiore Antonino, entrambi
ragazzini. Naturalmente andò anche
Mastrángele.
Stettero lì tutto il giorno.
Al buio, presero la via del ritorno. A notte fonda, giunti
nei pressi del muro di recinzione del cimitero di San Salvo,
si fermarono. Lì c'era 'na cérche (una
quercia) secolare, sotto la quale ogni anno Mastrángele
e mio nonno, incuranti dell'atmosfera lucubre del luogo,
prima del rientro a casa, si fermavano per fare piazza
pulita della porchetta e di altre cibarie che avevano
comprato a Cupello.
E lì, quella notte, a due passi dal cimitero, ecco udirsi in
lontananza ... ndin... ndin... ndin ... un tintinnio
cadenzato, simile a quello di una campanella.
Drizzarono le orecchie.
"Ué! Státeve zétte" (State zitti), disse
Mastrángele,
invitando tutti a fare silenzio.
"
Quesse ha da résse Ntónie de Rucchìccie che sta
'rmené pure hàsse da la féste a lu Cupélle" (A provocare
questo tintinnio dev'essere Antonio Mastrocola, figlio di
Rocco, che sta tornando a piedi anch'egli dalla festa di
Cupello),
li tranquillizzò
Mastrángele subito
dopo, svelando il mistero.
Chi era
Ntónie de Rucchìccie?
Ntónie de Rucchìccie era un falegname, cacciatore
nato, che non si separava mai dal suo fucile, che si era
portato dietro anche quel giorno alla festa a Cupello.
Mastrángele
lo conosceva bene e sapeva anche che quel tintinnio, che si
udiva a distanza, era provocato da una gavetta in alluminio,
che
Ntónie portava sempre con sé, legata con uno spago
ad un passante laterale della cinta dei pantaloni. Camminando,
ad ogni passo che faceva, la gavetta batteva al calcio del
fucile, che portava sempre a tracolla, provocando quel suono
metallico cadenzato, simile a quello che si udiva in
lontananza.
Quel tintinnio, intanto, ndin...ndin...ndin...ndin..., nel
buio e nella quiete della notte, si faceva sempre più forte,
man mano che
Ntonie de Rucchiccie, si avvicinava al
cimitero.
E quando quel tintinnio arrivò a pochi metri di distanza da
loro, all'improvviso
Mastrángele, nel silenzio più
assoluto, fece...
Uhh... Uhh..., simile al verso che
si dice facciano di notte i fantasmi, quando li si incontra in
un cimitero.
Ndin... ndin... e subito dopo din din din din din din din din
din
...
Il tintinnio accellerò il suo ritmo ed in pochi istanti si udì
un po' più lontano e poi sempre più lontano, lontanissimo dal
cimitero.
"
E ti lu fucéle!" (Ed hai il fucile!), esclamò
Mastrángele.
21 Gennaio 2022
Note:
Santarelli, l'ispiratore del famoso detto popolare: "Quésse
fa gne Sandarélle, pe 'na magnate va a lu Cupélle",
da quel che si dice era un famoso mastro ramaio vastese.
Altro famoso detto popolare in voga quel periodo era il
seguente: "Ue'! Me simbre Giuseppe Langiane" (Ehi, mi
sembri Giuseppe Lanciano), riferito ad un personaggio, forse
lancianese, a cui piaceva andare in tutte le feste di paese.
Dov'era festa, lì lo si incontrava.