Tutti fotografi
(La fotografia nell'era
dello smartphone)
di Fernando Sparvieri
Si sa, il mondo galoppa a velocità folle.
Non scopro l’America se dico che l’era digitale rischia di far
sparire antichi mestieri.
Prendetevi ad esempio quello del fotografo.
Sino alle soglie del 2000 i fotografi di professione
sembravano averla fatta franca, ma con l’avvento degli
smartphones tantissimi di loro hanno già abbassato le
saracinesche e quelli che restano, sempre più alle prese con
tasse, partite IVA e balzelli vari, rischiano seriamente di
farlo presto.
Ogni medaglia però ha il suo rovescio. I fotografi di
professione diminuiscono, ma i fotoamatori e le fotografie
aumentano.
Sì, perché oggi, grazie agli smartphones siamo diventati tutti
fotografi e scattiamo foto in continuazione, inviandole per
tramite i social network in ogni angolo del pianeta, insieme
ai video digitali, tanto non costa niente.
In pratica oggi postiamo e ci impostiamo sui social,
scattandoci selfies a più non posso, preferibilmente mentre
mangiamo, balliamo, facendo ogni cosa, fotografando tutti e di
tutto, animali quadrupedi e bipidi, tanto, e lo ribadisco, le
fotografie non costano nulla.
Un tempo invece, quand'ero ancora un ragazzino io, e mi
riferisco ai primi anni '60, le fotografie si pagavano.
La macchina fotografica non ce l'aveva quasi nessuno e quando
occorreva farsi una fotografia, tra l'altro in bianco e nero,
la gente andava dal fotografo, che doveva prima scattarla, poi
sviluppare il negativo della pellicola in camera oscura, poi
impressionarla sulla carta fotografica ed infine ridarla al
cliente. Era un lavoro lungo e certosino e ci voleva un po' di
tempo.
Alla gente piaceva farsi fotografare, ma sapeva anche che
dopo, al momento di ritirare la foto, doveva pagare. Per
questo motivo andava dal fotografo raramente e solo quando non
se ne poteva fare a meno.
Era un avvenimento straordinario andare a farsi una fotografia
da un fotografo. Era tutta una poesia. Mica ci si andava tutti
i giorni?
Ricordo che prima di farsi
'na póse (una fotografia)
ogni giovanotto che si rispetti o no, si faceva la barba a
casa e
z'arcagnáve (indossava l'abito più nuovo che
aveva), perchè mica si poteva
fa' rtrattà gné
nu vrettacchiéne (farsi ritrarre come uno sporcaccione)
e giunto al cospetto del fotografo
ze cacciáve lu
puttenìccie da la marióle (tirava fuori il
pettinino dal taschino) e
zi dave 'na lìtema specciéte
(si dava un'ultima pettinata), perchè la foto glie la doveva
far vedere e poi dare alla sposa, se l'aveva, e se non l'aveva
pazienza.
Poi, quando aveva finito di rifarsi
lu capeléscie (di
pettinarsi e lisciarsi i capelli), il fotografo, che aveva
aspettato che finisse di pettinarsi, impugnava la macchinetta
fotografica, e guardandolo dal mirino con un occhio,
quell'altro
le cecave (lo chiudeva) sennò inquadrava
con l'obiettivo pure il bancone
de la putéche (della
sua bottega), gli diceva
ázze la cóccie (alza la
testa),
è tróppe, arcìccule nu ccuà (è troppo alta,
riabbassala un po'),
gérele poche poche a destre (girala
un po' a destra),
arvà poche poche arréte (rimettila
un po' dietro),
'uarde aécche (guarda qui),
'nte
móve (non muoverti),
ne chìude l'úcchie (non
chiudere gli occhi)
e gli scattava la foto.
La cosa più temibile per il fotografo di quei tempi era che il
soggetto da ritrarre si muovesse ed all'ultimo momento
chiudàve
l'ucchie (chiudesse gli occhi). La foto era da buttare
perchè non sarebbe andata bene neppure da morto, sulla lapide.
L'avete mai visto voi un morto con gli occhi chiusi in una
foto al cimitero? Io mai.
Stessa tecnica di posa usata dal fotografo per i maschi in
studio, insomma
a la putéche (nella sua bottega),
veniva adoperata, con qualche piccola variante, anche quando a
doversi fare una foto era una ragazza.
Naturalmente essendo una femmina non si faceva la barba a
casa, anche se a qualcuna era necessario, ma
ze pettáve,
che non significava mettere il reggipetto ma pittarsi il muso
col rossetto, e prima di essere fotografata, specialmente se
fuori tirava il vento ed era arrivata con i capelli
scingilijte
(scompigliati), era lo stesso fotografo a consigliarle di
pettinarsi, dicendole: "
Aèsse sta lu spécchie. Sta pìure lu
strecciacapélle. Ardátte 'na specciéte" (Lì c'è lo
specchio. C'è anche il pettine. Ridatti una pettinata).
Logicamente l'operazione di pre-pettinatura non era necessaria
se a farsi la foto era un calvo o una persona anziana, che
data l'età,
z'avé specciéte veramente, nel senso che
era in procinto di partire per l'altro mondo. Anzi, sovente in
questi casi, era proprio questo il motivo per cui la nuora lo
aveva mandato dal fotografo, perchè non vedeva l'ora di
toglierselo dai piedi e le serviva una foto da mettergli sulla
lapide.
Ma non era mica finita lì. Dopo, per vedere com'era venuta la
foto, bisognava aspettare
per lo minimo (perlomeno)
'na
mesáte (un mesetto) perchè il fotografo, dopo averla
scattata, prima doveva finire di riempire con altri scatti
tutto il rullino, poi doveva sviluppare tutta la pellicola
nella camera oscura, e poi finalmente poteva ridarla al
cliente che se era quello anziano, il più delle volte non
faceva in tempo a vederla,
perchè nel frattempo
z'avé
morte (era deceduto) ed al suo posto la vedeva la nuora,
che se ne fregava se il suocero era venuto bello o brutto,
tanto gli serviva
pe lu cambesande (per metterla al
cimitero). Se era il giovanotto, invece, se la guardava e se
la riguardava quella sua foto, restando quasi sempre deluso
de
gn'ave scìute (di com'era stato ritratto), perchè
secondo lui non era venuto come si era immaginato prima di
rivedersi
artrattáte (ritratto) e credeva di essere
molto più bello.
"Quesse si'!" (Quello che stai vedendo sei tu, né più e
né meno), gli diceva il fotografo, se si accorgeva che il
giovanotto era perplesso nel rivedersi, dando la colpa a lui
se era venuto male in fotografia
(cit.
Ivano Cordisco).
Scherzi e poche esagerazioni a parte, il mestiere del
fotografo, all'epoca, non era proprio redditizio. Seppure tra
mille difficoltà, riusciva comunque a sbarcare il lunario. Le
famiglie lo chiamavano generalmente per far scattare qualche
foto in occasioni di matrimoni, battesimi, prime comunioni,
nascite e rari compleanni di bambini, ordinandogli però pochi
retrétte (ritratti), una foto o due al massimo, tre o
quattro in caso
de sfrìscie (di abbondanza), perchè le
fotografie costavano. E poi c'era anche gente, sempre per
questo motivo, che dopo avergli ordinanato le foto, glie le
lasciava parcheggiate nel cassetto per lungo tempo, ed a volte
senza mai andare a ritirarle.
Ai quei tempi a San Salvo, c’era un solo fotografo. Si
chiamava Donato Cilli ed era un uomo distinto, serio e molto
professionale. Aveva
la putéche, che oggi chiamiamo
studio fotografico, in 6° vico Garibaldi, che gestiva insieme
a sua moglie Linda Tornese, lentellese, la quale, da quel che
si dice, pare gli avesse trasmessa la passione per la
fotografia. A lui si deve la stragrande maggioranza delle foto
che oggi circolano in rete. Mi pare di vederlo ora, quando
d'estate, la domenica pomeriggio al mare, in costume da bagno
con la macchinetta fotografica a tracollo, che gli penzolava
sulla pancia lievemente proeminente, univa l'utile al
dilettevole, passeggiando sulla battigia, forse sperando che
qualcuno, vedendolo passare, lo chiamasse chiedendogli di
scattargli una fotografia
a làppe de mare (sull'orlo
del mare).
Ma erano davvero poche le persone
che lo chiamavano ed il motivo era sempre quello: le foto
costavano.
E prima di allora era stato anche peggio. Mi disse un giorno
il mio amico
Angiulìine: “Non ho una foto di quand’ero
bambino perchè papà non voleva
caccià ‘na lére
(tirare fuori una lira)”, aggiungendo che da adulto chiese il
motivo a suo padre, che gli rispose:“
Féje me'! E che te
n’ha da fa' de na fotografé” (Figlio mio! Cosa ne devi
fare di una fotografia).
Era quella la mentalità dell'epoca per la stragrande
maggioranza della gente. Certamente vi erano altre esigenze,
più impellenti, che facevano passare in secondo piano spendere
i soldi per le fotografie.
Oggigiorno invece, grazie
al progresso e
a lu vróde
grasse (al brodo grasso, al benessere) le fotografie si
sprecano. Tutti siamo fotografi, tanto non costa niente.
Persino ai bimbi che
'ngóre scàgnene dall'óve (sono
poco più che lattanti), i genitori mettono in mano smartphones
costosissimi di ultima generazione, con decine e decine di
megapixel per un'ottima risoluzione fotografica, che farebbero
stralunare gli occhi al nostro antico e caro fotografo Donato
Cilli.
E che dire dei moderni fotoamatori, quelli che vanno in giro
per terra, cielo e mare armati sino al collo di macchinette
fotografiche, che lanciano droni di notte e di giorno
nell'etere, che nessuna contraerea del garante per la privacy
riuscirebbe mai ad abbattere.
Sono i tempi moderni. Tutto è mutato. Si vive nell'era degli
smartphones, delle supertecnologiche macchine fotografiche
digitali, dei social e del benessere e le fotografie si
sprecano e si regalano ad amici e conoscenti, tanto non
costano nulla.
Non chiedete però ad un anziano di scattargli una foto.
Potrebbe fraintendere e rispondervi in questo modo:
Video
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Giovanni Passucci
29
Gennaio 2025