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Ogni mondo è paese, ma il mio paese è il mio mondo.
Fernando Sparvieri







Ma chi sarebbero li salvanése

I racconti di Fernando Sparvieri



Un po' di storia locale raccontando personaggi










I due capitali
(Il capitale e lu capetále)

(Fatterelli)

di Fernando Sparvieri


Come si suol dire, ogni mondo è paese ed in ogni paese, ieri come oggi, succedono all’improvviso, fatti e fatterelli, che poi, venuti a conoscenza della collettività, suscitano, per il modo in cui sono avvenuti, l’ilarità della gente.

Molte volte, probabilmente, non sono neppure fatti del tutto veri, ma la gente li racconta, mettendoci ognuno 'na pezze a chelàure (una pezza a colore), nel senso che ognuno aggiunge qualcosa di suo alla storiella originale.

Uno di questi fatterelli, riguarda Donn’Antonie lu ràfece (Don Antonio Vicoli, l’orefice), personaggio sansalvese molto famoso e facoltoso nella prima metà del secolo scorso, che aveva avuto la sua oreficeria dapprima nella sua bella palazzina all'imbocco di Via Savoia e successivamente, essendogli servito quel locale come sede del suo ufficio di Corrispondente del Banco Di Napoli (insomma era anche un mezzo bancario), lo aveva trasferito in Via Fontana, dirimpetto al piccolo muraglione dello spaccio de Miccheline de Crapacótte (di Michele Fabrizio, soprannominato Crapacotta), rivendita di Sali e Tabacchi n.1 del paese.

Giusto per descriverlo un poco, da quel che ricordo come un sogno, era un personaggio sui generis. Di carnagione chiara, capelli bianchi, con il vestito ed un un borsalino nero in testa, spiaccicava un italian-dialettale arzeccucculujéte,  cioè un un dialetto più di lusso, com'erano soliti esprimersi un po' tutti i signorotti del paese, per non confondersi con la parlata del popolino. Aveva un modo di fare, calmo, sereno, somigliante, per molti tratti, ad un anziano commerciante di quei films di Holliwood in un ghetto ebreo.

Era una persona, quindi, che per mestiere, se ne intendeva di capitali, una specie di piccolo orefice finanziere. Era lì, in quel suo ufficio del Banco di Napoli in Via Savoia, che i sansalvesi si recavano per cambiare in lire la valuta straniera o viceversa, quando qualcuno tornava dall'estero o doveva emigrare

La palazzina di Don Antonio Vicoli all'inizio di Via Savoia. Al primo piano nel 1946 vi abitarono in affitto le suore comboniane.


Cartolina con il timbro dell'oreficeria di Don Antonio Vicoli.


Comizio dei comunisti all'incrocio tra Via Fontana e Via Savoia. Sullo sfondo si intravede la palazzina di Don Antonio Vicoli con la scritta "Corrispondente del Banco di Napoli", di cui era titolare  locale.


E siccome anche a quei tempi c'erano i ladri, e mi riferisco a quelli con le pistole e non a quelli autorizzati disarmati, che ieri come oggi, apparentemente facevano tutt'altro mestiere, anche Don Antonio, per difesa personale, si era comprata una pistola. Più che una pistola vera e propria, era una pistoletta, una specie di arma schiacciacani. Sparava eccome però.

Da quel che si racconta, pare che non l'avesse mai usata e non la sapesse manco tanto tenere in mano. Troppo pericolosa per una persona anziana.

"Ma che me le so' 'ccatate a fa 'sta pistole" (Ma chi me l'ha fatto fare a comprarmi questa pistola), pensava ogni tanto tra sé e sé. "M'arrive a scappa' nu cólpe, me jóche tutte lu capetále (Mi arriva a scappare un colpo, mi giocherò tutto il mio capitale). Me l'aja arvénne. Ma chi zi l'accátte?" (Dovrò rivendermela, ma dove lo trovo uno che se la ricompra?), si preoccupava.

Ed invece un pomeriggio saltò fuori un acquirente.

"Donn'Ando'! Haje sapute ca ti 'na pistole. E' lu vuére? Me le vu' vénne?" (Don Antonio. Ho saputo che hai una pistola. E' vero? Vuoi vendermela?), gli chiese un tal Pascucci, un sansalvese de fóre (residente a San Salvo, ma forestiero).

Scine! Scine!" (Sì! Si'), gli rispose Don Antonio, pensando dentro di sé: "Finalmente aje truvate nu fésse che ze l'accátte" (Finalmente ho trovato un fesso che se la compra).

Aprì nu traterìlle (un piccolo tiretto), dentro il quale riposava da un'eternità la sua pistola, vergine, così come l'aveva fatta la casa madre, e mostrandondola al povero fesso, gli disse: "E ‘na bella pistola. N’ha ma’ sparate. E’ nove nove! Ngrazia a Di’ n’aje ma’ aduperate” (E' una bella pistola. Non ha mai sparato. E' nuovissima. Grazie a Dio non l'ho mai adoperata).

Ma mentre la maneggiava, mostrandola al povero fesso,  baaam... gli partì un colpo accidentale.

Ooojjjje!!!”, iniziò a gridare il povero Pascucci, allungandosi sul pavimento, colpito a bruciapelo all'altezza dei genitali.

Furono attimi di terrore. Don Antonio cominciò a sudare freddo, pensando: "Aécche mo me parte tutte lu capitale” (Con questo incidente mi partirà tutto il mio capitale).

Oje!!! Oje!!!", continuava intanto a lamentarsi per terra il povero Pascucci, mentre con le palma delle mani si teneva, per alleviare il dolore, il suo capetale (in dialetto lu capetale è l'organo genitale maschile).

Zitte! Zitte! (Zitto! Non gridare), lo implorava Don Antonio. "Ecchete mille lire, dumila, tremila lire” (Eccoti mille lire, duemila, tremila lire) iniziò a dirgli Don Antonio, tirando fuori banconote da tutte le tasche, sperando che i soldi fossero la panacea di tutti i mali.

Qualcuno chiamò un medico.

Il povero Pascucci venne visitato.

Il colpo a bruciapelo, non bruciò neanche un pelo.

I due capitali erano salvi.

Il proiettile gli era passato in mezzo alle gambe, strisciandogli al cavallo dei pantaloni.

J z'ave' scurtúcuáte (gli si era scorticato), dopo accurata visita del medico, solamente uno dei due ... coglioni.



18 Ottobre 2021





I racconti di Fernando Sparvieri

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Gente, usi e costumi del mio paese



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MA CHI SAREBBERO
LI SALVANESE

di Fernando Sparvieri

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I forestieri a San Salvo



I racconti del mare

I pionieri del mare ed altro


di Fernando Sparvieri
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(Emilio Del Villano)















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