“Fernando! Fernando! Guarda la
Befana”.
Guardai, fuori dal vetro, e nel buio della notte, vidi uno
scialle, di quelli di lana fatti a mano, di colore celeste,
ornato con qualche disegno marrone, che ondulava nell’aria,
risaliva su, e poi riscendeva giù e poi risaliva su,
all’altezza della finestra al primo piano, dove mia madre,
tenendomi in braccio, mi faceva vedere, aldilà del vetro, la
Befana. Io a dire il vero vedevo solo uno scialle, in lana,
fatto a mano, molto simile ad un altro che indossava mia
madre, quando erano il fuoco del camino e la stufa, a
riscaldare le gelide serate invernali. Dopo un po’ scomparve
e non la vidi più, mai più, di persona, la Befana in vita
mia.
Ogni qualvolta che ripenso alla Befana, mi ritorna in mente
quello scialle . Era la sera del 5 Gennaio, del 1956 o del
1957, avevo all’incirca tre anni e a ripensarci oggi, non mi
ero sbagliato. Era proprio lo scialle di mia madre, che mio
padre, dal balcone al 2° piano della casa di mio nonno
Sebastiano Napolitano, dove c’era la Porta della Terra, in
cui abitavo da bambino, agitava volendomi far credere che
fosse la Befana.
Babbo Natale, invece, da piccolo, non l’ho mai visto di
persona. Ai miei tempi non veniva a San Salvo, paese
abbandonato da Dio, dalle istituzioni e da Babbo Natale. Se
ne stava al Polo Nord, prima che il consumismo e le
televisioni lo facessero sbarcare anche in Italia con la sua
slitta trainata dalle renne. Era una tradizione che non ci
apparteneva, come la notte di Halloween. Babbo Natale era
raffigurato solo nel libro di lettura, quando andavo alla
scuola elementare. Non gli scriveva nessuno. Sì, il maestro
ci faceva scrivere una letterina da infilare sotto il piatto
capovolto del papà prima del pranzo natalizio, promettendo
di essere più buoni, sperando in qualche monetina e ci
insegnava la poesia di Gesù Bambino, da recitare in piedi
sulla sedia, dinanzi alla famiglia, prima di finire di
pranzare, ma di Babbo Natale, a San Salvo, nemmeno l’ombra.
Era lontano da noi anni luci, nella sua notte boreale.
D'altronde in una società economicamente povera come quella
degli anni '50, era già difficile per la Befana accollarsi
le spese dei doni da portare ai bambini la notte del 6
Gennaio. Figuriamoci se la gente poteva permettersi dieci
giorni prima, cioè la notte della vigilia di Natale, di fare
già regali ai propri figli con Babbo Natale, replicando
all'Epifania.
Veniva solo la Befana e basta. Arrivava dal cielo, ieri come
oggi,
a cavalle a 'na granare (a bordo di una
ramazza),
gne quàlle de lu monnapiazze (come quella
dello spazzino), si posava sui tetti, si infilava
a la
ciummuníre (nel camino), e portava doni ai bambini,
ma anche cenere e carbone. I doni li portava ai bambini
buoni e la cenere e carbone a quelli cattivi, che spesso
erano stati più buoni dei bambini buoni, ma chissà perchè la
Befana li considerava cattivi. Vent'anni prima c'era stata
la Befana fascista a fare lo stesso ragionamento, dividendo
non solo i bambini in buoni e cattivi, ma anche i propri
genitori. La prima Befana repubblicana non cambiò di molto
opinione, adottando gli stessi metri di giudizio,
perseverando nella distinzione.
Oggi, invece, nella seconda repubblica globalizzata, i tempi
sono per fortuna cambiati e la Befana è diventata molto più
giusta.
Ed anche Babbo Natale, a bordo della sua slitta trainata da
renne supersoniche arriva in un baleno.
Quest’anno è venuto anche a casa mia.
Ai miei nipotini, con i quali ho trascorso le feste
natalizie, ha portato tanti di quei doni la notte della
vigilia, che la mattina di Natale, mi ero stancato a far su
e giù per le scale, a portare in cantina gli scatoloni
vuoti, in attesa che passasse il camioncino
de lu
monnapiazze, cioè dell’ operatore ecologico, così si
chiama oggi lo spazzino.
E mentre facevo su e giù per le scale, ripensavo ai tempi
andati e mi è tornata in mente una storiella, che mi
raccontò mio Zio Antonino Sparvieri, il fratello di mio
padre, capostazione alla Stazione Termini di Roma, che
abitava a Ciampino.
Mi raccontò che una sera, qualche giorno prima del Natale,
portava a spasso per Ciampino, tenendolo per mano, il suo
primo nipotino Andrea, oggi adulto, figlio di Anna Maria,
mia cugina.
Andrea era un bel bimbo vivace, paffutello al punto giusto
ed anche un po’ birichino.
Mentre passeggiavano per Ciampino incontrarono Babbo Natale.
“Vieni! Vieni Bambino”, gli disse Babbo Natale.
Si avvicinarono. “Bimbo, infila la manina in questo sacco.
C’è un bel dono per te”.
Andrea infilò la sua manina nel sacco e tirò fuori un
pezzetto di carbone.
“Mi spiace bambino”, gli disse Babbo Natale. “Riprova”.
Andrea infilò di nuovo la sua manina nel sacco e tirò fuori
un altro pezzo di carbone.
“Riprova di nuovo, Bambino”, lo esortò ancora Babbo Natale.
Carbone, di nuovo.
“Mi spiace bambino”, gli disse Babbo Natale, calandosi nella
veste di educatore. “Se hai trovato solo carbone vuol dire
che quest'anno non hai fatto il bravo. Cerca di essere più
bravo l'anno prossimo, ubbidisci di più ai genitori, e
vedrai che il prossimo Natale, quando ripasserai di qui,
troverai dentro il mio sacco un bel dono”.
Muahhh!
Andrea ridiede la sua manina al nonno e ricominciarono la
passeggiata.
Non fecero nemmeno dieci metri, che all’improvviso Andrea si
fermò, e con la sua manina in quella del nonno, si voltò,
guardò verso Babbo Natale, che era fermo ancora lì, e con
accento romanesco gli gridò: “Babbo Natale! Ma
vaffanculo!!!”.
Ripensavo ad Andrea, mentre scendevo le scale, carico di
scatoloni vuoti dei regali che Babbo Natale, aveva portato
ai miei nipotini.
E ripetevo dentro di me, ridendo: “Babbo Natale! Ma
vaffanculo!!!”.
“Il troppi è troppi” (Il troppo e troppo), diceva
Zi’
Véte, quando c’era qualcosa che superava i limiti.
Ma non ditelo ai bambini.
E nemmeno ai genitori.