Ogni mondo è paese, ma il mio paese è il mio mondo.
Fernando Sparvieri
Ma chi sarebbero li salvanése
I racconti di Fernando
Sparvieri
Un po' di storia locale raccontando personaggi
A lu mórte
(I funerali a San Salvo)
di Fernando Sparvieri
Vedendo proprio in questi giorni,
un'antica foto della vecchia Chiesa di San Giuseppe, è balzato
immediatamente ai miei occhi, un addobbo funebre di colore
nero, con finimenti dorati, che negli anni '50, nella giornata
in cui vi era lu mórte (un funerale), Uggénie lu
sagrastane (Eugenio De Francesco, il sagrestano),
collocava dinanzi al portone d'ingresso della chiesa. Simile
addobbo, facente parte della serie, veniva posto, sempre da
Uggénie, appena veniva a sapere ca z'ave' morte
cacchedìiune (che qualcuno aveva reso l'anima a Dio) sul
portone della casa del defunto, in segno di lutto.
Erano addobbi, quelli, che rendevano l'aria cupa, anche se
c'era il sole. Sentire poi, per ore e ore, che la cambane
che sunave a morte (quei rintocchi di campana che
suonavano a morto), ere 'na piághe (era un ferita, un
dolore al cuore), nel senso cherendevano ancor più
triste l'atmosfera di lutto che si impossessava dell'allor
piccolo paese.
A quei tempi, quando qualcuno partiva per l'altro mondo,
non era come oggi, che morte e no' morte (ancora prima
di esalare l'ultimo respiro), già la notizia fa il giro del
mondo sui social.
All'epoca, c'era la campana.
"Sóne la cambàne a mórte. Chisà che z'ha vulute muré'?"
(Suona la campana a morto. Chissà chi sarà morto), era la
prima domanda che si ponevano ai primi rintocchi, tra i vicoli
del paese, le femmenàlle (le donne anziane del
popolino), che erano le più attente ed informate a seguire le
vicende di cronaca "nera", essendo il nero, tra virgolette, il
colore del lutto.
"Déce ca ze vuléve muré'..." (Si dice che voleva
morire), e lì iniziavano le supposizioni su chi potesse essere
l'ipotetico defunto, facendo nome, cognome e soprannome di
qualcuno che avevano sentito dire in giro che stava a
muretàure (sul punto di morire) e quindi "ze vuléve
muré'", non inteso come volontà di morire da parte di
chi stava male, ma con il significato che stave a teratàure,
altro termine dialettale per indicare che la vita di quella
persona era ormai legata ad un filo, sempre più sottile, senza
speranza, che presto si sarebbe spezzato.
Video
"Ue! Si' sapìute? Z'è
mórte tézie e cáie!"(Ehi! Hai saputo? E' morto tizio e
caio), diceva ad un conoscente chi aveva da poco appresa la
funesta notizia.
"Z'è mórte? E n'aje véste lu
maneféste!" (E' morto? E non ho visto il manifesto!),
era la domanda di chi ancora non ne era al corrente.
"Ngóre aéscie lu maneféste, ma che la cámbane che sóne a
mórte, hàsse è" (Non ancora viene affisso il manifesto,
ma quella campana che suona a morto è per lui), gli rispondeva
chi già aveva appreso la ferale notizia.
Erano i manifesti, che si stampavano a Vasto, senza fotografia
e panorami celestiali dietro, come sfondo, come si usa oggi, a
darne l'annuncio ufficiale.
E la notizia si diffondeva man mano nel paese.
"Ue! Se' vèste lu maneféste?" (Ehi! Hai visto il
manifesto)
"Nàune" (No).
Ha stirìte le pìte (Ha steso i piedi), oppure
ha cináte (ha cenato, inteso come ultimo pasto della
giornata e quindi della vita), ha fatte la majàse pe le
cécie (ha fatto la maggese per i ceci), erano
modi di dire dialettali per indicare che una persona era
deceduta.
"E coma va?" (E qual'è stata la causa?)
Risposta: "J'ha calate nu tócche jnnótte. Già avè
'vìute 'na tuccatélle, tempe arrétte, ma jnnótte l'ha fatte
sàcche" (Ha avuto un malore improvviso. Gia aveva avuto
una piccola avvisaglia tempo addietro, ma questa volta lo ha
fatto secco, è deceduto).
E poi iniziava la processione di parenti, conoscenti a casa
del defunto.
"N'è niente ch'aja 'vuta senté jé maddemane! Che britta
nutezie!" (Che brutta notizia ho dovuto apprendere io
questa mattina!)
La veglia in casa del morto , arcagnáte dàndre a la cáscie
(ben vestito dentro la bara), avveniva in un clima di
mestizia, tra preghiere, rosari, pianti e tristi litanie di
cui le interpreti principali erano sempre le donne.
L'arie (Il motivetto
musicale della litania), adattata alla meglio alle sillabe
pronunciate, era più o meno questa:
Mi raccontò mia suocera Lina Cervone, che durante una veglia
funebre, una comare, vedova, andò a fare una visita al compare
che era da poco morto. Si sedette accanto alla bara e con la
comare, cioè con la moglie del defunto, seduta dirimpetto,
dopo un po' attaccò nu laménde (un lamento), mandando
un messaggio cantato al suo marito defunto, per tramite il
compare morte fràsche (morto fresco, appena deceduto).
N.B. quel "cumbáre sé" che in ogni frase si ripete
nella litania, sta per "compare mio".
La moglie del morto ascoltava:
Gna 'nghintre lu cumbáre, cumbáre sé deje ca la sóre, cumbáre sé, ne cumbéne cente e ìune, cumbáre sé le puzzene l'oma strije, cumbáre sé ha cacciáte 'na lànghe, cumbáre sé, m'ha tutte scaccinijete, cumbáre sé, z'ha frecate la robbe, cumbáre sé, ne 'ngià lassate niente, cumbáre sé ;
La comare, moglie del morto, seduta dirimpetto, insieme a
tutte le altre donne presenti, in silenzio, continuava ad
ascoltarla.
E déje ca piure lu fráte, cumbáre sé ascàdde che la béstie, cumbáre sé cummuánne che la vépere, cumbáre sé che va pìure torte, cumbáre sé. La litania sembrava non avere fine. La comare, la
moglie del morto, continuava ad ascoltarla in silenzio, ma
quando la sua comare, dopo un quarto d'ora, finalmente finì,
attaccò lei:
Fatte le chézza tu, maréte me ca 'n'é chézze nustre, maréte me...
Insomma, come dice quel detto
paesano: "Non c'è un matrimonio senza un pianto ed un
funerale senza una risata", spesso e volentieri, durante le
veglie funebri, capitavano cose buffe, che chi era presente
faceva finta di ascoltare seriamente, ma poi quando tornava
a casa, moriva anch'egli, ma per le risate.
Ma è inutile continuare a scrivere sull'argomento. Credo che
meglio del compianto Sebastiano Valentini, cosa succedeva
all'epoca durante i funerali, non ve lo potrà raccontare mai
nessuno. Buon funerale.
Video
25 Settembre 2021
I racconti di Fernando Sparvieri
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